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Von Der Leyen

Cosa farà l’Ue per salvare i produttori di pannelli solari dalla Cina?

La Commissione europea sta valutando diverse misure di sostegno ai produttori di pannelli solari, che non riescono a reggere la concorrenza con i volumi e i prezzi cinesi. Ma non tutta l'industria Ue è favorevole ai dazi: ecco perché.

La Commissione europea sta pensando di introdurre delle misure emergenziali di supporto all’industria manifatturiera europea di pannelli solari per proteggerla dalla concorrenza dei dispositivi cinesi a basso prezzo.

Nelle ultime settimane ben quattro fabbriche europee di componentistica fotovoltaica hanno chiuso o hanno annunciato l’intenzione di farlo: una brutta notizia per l’Unione, considerato il grande ruolo che l’energia solare – la più facilmente installabile tra le fonti rinnovabili – dovrà avere nella transizione ecologica, e più nello specifico nella decarbonizzazione del mix elettrico.

CHI ACCUSA LA CINA

I rappresentanti dell’industria solare europea accusano la Cina di essere la responsabile di questa crisi. Johan Lindahl, segretario generale dell’European Solar Manufacturing Council, ha detto ad esempio che “c’è un’enorme sovraccapacità globale e i produttori europei non possono vendere i [loro] prodotti senza subire enormi perdite. Dobbiamo affrontare la minaccia cinese”.

La Cina è nettamente la maggiore produttrice al mondo non solo di pannelli fotovoltaici, ma di tutti i materiali (come il polisilicio) e i componenti intermedi necessari alla manifattura di questi dispositivi.

COSA FARÀ BRUXELLES PER SOSTENERE L’INDUSTRIA EUROPEA DEI PANNELLI SOLARI?

Dei funzionari europei hanno detto al Financial Times che le misure di sostegno all’industria solare comunitaria discusse dalla Commissione potrebbero prevedere un’indagine anti-dumping sui pannelli provenienti dalla Cina – simile a quella già avviata sui veicoli elettrici -, che potrebbe portare all’imposizione di dazi commerciale; oppure degli incentivi economici ai singoli governi affinché possano mantenere in attività le fabbriche in crisi.

Tra queste ultime c’è quella di Freiberg, in Germania, di Meyer Burger: si tratta di una delle più grandi fabbriche europee di moduli solari, con circa cinquecento lavoratori. La società ha fatto sapere che, in mancanza di aiuti pubblici, lo stabilimento potrebbe venire chiuso – forse già ad aprile – e gli investimenti si concentreranno sugli Stati Uniti, che hanno un contesto più attraente. In un comunicato, Meyer Burger ha dichiarato che il “forte aumento della sovraccapacità produttiva cinese e le restrizioni commerciali imposte da India e Stati Uniti [nei confronti della Cina, ndr] hanno portato a un significativo eccesso di offerta e a una distorsione senza precedenti del mercato solare europeo nel 2023″.

Secondo uno dei funzionari, la Commissione è “al corrente delle difficoltà” vissute dall’industria solare e sta prendendo in considerazione “tutte le opzioni” di natura commerciale per sostenerla. Ma la situazione, a detta dell’European Solar Manufacturing Council, è critica: i produttori sono “sull’orlo del baratro” e la maggior parte della manifattura europea di dispositivi fotovoltaici potrebbe venire cancellata nel giro di tre mesi. Lindahl ha spiegato che o le aziende “saranno costrette a dichiarare bancarotta”, oppure “quelle in possesso delle risorse si trasferiranno negli Stati Uniti” per accedere ai ricchi crediti d’imposta offerti dall’Inflation Reduction Act ai produttori di tecnologie pulite.

L’INDUSTRIA EUROPEA È DIVISA SUL DA FARSI

Secondo l’European Solar Manufacturing Council, Bruxelles deve implementare delle misure di difesa commerciale dalla Cina, limitando le importazioni, alzando le tariffe oppure avviando un’indagine anti-sovvenzioni o anti-dumping.

Ma SolarPower Europe, un’altra associazione industriale – tra i suoi membri, però, compare una società cinese: Huawei -, è contraria alle ritorsioni commerciali. Piuttosto, chiede alla Commissione europea di modificare le regole sugli aiuti di stato e sulle garanzie al credito perché pensa che l’imposizione di dazi avrebbe ripercussioni negative sull’andamento della transizione ecologica, che si farebbe più costosa e difficile. Ad oggi, infatti, l’Europa produce internamente meno del 3 per cento dei pannelli necessari al raggiungimento degli obiettivi sull’energia solare al 2030. Già entro il 2025 il blocco dovrà aver installato 320 gigawatt di fotovoltaico.

ALL’EUROPA MANCA UNA STRATEGIA INDUSTRIALE?

Secondo Henning Rath, che gestisce la supply chain di Enpal, azienda tedesca che installa impianti solari, i pannelli cinesi non sono soltanto i più economici, ma anche i più qualitativi. Pensa poi che all’Europa manchi una “strategia industriale di lungo periodo” per l’industria rinnovabile paragonabile a quelle messe in atto da paesi come la Cina o l’India.

Lo scorso ottobre la Commissione europea aveva annunciato un pacchetto di aiuti all’industria eolica, in difficoltà per via della numerosa ed economica concorrenza cinese, anche in questo caso. Le misure di sostegno prevedono una semplificazione delle procedure autorizzative e garanzie finanziarie ai produttori di turbine attraverso la Banca europea per gli investimenti.

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