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Più rinnovabili o più carbone? Le conseguenze energetiche della guerra all’Iran

La guerra all'Iran ha causato la seconda crisi energetica globale degli ultimi cinque anni. Crescono gli investimenti nelle rinnovabili e nell'elettrificazione, ma il vero vincitore - soprattutto in Asia - è il carbone. Numeri e dettagli.

La guerra all’Iran, con la chiusura dello stretto di Hormuz e il rialzo dei prezzi dei combustibili fossili, ha causato la seconda crisi energetica globale degli ultimi cinque anni, dopo quella del 2022 successiva all’invasione russa dell’Ucraina. Secondo Xavier Barbaro, amministratore delegato della società francese Neoen, la crisi attuale stimolerà gli investimenti nelle fonti di energia “locali” come l’eolico e il solare, che non dipendono da input esterni, ma non imprimerà un’accelerazione fortissima alla transizione ecologica.

Del resto, già l’ondata green sollevatasi con la guerra in Ucraina si è esaurita relativamente presto e non ha realizzato quel cambiamento strutturale che alcuni avevano sperato: le fonti low-carbon non hanno rimpiazzato le fonti fossili nella generazione elettrica, cioè, e il gas naturale rimane fondamentale.

– Leggi anche: La crisi nel golfo Persico fa schizzare le esportazioni di petrolio degli Stati Uniti

PIÙ CARBONE IN ASIA…

La chiusura dello stretto di Hormuz e la difficoltà di accesso agli idrocarburi prodotti nel golfo Persico si sono rivelate un problema soprattutto per l’Asia orientale, più nello specifico per la Cina, il Giappone, la Corea del sud, l’India e il Pakistan. Ma questi paesi non hanno reagito alla crisi installando molti più parchi eolici e fotovoltaici, bensì bruciando più carbone in sostituzione del gas. Le centrali che utilizzano questi due combustibili sono simili, infatti: producono elettricità in maniera stabile e continuativa, permettendo il bilanciamento costante di domanda e offerta; lo fanno, però, rilasciando gas serra, e le emissioni del carbone sono superiori a quelle del gas.

Il vantaggio del carbone è dato dal suo basso prezzo e soprattutto dal fatto che il suo commercio non passa per lo stretto di Hormuz, che invece è fondamentale per il trasporto gasifero marittimo. Secondo la società di consulenza Rystad Energy, la regione dell’Asia-Pacifico consumerà 150 milioni di tonnellate aggiuntive di carbone entro il 2030; l’anno scorso ne ha già consumate circa 7,2 miliardi.

Il carbone è già – e di gran lunga – la fonte più utilizzata per la produzione di elettricità in Asia, con una media del 40-50 per cento a livello regionale. Nel 2024, il 74 per cento dell’energia elettrica dell’India è stata generata con il carbone, il 57 per cento in Cina, il 32 per cento in Giappone e il 30 per cento in Corea del sud.

– Leggi anche: Urea dal carbone: così la Cina si protegge dalla crisi del gas e dei fertilizzanti

… MA ANCHE PIÙ PANNELLI SOLARI

D’altra parte – come sottolinea il Financial Times -, è vero che negli ultimi mesi c’è stato un aumento significativo delle installazioni di impianti solari residenziali a livello globale. Per esempio, nel primo trimestre dell’anno l’India ha aggiunto 2,7 gigawatt di capacità solare sui tetti degli edifici, più del doppio rispetto al periodo precedente. Gli Stati Uniti, invece, hanno installato quasi 1,2 GW.

Nel primo quadrimestre del 2026, poi, le Filippine sono diventate la seconda destinazione principale delle esportazioni cinesi di dispositivi solari – Pechino è il paese nettamente dominante lungo la filiera fotovoltaica – e hanno approvato in tempi ristretti la realizzazione di oltre venti progetti solari, eolici e idroelettrici di grossa taglia.

E IN EUROPA?

In Europa, nonostante gli impegni di sostenibilità ambientale e gli aiuti alla generazione rinnovabile, la crisi energetica legata alla guerra all’Iran ha avuto effetti “meno trasformativi” rispetto alla guerra in Ucraina, secondo Adair Turner. L’imprenditore e accademico britannico ha detto al Financial Times di essere “abbastanza fiducioso” che questa crisi “darà almeno un impulso da lieve a moderato alla transizione energetica, in particolare in Asia. Se si tratterà di un punto di svolta significativo, credo sia ancora troppo presto per dirlo”.

L’ELETTRIFICAZIONE

La ministra del Clima dei Paesi Bassi, Stientje van Veldhoven, ha invitato i governi a “creare le condizioni necessarie affinché le imprese possano elettrificarsi investendo nelle reti, fornendo adeguati incentivi finanziari e sostenendo l’innovazione”. Un sondaggio condotto a livello mondiale su quasi duemila aziende ha evidenziato come queste ultime stiano lavorando per elettrificare le loro attività in modo da ridurre l’esposizione alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili. Ma ci vorranno anni, probabilmente, prima che questi progetti di investimento si concretizzino.

L’Agenzia internazionale dell’energia ritiene che la crisi attuale rinnoverà l’interesse per le risorse energetiche interne e locali, come le fonti rinnovabili e il nucleare, ma potenzialmente anche il carbone. L’organizzazione prevede per il 2026 investimenti da 2200 miliardi di dollari nell’elettrificazione, nell’efficientamento energetico, nelle rinnovabili, nel nucleare, nell’accumulo energetico e nei combustibili low-carbon: è una cifra quasi doppia rispetto a quella destinata alle fonti fossili.

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