Le grandi compagnie petrolifere europee hanno scoperto da tempo che, nei momenti di turbolenza energetica, non basta più estrarre e raffinare idrocarburi per fare profitti. Accanto alla produzione tradizionale si è affermato un secondo pilastro fondamentale: il trading di barili prodotti da altri, comprati e rivenduti al miglior offerente.
La recente crisi scatenata dal conflitto in Iran ha confermato quanto questa attività sia diventata centrale per BP, Shell e TotalEnergies. Non si tratta più di qualcosa di collaterale, ma di un vero e proprio motore di crescita che muove volumi enormi e genera ritorni consistenti.
Come spiega l’Economist in un report che analizza il fenomeno, il trading sta permettendo alle major europee di tenere testa alle grandi rivali americane nonostante le pressioni della transizione energetica.
Due strade per fare grandi profitti
Le major hanno due modi principali per guadagnare quando il mercato energetico entra in crisi.
Il primo è la classica estrazione, raffinazione e vendita dei propri idrocarburi. Il secondo, che sta assumendo una rilevanza crescente, consiste nell’acquistare barili di greggio da concorrenti e rivenderli rapidamente a chi ne ha maggiore urgenza oltre alla disponibilità a pagare prezzi elevati.
La nuova guerra del Golfo ha messo in luce proprio l’importanza di questo secondo canale. Per le compagnie europee il trading non è più un’attività marginale: i volumi gestiti da BP, Shell e TotalEnergies raggiungono oggi l’equivalente di 40-50 milioni di barili al giorno, una cifra da cinque a dieci volte superiore alla loro produzione diretta.
Secondo stime attendibili, solo grazie al trading le major europee potrebbero aumentare nel corso del 2026 il ritorno medio sul capitale di circa un terzo.
Un successo opaco ma visibile nei risultati
Nonostante la sua rilevanza crescente, il trading rimane avvolto da una notevole riservatezza. Le aziende pubblicano dati dettagliati su produzione, raffinazione e distribuzione, ma i numeri precisi delle divisioni di trading sono sostanzialmente protetti.
Questa opacità non è arbitraria, ma serve a difendere il vantaggio competitivo accumulato in decenni di attività.
I risultati sono però eloquenti. Sono stati proprio i profitti derivanti dal trading a permettere a BP, Shell e TotalEnergies di raggiungere o addirittura superare le performance di Exxon e Chevron da fine febbraio in poi.
Mentre le major americane hanno potuto contare storicamente su risorse interne abbondanti e su un enorme mercato domestico, le concorrenti europee hanno dovuto costruirsi una competenza diversa, trasformando una debolezza in un punto di forza.
Le origini storiche
La vocazione al trading delle major europee affonda le radici nella storia. Dopo le nazionalizzazioni degli anni Settanta in Medio Oriente, che portarono alla perdita delle concessioni dirette, le compagnie europee si trovarono costrette a comprare greggio da terzi invece di contare sul proprio.
BP fu la pioniera già negli anni Ottanta, quando il controllo dell’OPEC si allentò e si creò un surplus di petrolio a prezzi bassi. L’azienda iniziò a comprare barili di cui in realtà non aveva bisogno, scommettendo sulla possibilità di rivenderli con margini interessanti.
Negli anni Novanta, con i prezzi del petrolio depressi che comprimevano i margini delle attività upstream, anche Shell e Total ampliarono le proprie attività di trading.
La formula si rivelò vincente perché questo business non guadagna solo dal livello assoluto dei prezzi, ma soprattutto dalla volatilità e dai differenziali tra mercati, origini e prodotti raffinati.
Informazioni privilegiate e autonomia
I trader delle major possono sfruttare al meglio la volatilità grazie a un vantaggio unico. Le vaste operazioni di un gruppo misurate in termini di campi petroliferi, raffinerie, terminal e impianti di stoccaggio forniscono dati in tempo reale su offerta, domanda e flussi fisici che pochi altri operatori al mondo possiedono.
Negli ultimi quindici anni le opportunità si sono moltiplicate. Le banche si sono ritirate dal trading di commodities a causa di regole più severe, mentre il boom dello shale americano, l’abbandono del nucleare in Giappone e la crisi del gas russo hanno trasformato il mercato del GNL in un business globale in forte espansione.
Oggi circa il 90% dei volumi trattati proviene da fonti esterne. In questo contesto i trader operano con un’autonomia crescente, sostenuta proprio dal contributo sempre più importante ai profitti complessivi del rispettivo gruppo.
Il 2026, un anno eccezionale
La guerra in Iran e il conseguente shock energetico sembrano destinati a rendere il 2026 un anno record per il trading, anche mentre i prezzi del Brent si normalizzano intorno agli 80-85 dollari al barile.
Le proiezioni indicano che le tre major europee potrebbero generare tra i 15 e i 20 miliardi di dollari di profitto ante imposte solo da questa attività. A seconda degli scenari, il trading potrebbe arrivare a rappresentare tra il 15% e il 20% dei profitti combinati di BP, Shell e TotalEnergies.
Poiché si tratta di un’attività leggera dal punto di vista degli asset, il suo contributo al ritorno sul capitale è ancora più marcato: secondo gli analisti di Goldman Sachs, essa vi aggiunge normalmente circa due punti percentuali e potrebbe arrivare quest’anno a tre punti.
A differenza dei trader puri, le divisioni delle major raramente chiudono l’anno in perdita, limitandosi a guadagnare di meno quando le condizioni di mercato sono meno favorevoli.
I tre ingredienti del successo
Tre elementi spiegano questa costanza di risultati. Innanzitutto una struttura agile e poco burocratica. Le divisioni di trading non pubblicano organigrammi dettagliati. Solo BP ha reso pubblico il nome di chi guida la divisione trading: si tratta del deputy chief executive Carol Howle.
I team operano da hub principali, che si trovano a Londra nel caso di BP e Shell e a Ginevra nel caso di Total, con specialisti regionali e desk dedicati a singoli prodotti.
Ogni major impiega poche centinaia di trader supportati da un migliaio di persone tra logistica e amministrazione: una struttura snella rispetto ai centomila dipendenti su cui può contare mediamente ogni gruppo, ma capace di generare profitti pro capite che, negli anni migliori, possono avvicinarsi ai 10 milioni di dollari.
Il secondo pilastro è la capacità di attrarre talenti di alto livello. I trader ideali combinano fiuto per il rischio, capacità analitiche e ottime doti relazionali. A queste figure sono riservati bonus generosi, anche se non raggiungono i livelli di quelli offerti dai grandi trader indipendenti come Vitol o Trafigura, che possono garantire partecipazioni dirette ai profitti.
L’ultima caratteristica chiave è la potenza di fuoco finanziaria. Ogni major dispone di decine di miliardi di dollari di capitale da allocare in modo flessibile. Questo permette di cogliere rapidamente opportunità di arbitraggio in momenti di forte turbolenza di mercato, come accadde nel 2020 con i prezzi negativi del petrolio, o di ribaltare rapidamente posizioni sbagliate, come è avvenuto dopo i bombardamenti sull’Iran di fine febbraio.
Una concorrenza sempre più agguerrita
Il modello europeo sta facendo scuola. Le major americane, ADNOC, Saudi Aramco e altre compagnie nazionali stanno investendo pesantemente nel rafforzamento delle proprie attività di trading.
I grandi trader indipendenti come Vitol e Trafigura, dopo aver accumulato enormi liquidità nel 2022-2023, hanno acquistato asset fisici e possono permettersi operazioni più audaci, anche in contesti geopolitici complessi.
Nel frattempo le major europee, che dal 2019 hanno ceduto asset per 77 miliardi di dollari per ridurre le emissioni nel nome del credo green, vedono erodersi il loro vantaggio. Per sostenere il proprio business stanno ora investendo in tecnologie predittive e in accordi di finanziamento con i produttori in cambio di forniture a lungo termine.





