Energia

Guerra russo-saudita del petrolio, il Coronavirus fa collassare Opec+

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Tutti i dettagli sulla guerra fra Russia e Arabia Saudita sul petrolio

Nato per coordinare la politica dei prezzi tra i due maggiori produttori mondiali di greggio – il maggiorente OPEC chiamato Arabia Saudita e il principale esponente della cerchia extra-OPEC, ossia la Russia – il cartello noto come OPEC+ è collassato per Coronavirus, o forse per via di un matrimonio di interesse talmente azzardato da non poter durare a lungo.

Quale che sia la ragione ultima di quella che i media mondiali hanno descritto come la fine di un esperimento audace ma necessario in un’era di estrema volatilità dei prezzi e di sfide legate ad un mercato dell’energia in repentino mutamento, l’ircocervo chiamato OPEC+ pare proprio non aver retto la tensione scaturita da un’emergenza, quella del Covid-19, che ha fatto calare il prezzo del Brent di ben il 20% e vede Riad e Mosca divergere radicalmente sulle strategie da adottare per invertire una china devastante per le casse di tutti.

Se, almeno, la riunione dell’OPEC+ convocata d’urgenza venerdì aveva come principale punto in agenda il taglio alla produzione di circa 1,5 milioni di barili proposto dall’orchestra OPEC e dal suo direttore saudita, il suo fallimento è stato eclatante proprio come il niet opposto da Mosca ad una proposta che avrebbe richiesto agli Stati OPEC di provvedere ai due terzi del taglio complessivo (un milione di barili) e ai partner non-OPEC di pensare all’altro terzo (mezzo milione).

Non è un caso che, alla vigilia del meeting, spirasse l’aria dei momenti storici, o meglio, del test esistenziale. “Per questa organizzazione”, commentava ad esempio giovedì a CNBC il capo della global commodities strategy di RBC, Helima Croft, “si tratta davvero di un momento in cui o si va avanti tutti insieme e alla grande, oppure si va tutti a casa”.

È più o meno lo stesso concetto evidenziato dal ministro del petrolio iraniano, Bijan Zanganeh, quando era diventato chiaro che quella proposta non solo sarebbe abortita in caso di opposizione da parte di uno o più Paesi non OPEC (non abbiamo “un piano B”, sono state le parole del ministro), ma avrebbe – ove tale scenario si fosse materializzato – determinato seduta stante la morte cerebrale di OPEC+.

Si capisce in questo senso come mai, una volta consumato lo strappo, a intonare l’orazione funebre sia stato proprio il ministro russo dell’energia Alexander Novak.

“Abbiamo preso questa decisione”, ha spiegato Novak ai reporter assiepati venerdì a Vienna, “in quanto non è stato possibile trovare un’intesa tra tutti i 24 membri (di OPEC+) su come reagire in modo coordinato all’attuale situazione. Pertanto”, è stato l’annuncio choc del ministro, “a partire dal 1 aprile cominceremo a lavorare senza curarci delle quote o di riduzioni che erano state già concordate in precedenza”.

Com’era prevedibile, non è passato molto tempo prima che la scossa russa si trasmettesse sui sismografi dei mercati mondiali, dove tanto il Brent quanto lo U.S West Texas Intermediate hanno registrato un tonfo dell’8%, assestandosi su una quotazione rispettivamente di 45,46 e 41,93 dollari –le più basse da tre anni a questa parte.

Ma è andata anche peggio ai futures Brent, crollati di ben il 30%, e al WTI, che ha lasciato sul terreno circa un terzo del suo valore.

Leggendo i resoconti fatti dalla stampa, si percepiva nitidamente la sensazione di assistere alla fine di un’era: quella che a partire dal 2016 ha visto gemmare, secondo il noto principio “di necessità virtù”, un’inedita cooperazione tra sauditi e russi finalizzata a puntellare i prezzi dell’oro nero e a gestire di comune accordo il rubinetto dell’offerta.

Ma i media sono stati anche facili profeti quando, vergato il loro necrologio di OPEC+, hanno intravisto dietro l’angolo l’inizio di una guerra senza quartiere tra i due ex partner. Un conflitto destinato ad essere combattuto a colpi di milioni di barili a buon mercato che inonderanno presto un mercato riprecipitato bruscamente nell’anarchia.

Ecco dunque Bloomberg annunciare, a poche ore dalla fine del meeting di Vienna, le prime salve di una vera e propria “all-out oil war” lanciate dalla culla dell’islam sotto la forma di  aumenti alla produzione e, soprattutto, tagli al prezzo del petrolio di entità mai viste negli ultimi 20 anni.

A partire da sabato, infatti, il greggio saudita si potrà acquistare in Asia con uno sconto compreso tra i 4 e i 6 dollari al barile e negli Usa con ben 7 dollari al barile in meno.

E siccome in tempi di guerra si tende a regolare tutti i conti, anche quelli con gli ex partner, Riad ha pensato bene di riservare il taglio più drastico –  8 dollari in meno – al greggio destinato all’Europa nordoccidentale, vale a dire proprio al mercato in cui detta legge il petrolio che Mosca estrae dai suoi giacimenti negli Urali.

Oltre al requiem per l’OPEC+, insomma, prepariamoci a suonare lo spartito di un conflitto che, secondo le stime di Bloomberg, vedrà la spada dell’Islam infierire sul corpaccione russo iniettando nel mercato qualcosa come tre milioni in più di barili di petrolio rispetto ai circa 9,7 concordati in quella sede chiamata OPEC+ che da venerdì non risponde più al telefono.

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