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Perché l’Ue rischia la disfatta anche sull’eolico

L'industria eolica europea è in difficoltà per via dell'inflazione, delle lungaggini autorizzative e dell'agguerrita concorrenza della Cina. Von der Leyen ha annunciato un piano di sostegno: tutti i dettagli.

L’industria europea dell’energia solare è in difficoltà: l’afflusso massiccio di pannelli fotovoltaici a basso costo dalla Cina sta spingendo le aziende del Vecchio continente sull’orlo della bancarotta. Anche l’industria dell’eolico, un altro settore fondamentale per la transizione ecologica, non se la passa bene. E anche in questo caso, c’entra la Cina.

Nell’Unione europea le procedure autorizzative, spesso lunghe e complesse, stanno rallentando le installazioni dei parchi eolici e aumentando la pressione economica sui costruttori di turbine, che avrebbero bisogno di rientrare degli investimenti nell’innovazione tecnologica (pale più grosse ed efficienti) e che oggi sono ulteriormente appesantiti dall’inflazione e dall’aumento dei prezzi delle materie prime.

LA CINA HA IL VENTO IN POPPA SULL’EOLICO

La concorrenza cinese, intanto, si fa sempre più agguerrita. Il primo posto della classifica mondiale dei fabbricatori di turbine è europeo, ma le società cinesi stanno avanzando: subito dietro la danese Vestas c’è infatti Goldwind, che ha superato la tedesco-spagnola Siemens Gamesa. Nel 2018 le aziende europee controllavano il 55 per cento del mercato eolico globale, ma nel 2022 sono calate al 42 per cento; nello stesso periodo, quelle cinesi sono cresciute dal 37 al 56 per cento.

Le turbine cinesi costano la metà di quelle occidentali e offrono condizioni di pagamento posticipato molto vantaggiose per gli sviluppatori di progetti rinnovabili, abituati ad aspettare anni prima dell’entrata in funzione degli impianti.

Ciononostante, il mercato eolico dell’Unione europea non ha ceduto alla Cina, ma c’è chi pensa che sia solo questione di tempo, considerato il dominio di Pechino sulla filiera del vento. Nell’eolico a terra, la Cina concentra nelle sue mani il 60 per cento della produzione mondiale delle pale, il 61 per cento delle navicelle e il 54 per cento delle torri che compongono le turbine; nell’eolico in mare, le quote sono rispettivamente dell’84 per cento, 72 per cento e 53 per cento. La Cina vale inoltre l’85 per cento della raffinazione globale di terre rare, un gruppo di metalli essenziali per i magneti inseriti nelle turbine.

LA RISPOSTA DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Durante il discorso sullo stato dell’Unione, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha definito l’industria eolica “un esempio di successo europeo, ma attualmente si trova a far fronte a un insolito insieme di problemi”. Ha anticipato che verrà presentato “un pacchetto europeo per l’energia eolica” che prevedrà un’accelerazione delle procedure autorizzative degli impianti, un miglioramento dei sistemi d’asta e un maggiore accesso ai finanziamenti. Verrà inoltre data attenzione allo sviluppo di “catene di approvvigionamento stabili”. I dettagli, tuttavia, non sono chiari.

UNA DOPPIA SFIDA INDUSTRIALE

L’Unione europea non deve guardarsi solo dalla Cina, peraltro, ma anche dagli Stati Uniti, che attraverso l’Inflation Reduction Act – la legge da 369 miliardi di dollari sullo stimolo alla manifattura di tecnologie pulite – vogliono diventare un grande polo industriale di tutti i dispositivi necessari alla transizione ecologica: turbine eoliche, ma anche pannelli solari, batterie, veicoli elettrici, elettrolizzatori per l’idrogeno e altro ancora.

Per non perdere questa sfida industriale e diventare dipendente dalle importazioni, “è importante che la Commissione europea agisca sui principali colli di bottiglia dell’industria per non replicare il fallimento del solare in quello che è l’unico settore delle tecnologie pulite nel quale al momento abbiamo un certo vantaggio comparativo”, ha detto a Bloomberg Simone Tagliapietra, analista del think tank Bruegel.

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