La decisione degli Emirati Arabi Uniti di lasciare l’Opec, comunicata ieri ma effettiva dal 1 maggio, ha sconvolto il mercato petrolifero e la stessa organizzazione. Pur non essendo il primo membro ad abbandonare il gruppo – lo hanno preceduto l’Indonesia nel 2016, il Qatar nel 2019, l’Ecuador nel 2020 e l’Angola nel 2023 -, la sua uscita è diversa dalle altre e avrà conseguenze ben più significative: gli Emirati sono un produttore di peso, il terzo più grande dell’Opec, e dispongono delle risorse per realizzare le loro ambizioni economiche e politiche.
LE DIVERGENZE TRA EMIRATI E ARABIA SAUDITA
In sostanza, gli Emirati lasciano l’Opec perché vogliono vendere più petrolio e mal sopportano il meccanismo delle quote massime di produzione promosso dall’Arabia Saudita, che di fatto capeggia l’organizzazione. L’Arabia, il cui bilancio statale dipende dalle entrate petrolifere, ha interesse a mantenere alti i prezzi del greggio attraverso il contenimento volontario dell’offerta – sua e degli altri membri del gruppo – rispetto ai livelli della domanda: è una politica che, secondo Riad, serve a “bilanciare” il mercato, ma che di fatto le permette di influenzarlo a suo vantaggio.
Gli Emirati vorrebbero muoversi diversamente, invece. Se i sauditi – e i russi, assieme ai quali guidano l’Opec+, un’estensione informale del cartello – preferiscono mantenere il prezzo del greggio attorno ai 100 dollari al barile anche a costo di produrre di meno, Abu Dhabi preferirebbe produrre di più, anche a costo di guadagnare di meno per ciascun barile venduto.
LE CONSEGUENZE PER L’OPEC
Dietro all’uscita emiratina dal cartello degli esportatori di petrolio, dunque, c’è questa divergenza di visione con Riad. “Il potere di mercato dell’Opec è destinato a diminuire”, ha spiegato Greg Brew, analista di Eurasia Group. “L’uscita degli Emirati Arabi Uniti minerà la credibilità del gruppo perché gli Emirati rappresentavano una quota significativa della capacità complessiva dell’Opec”, cioè oltre il 10 per cento della produzione totale.
Secondo Javier Blas, analista di Bloomberg, la perdita degli Emirati “rappresenta la più grave crisi esistenziale che il gruppo abbia mai affrontato dalla sua fondazione, più di mezzo secolo fa”.
Non appena la crisi nel golfo Persico rientrerà e lo stretto di Hormuz verrà riaperto, gli Emirati saranno a tutti gli effetti un produttore indipendente, un “cane sciolto”, sul mercato petrolifero. L’Opec, di conseguenza, vedrà ridursi la sua influenza, cioè la sua capacità di gestione dei prezzi attraverso la regolazione tempestiva dei livelli dell’output. L’Arabia Saudita già faceva difficoltà ad assicurarsi il rispetto delle quote produttive da parte di tutti i membri: da ora in davanti dovrà probabilmente affidarsi alla collaborazione dei paesi aderenti all’Opec+, che come detto è un raggruppamento informale e la leadership è condivisa con la Russia.
COSA FARANNO GLI EMIRATI ADESSO
Per il momento, l’uscita degli Emirati dall’Opec non cambierà granché le cose sul mercato del petrolio: lo stretto di Hormuz è chiuso a causa della guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran e gli Emirati possono aggirarlo solo in parte attraverso l’oleodotto Fujairah, che però ha una capacità ridotta, di 1,5 milioni di barili al giorno.
Non appena il conflitto terminerà e la situazione comincerà a fare ritorno alla normalità, però, Abu Dhabi si metterà a pompare più petrolio. L’aumento dell’offerta di greggio sul mercato sarà positiva per i consumatori perché ridurrà i prezzi, ma non è chiaro di quanto gli Emirati riusciranno ad aumentare il loro output: a febbraio hanno prodotto 3,6 milioni di barili al giorno, un livello probabilmente vicino a quello massimo.
D’altra parte, va detto che negli ultimi anni il paese ha investito somme miliardarie nell’espansione della capacità produttiva, quindi potrebbe – così pensa Blas – riuscire a spingersi sui 4,5 milioni di barili, fino a raggiungere i 5 milioni nel 2027.
Secondo George Cotton, analista di J. Safra Sarasin, gli Emirati “vedono chiaramente l’attuale crisi energetica come un’opportunità per conquistare quote di mercato […]. I policymaker degli Emirati Arabi Uniti stanno comunicando che i mercati petroliferi includeranno probabilmente nuovi premi di rischio ‘più elevati per un periodo più lungo’. Ritengono che gli Emirati Arabi Uniti siano in una posizione favorevole per cogliere questo valore in futuro”.
A suo dire, tutto questo “lascia intendere inoltre che le relazioni diplomatiche nel Golfo stiano diventando più fragili e multipolari. Le nazioni della regione stanno scoprendo che i loro alleati hanno in mente obiettivi geopolitici più ampi e che potrebbero finire per diventare danni collaterali”.
LA PROIEZIONE POLITICA DEGLI EMIRATI
Effettivamente, il contrasto tra Abu Dhabi e Riad sulla politica energetica dell’Opec si muove su una retta parallela rispetto ai loro interessi di politica estera.
Gli Emirati hanno puntato molto sull’approfondimento dei rapporti con gli Stati Uniti e Israele, anche in un’ottica di assistenza sulla difesa, e hanno trascurato le relazioni con le vicine monarchie del golfo Persico. A questo proposito, gli Emirati si sono spesso scontrati diplomaticamente con il Qatar (c’entra l’opposizione emiratina ai Fratelli musulmani, un’organizzazione politica basata sul fondamentalismo islamico) e con l’Arabia Saudita (appartengono a due schieramenti diversi in Yemen).
Gli Emirati hanno ritirato le loro truppe in Yemen nel 2019, ma hanno continuato a fornire supporto al Consiglio di transizione del sud, un gruppo separatista che secondo Abu Dhabi costituiva un argine al partito Islah, vicino ai Fratelli musulmani. Sempre in un’ottica di contrasto dei Fratelli musulmani, gli Emirati sostengono da anni il regime del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. In Libia, similmente, gli Emirati sono schierati con il generale Khalifa Haftar, che si oppone al governo di Tripoli, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale ma che ospita fazioni affiliate ai Fratelli musulmani.
CHI SARÀ IL PROSSIMO A LASCIARE L’OPEC?
Il prossimo paese a lasciare l’Opec potrebbe essere il Venezuela, che dopo la deposizione dell’ex-presidente Nicolas Maduro si è avvicinato molto agli Stati Uniti, che oggi controllano di fatto la sua industria petrolifera. Nonostante i buoni rapporti con l’Arabia Saudita, il presidente americano Donald Trump ha spesso criticato pesantemente le politiche energetiche dell’Opec, accusando l’organizzazione – già dal 2018 – di mantenere artificialmente alti i prezzi del greggio attraverso i tagli alla produzione.







