Skip to content

agenzia

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

Perché gli Usa di Trump tornano a folgorare l’Agenzia internazionale dell’energia

Dopo aver minacciato di interrompere i finanziamenti, il segretario dell'Energia degli Stati Uniti ha lanciato un nuovo avvertimento all'Agenzia internazionale dell’energia: o smette di occuparsi di emissioni, oppure Washington potrebbe abbandonarla. Ma c'è il rischio di lasciare campo libero alla Cina.

Dopo aver già minacciato l’interruzione dei finanziamenti, il segretario dell’Energia degli Stati Uniti Chris Wright ha dato all’Agenzia internazionale dell’energia un anno di tempo per allinearsi alla Casa Bianca e fare ritorno alla sua missione originaria: occuparsi di sicurezza energetica, non di azione climatica. Se l’organizzazione – considerata la massima autorità per l’analisi delle tendenze energetiche mondiali – non rispetterà la deadline, gli Stati Uniti potrebbero decidere di ritirarsi: sarebbe una mossa di grande impatto, considerato che sono stati uno dei paesi fondatori.

L’AVVERTIMENTO DI WASHINGTON ALL’AGENZIA INTERNAZIONALE DELL’ENERGIA

Facendo riferimento all’accordo di Parigi, il trattato del 2015 per la riduzione delle emissioni di gas serra e il contenimento del riscaldamento globale, Wright ha detto che “c’è stata una tale mentalità di gruppo, dieci anni investiti in un’illusione distruttiva di zero emissioni nette entro il 2050, che gli Stati Uniti useranno tutta la pressione a loro disposizione per convincere l’Agenzia internazionale dell’energia ad abbandonare questa agenda nel corso del prossimo anno”.

Wright ha ridotto l’azione per il clima a delle “fantasie di sinistra” e ha accusato l’Agenzia internazionale dell’energia di comportarsi come “un’organizzazione di attivismo climatico”, tradendo la sua vera funzione.

CAMPO LIBERO ALLA CINA?

Il ritiro, comunque, benché minacciato, non è l’opzione preferita dagli Stati Uniti. Wright ha spiegato infatti di voler evitare che la Cina possa approfittare del vuoto lasciato dagli americani per conquistare influenza all’interno dell’Agenzia internazionale dell’energia. “C’è sempre il rischio, motivo per cui il nostro obiettivo non è quello di ritirarci”, ha precisato il segretario.

Pechino, peraltro, è già influentissima in un’altra organizzazione internazionale di rilevanza critica, l’International Seabed Authority, un organismo legato alle Nazioni Unite che si occupa di regolamentare le attività minerarie nei fondali. La Cina è la maggiore contribuente al bilancio dell’International Seabed Authority e ha ricevuto da questa cinque licenze di esplorazione mineraria, più di ogni altro paese. Gli Stati Uniti, invece, non ne sono membri.

MENO SOSTENIBILITÀ, PIÙ IDROCARBURI

A detta di Wright, un gran numero di paesi condividono la posizione americana e vogliono distanziarsi dagli obiettivi sulle emissioni per inseguire l’aumento della produzione e del consumo di petrolio e gas naturale. “C’è un numero crescente di nazioni che, almeno in privato, parlano di voler tornare competitive, di voler reindustrializzare i propri paesi, di voler avere eserciti forti”, ha affermato il segretario.

La promessa più grande dell’accordo di Parigi, cioè il mantenimento dell’aumento della temperatura della Terra entro gli 1,5 gradi Celsius, è irraggiungibile, in quanto la soglia è stata già superata. Sotto il presidente Donald Trump, gli Stati Uniti hanno abbandonato le ambizioni climatiche perseguite da Joe Biden per focalizzarsi piuttosto sulla energy dominance, vale a dire il dominio sui mercati energetici, in particolare quelli dei combustibili fossili di cui gli Stati Uniti sono i maggiori produttori.

– Leggi anche: Altro che Green Deal: il mondo sta bruciando più carbone (Cina e India in testa)

CHE FARÀ L’UNIONE EUROPEA?

Wright ha riconosciuto che ci sono dei capi politici, in particolare in Europa – che ha puntato moltissimo sull’azione climatica e sulla transizione energetica per rilanciare l’economia ed allargare la proiezione politica -, che non sono disposti a fare marcia indietro sui target emissivi, perlomeno non pubblicamente.

“Diversi paesi europei hanno puntato le loro piattaforme politiche e, francamente, il loro desiderio di essere rilevanti in qualche area del mondo su un programma di zero emissioni nette”, ha detto Wright. “Solo la fredda e dura realtà, la rivolta popolare e il voto contro i partiti politici possono cambiare le cose”.

Torna su