Dopo l’annuncio di un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran per la fine della guerra – accordo che dovrebbe venire firmato venerdì in Svizzera -, i prezzi internazionali del petrolio sono scesi ai livelli più bassi dal 10 marzo scorso. Il Brent, cioè il contratto basato sul mare del Nord, è calato del 4 per cento a 83,6 dollari al barile; il West Texas Intermediate, invece, cioè il contratto di riferimento statunitense, è sceso di quasi il 5 per cento a 80,7 dollari al barile.
COSA SAPPIAMO DELL’ACCORDO, E COSA NO
Il presidente americano Donald Trump ha detto anche che lo stretto di Hormuz – la via d’acqua più importante al mondo per il commercio dei combustibili fossili – verrà riaperto completamente e “senza pedaggi“; verrà inoltre revocato il blocco statunitense ai porti iraniani.
Molti punti dell’intesa, però, non sono chiari e la versione presentata da Teheran è meno entusiastica di quella della Casa Bianca: l’accordo vero e proprio verrà infatti raggiunto solo dopo un periodo di negoziazione di sessanta giorni.
RITORNO ALLA NORMALITÀ? NON PROPRIO
Anche qualora l’accordo venisse firmato, le operazioni militari cessassero e il traffico marittimo nello stretto di Hormuz venisse ripristinato, ci vorrà comunque del tempo prima che la situazione nel golfo Persico – e nel mercato petrolifero – torni alla normalità. L’Iran ha danneggiato diversi impianti energetici nella regione, come l’enorme complesso qatariota di Ras Laffan, e non è chiaro quanto rapidamente i paesi produttori di idrocarburi riusciranno a ripristinare l’output e a riprendere le esportazioni.
QUANTO PETROLIO SERVE PER RIPORTARE IL MERCATO AL PERIODO PRE-GUERRA?
D’altra parte, la Commonwealth Bank of Australia – una delle maggiori del paese – pensa che sia “sufficiente che il flusso di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz raggiunga il 60-70 per cento dei livelli pre-guerra per riportare i mercati petroliferi alle aspettative di eccesso di offerta” formulate prima che iniziasse la guerra all’Iran, il 28 febbraio scorso.
Anche l’Opec, l’organizzazione che riunisce alcuni dei principali paesi esportatori di petrolio, temeva un eccesso di offerta sul mercato e ha contrastato a lungo questo scenario attraverso la riduzione della produzione, in modo da sostenere i prezzi del greggio.
I DUBBI NELLO STRETTO DI HORMUZ
Dopo l’annuncio dell’accordo tra Stati Uniti e Iran, l’azienda petrolifera indiana Petronet ha inviato una metaniera attraverso lo stretto di Hormuz, che era rimasta nelle vicinanze dopo aver ricevuto un carico da Ras Laffan lo scorso 1-2 marzo; sarebbe diretta in India.
Si stima che ci siano almeno centocinquantacinque petroliere ferme nel golfo Persico, ma alcune elaborazioni arrivano a contare ben cinquecento imbarcazioni. Oggi – almeno per il momento – l’unica nave ad aver attraversato lo stretto è quella che fa capo a Petronet: gli altri armatori preferiscono avere maggiori certezze prima di partire, considerata anche la presenza di mine navali nell’area.
Ci vorrà del tempo per smaltire il traffico navale accumulatosi nello stretto di Hormuz in questi oltre tre mesi di guerra, anche perché il tempo medio di attraversamento della via d’acqua è di otto ore circa. In condizioni normali, per lo stretto di Hormuz transitano centotrentacinque imbarcazioni al giorno.







