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Come farà l’Europa a gasarsi col Gnl?

L’Europa vuole puntare di più sulle importazioni di Gnl per emanciparsi dal gas russo, ma ha bisogno di impianti. Secondo Alverà di Snam, il fabbisogno infrastrutturale può essere soddisfatto con 20-25 miliardi di euro. Tutti i dettagli (e le difficoltà)

 

 

Secondo Marco Alverà, amministratore delegato di Snam, l’Europa potrà dotarsi di abbastanza impianti di rigassificazione di gas liquefatto (GNL) per soddisfare le sue necessità energetiche con un investimento di 20-25 miliardi di euro.

COSA FA SNAM

Snam è una società di infrastrutture energetiche. Si occupa del trasporto e dello stoccaggio del gas naturale, oltre che della rigassificazione del GNL attraverso la controllata (al cento per cento) GNL Italia.

Snam possiede il terminale di rigassificazione di Panigaglia, La Spezia. Si tratta del primo impianto di questo tipo costruito in Italia, ma non l’unico: c’è una struttura in Toscana di proprietà di OLT Offshore LNG Toscana (Snam possiede il 49 per cento) e una a Porto Viro, in provincia di Rovigo, di proprietà di ExxonMobil (Snam ha una quota del 7 per cento).

La capacità totale dei tre rigassificatori è pari al 20 per cento circa del fabbisogno nazionale, riporta Il Sole 24 Ore.

Il rigassificatore – come il nome suggerisce – è un impianto necessario a riportare allo stato gassoso il GNL, che viene portato allo stato liquido prima di venire caricato sulle navi. La rigassificazione è necessaria all’immissione del gas nella rete e al suo utilizzo per il riscaldamento o per l’elettricità.

IL PROBLEMA DELL’EUROPA

L’Unione europea si trova nel mezzo di una grave crisi energetica. Non soltanto perché i prezzi del gas naturale sono altissimi (hanno toccato i 345 euro al megawattora; l’equivalente di 600 dollari al barile, se si trattasse di petrolio), ma soprattutto perché la dipendenza estrema dalla Russia (vale circa il 40 per cento del totale importato) la rende vulnerabile a un’interruzione delle forniture.

Martedì la Commissione europea ha presentato un piano per rendersi indipendente dal gas, dal petrolio e dal carbone russi entro il 2030. Trovare soluzioni nell’immediato, però, è estremamente difficile: non sembra esserci nel mondo capacità sufficiente a rimpiazzare subito gli enormi volumi di combustibile russo che giungono nel Vecchio continente.

Oltre all’accelerazione sulle fonti rinnovabili e allo sviluppo di biogas e idrogeno, Bruxelles si prefigge di aumentare l’utilizzo proprio di GNL. Ma c’è un problema di deficit e disomogeneità impiantistica: i rigassificatori sul territorio europei sono troppo pochi, quindi non possono sostenere volumi importanti; e sono inoltre concentrati in pochi paesi, un fatto che complica la distribuzione del gas tornato allo stato gassoso. La maggior parte della capacità di rigassificazione è in Spagna, la cui rete del gas ha un basso grado di interconnessione con quella continentale.

COSA VUOLE FARE L’ITALIA

Anche l’Italia, come annunciato da Mario Draghi, vuole puntare di più sul GNL. Il presidente del Consiglio ha menzionato gli Stati Uniti e recentemente ha discusso di cooperazione energetica con il Qatar: sono i due maggiori esportatori del combustibile al mondo.

IL PROBLEMA DEI PRODUTTORI

Il problema non è solo per chi riceve il GNL, ovvero l’Europa. Ma anche per chi lo produce, a cominciare dai due pesi massimi, gli Stati Uniti e il Qatar. Doha l’ha detto chiaramente: nessun produttore di GNL possiede volumi sufficienti a sostituire completamente i volumi russi in Europa. Non è una questione di disponibilità di risorse, ma di impossibilità a immetterle sul mercato: la capacità di esportazione qatariota è praticamente satura, e per espanderla ci vogliono anni.

Lo stesso vale per gli Stati Uniti, che paiono destinati a imporsi come i maggiori esportatori di GNL ma, negli ultimi anni, nel paese è stato approvato un solo nuovo terminal. Le aziende chiedono maggiori garanzie regolatorie per realizzare investimenti e portare avanti i loro progetti.

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