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Alluminio, la guerra all’Iran sta compromettendo i piani di Emirati, Qatar e Bahrein

Gli attacchi iraniani alle fonderie potrebbero frenare i piani di espansione dei produttori di alluminio del golfo Persico: la regione potrebbe diventare un grande hub alternativo alla Cina, ma l'instabilità geopolitica non sta aiutando i progetti. Intanto, si temono conseguenze serie sui prezzi e la disponibilità del metallo.

Il golfo Persico è uno dei maggiori poli produttivi mondiali dell’alluminio. La regione, che ospita fonderie di grande rilievo, rappresenta oggi circa un quinto dell’output globale di questo metallo al di fuori della Cina. Per i prossimi anni si prevedeva addirittura un rafforzamento del suo ruolo, trainato da aziende come la bahreinita Aluminium Bahrain e la qatariota Qatalum.

Ma la guerra con l’Iran potrebbe aver cambiato radicalmente lo scenario. Gli attacchi agli impianti – l’ultimo è stato quello alla fonderia di al Taweelah, vicino Abu Dhabi, di proprietà di Emirates Global Aluminium – e la più generale situazione di instabilità stanno infatti complicando i piani di espansione degli operatori del settore.

L’ANALISI DI GOLDMAN SACHS

Trina Chen di Goldman Sachs ha detto a Bloomberg che gli analisti si aspettavano la costruzione di nuove fonderie di alluminio nel golfo Persico, dove produrre è vantaggioso per via dei bassi prezzi dell’energia. “Ma ora questo è in dubbio, il che aumenta il rischio di un aumento dei prezzi a lungo termine del metallo”.

Tra i metalli, solo il ferro viene utilizzato più dell’alluminio, che è impiegato in in pressoché ogni settore dell’economia reale, dall’industria degli imballaggi alla manifattura degli smartphone, fino alla costruzione di aerei e veicoli. La sua produzione consuma però moltissima energia, al punto che viene soprannominato “elettricità solida”: per ottenere una tonnellata di alluminio si utilizza infatti la stessa elettricità consumata in un anno da cinque abitazioni in Germania.

Secondo Chen, le fonderie di alluminio soggette a un pot freeze possono impiegare da sei agli otto mesi per tornare operativi.

L’ATTACCO ALLA FONDERIA DI AL TAWEELAH

A fine marzo l’Iran ha colpito con missili e droni gli impianti di due dei maggiori società produttrici di alluminio del Medioriente, l’emiratina Emirates Global Aluminium e la bahreinita Aluminium Bahrain.

In particolare, la fonderia di al Taweelah, nei pressi di Abu Dhabi, è rimasta senza elettricità per via degli attacchi e questo ha causato la solidificazione del metallo all’interno dei circuiti di fusione, con seri danni allo stabilimento. L’anno scorso al Taweelah ha prodotto 1,6 milioni di tonnellate di alluminio.

Il fermo delle attività ad al Taweelah e il calo della produzione negli impianti di Aluminium Bahrain e di Qatalum potrebbero tradursi in una perdita di capacità pari a circa tre milioni di tonnellate all’anno, vale a dire quasi la metà dell’intera produzione del Medioriente. L’output mediorientale equivale al 9 per cento dell’offerta mondiale di alluminio.

LE CASE AUTOMOBILISTICHE SONO NEL PANICO

Nel settore dell’automotive è già partito il panic buying di alluminio, la corsa agli acquisti dettata dalla paura di rimanere senza materiale. Alcuni costruttori automobilistici temono infatti che le loro scorte possano esaurirsi nel giro di qualche mese: se la guerra all’Iran dovesse proseguire ancora a lungo, le conseguenze sulla produzione di veicoli potrebbero insomma essere gravi.

Una casa automobilistica sentita dal Financial Times, che non ne ha rivelato l’identità, ha detto allora di stare cercando di utilizzare quanto più possibile i rottami in alluminio, anziché il metallo primario. Alcuni costruttori giapponesi, invece, starebbero valutando di riprendere gli acquisti dalla Russia, in mancanza di alternative.

L’amministratore delegato di Toyota, Koji Sato, ha fatto notare che il Giappone è dipendente dal Medioriente per le forniture di alluminio: il 25 per cento delle importazioni di alluminio del Giappone arrivano dal golfo Persico, contro il 14 per cento dell’Europa.

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