Gli Emirati Arabi Uniti hanno detto di avere un piano per azzerare la loro dipendenza dallo stretto di Hormuz, la via d’acqua più importante al mondo per il commercio dei combustibili fossili (ma non solo) e spesso imprescindibile per i paesi del golfo Persico, dato che mette in collegamento quest’ultimo con il golfo di Oman, garantendo lo sbocco nell’oceano Indiano e quindi l’accesso ai mercati internazionali.
GLI EMIRATI VOGLIONO EMANCIPARSI DA HORMUZ, A PRESCINDERE DALL’ACCORDO USA-IRAN
Il ministro del Commercio estero Thani al-Zeyoudi ha dichiarato che il piano degli Emirati per l’emancipazione da Hormuz procederà a prescindere dalla situazione nello stretto, che dovrebbe venire pienamente riaperto alla navigazione a seguito dell’accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran. Gli Emirati, però, vogliono evitare di trovarsi esposti a crisi future, anche perché la guerra iniziata lo scorso 28 febbraio ha mostrato sia la capacità dell’Iran di controllare lo stretto sia, di riflesso, la vulnerabilità dei paesi del Golfo.
Rispetto ad altri paesi della regione, peraltro, gli Emirati sono stati in grado di bypassare – ma solo parzialmente – lo stretto di Hormuz attraverso l’oleodotto Fujairah: lunga 3600 chilometri ma dalla capacità ridotta (1,5 milioni di barili al giorno), questa tubatura collega la città di Habshan al porto di Fujairah, che si trova sul golfo di Oman, poco oltre Hormuz. In questi mesi, inoltre, sono stati potenziati i trasporti aerei di merci, che però hanno un costo molto più elevato rispetto agli spostamenti su nave.
IL PIANO DEGLI EMIRATI PER FARE A MENO DELLO STRETTO DI HORMUZ
Il piano emiratino per fare a meno di Hormuz si fonda sull’espansione dei porti di Dibba, Fujairah e Khawr Fakkan: si trovano nella parte orientale del paese, affacciati sul golfo di Oman, dunque al di fuori dello stretto di Hormuz. In quest’area verrà anche costruito un nuovo porto.
Parallelamente, gli Emirati vogliono investire nella realizzazione di nuovi oleodotti, di strade e di ferrovie per potenziare i collegamenti tra i giacimenti di idrocarburi e i porti orientali.
IL RADDOPPIO DI FUJAIRAH, E NON SOLO
È previsto un raddoppio dell’oleodotto Fujairah, in modo che possa trasportare 3 milioni di barili di greggio al giorno, e una tubatura ulteriore. Il ministro al-Zeyoudi ha aggiunto che si stanno valutando delle opzioni per garantire le esportazioni di prodotti petrolchimici e gas liquefatto.
I costi e i tempi di realizzazione di tutti questi progetti non sono stati rivelati.
LE DIFFICOLTÀ
Il vero problema per gli Emirati, comunque, non è tanto riorientare i flussi di petrolio dallo stretto di Hormuz ai porti nell’est, ma trovare un modo efficiente per reindirizzare le esportazioni di altri prodotti, come il gas liquefatto e l’alluminio: gli stabilimenti si trovano nell’area del golfo Persico, come la grande fonderia di al Taweelah.
E poi ci sono le importazioni, per le quali gli Emirati dipendono notevolmente dai porti nel golfo Persico, come quello di Gebel Ali, uno dei poli logistici più grandi e importanti al mondo. Ricevere le importazioni nei porti orientali e poi distribuirle via camion nelle grandi città dell’ovest, come Dubai e Abu Dhabi, è un’opzione molto costosa. Il ministro al-Zeyoudi assicura però che le spese si abbasseranno a seguito dell’espansione della rete ferroviaria.
I PIANI DEGLI EMIRATI ARABI UNITI SUL PETROLIO
Dal 1 maggio, poi, gli Emirati Arabi Uniti non fanno più parte dell’Opec, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, di cui rappresentavano il terzo maggiore produttore. La decisione – in poche parole – è stata presa perché gli Emirati volevano avere la libertà di vendere più greggio e non sopportavano il meccanismo delle quote massime di produzione promosso dall’Arabia Saudita, che di fatto capeggia il gruppo.
Secondo le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia, l’output petrolifero emiratino potrebbe superare i 5 milioni di barili al giorno già nel 2027, segnando un aumento su base annua di 730.000 barili al giorno. A questo proposito, la compagnia petrolifera statale Adnoc ha annunciato un piano di investimenti da 55 miliardi entro il 2028 per rafforzare la sua presenza lungo l’intera filiera dei combustibili fossili, dall’upstream (esplorazione dei giacimenti ed estrazione) al downstream (raffinazione e vendita dei prodotti finiti).




