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Urea dal carbone: così la Cina si protegge dalla crisi del gas e dei fertilizzanti

La guerra nel golfo Persico non sta avendo un impatto solo sui combustibili fossili, ma anche sui fertilizzanti. La Cina è un'esportatrice di fertilizzanti ma è dipendente dalle importazioni di gas: negli anni, però, ha perfezionato un processo per produrre urea dal carbone che la rende quasi autosufficiente.

La guerra all’Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz si stanno ripercuotendo non soltanto sui prezzi dei combustibili fossili, ma anche sul mercato dei fertilizzanti per l’agricoltura. È noto che nello stretto di Hormuz, in condizioni normali, passa ogni giorno circa un quinto di tutto il gas naturale e del petrolio trasportati per mare. Ma per questa via d’acqua transita anche un terzo del commercio globale di fertilizzanti: la regione del golfo Persico è infatti un rilevantissimo polo produttivo di urea e ammoniaca, tra i principali componenti dei fertilizzanti azotati che favoriscono la crescita delle piante.

COSA C’ENTRA LA CINA

La crisi dei prezzi e degli approvvigionamenti di fertilizzanti mette in difficoltà anche l’Europa. Esistono delle alternative alle forniture dal Medioriente, ma non sono facilmente percorribili: tra i principali paesi esportatori di fertilizzanti ci sono infatti la Russia e la Cina.

– Leggi anche: La Russia si prepara a fare cassa con i fertilizzanti?

Nel 2025 le esportazioni cinesi di questi prodotti sono valse più di 13 miliardi di dollari, ma Pechino tende a monitorarne le vendite all’estero – ed eventualmente a limitarle – in modo da garantire prezzi bassi ai propri agricoltori, tutelando la sicurezza alimentare ed energetica. A questo proposito, per la Cina la guerra nel golfo Persico è un problema: è il paese che importa più gas naturale e più petrolio al mondo ed è anche dipendente dalle forniture che passano per lo stretto di Hormuz; in altre parole, è minacciata dall’aumento dei prezzi degli idrocarburi e dalle eventuali carenze di questi combustibili.

LA CINA LIMITA LE ESPORTAZIONI

Secondo Reuters, il 50-80 per cento delle esportazioni cinesi di fertilizzanti – che si dirigono principalmente in Asia e in Sudamerica: ad esempio in Brasile, in Indonesia e in Thailandia – sono soggette a restrizioni. È evidente che Pechino, come detto, voglia salvaguardare il proprio mercato interno dall’instabilità internazionale.

L’AUTOSUFFICIENZA CINESE NELL’UREA: C’ENTRA IL CARBONE

La Cina, peraltro, è pressoché autosufficiente nella produzione di urea, un fertilizzante ad alto contenuto di azoto: l’azoto è un elemento fondamentale per la crescita delle piante, che non possono ottenerlo “naturalmente” – a differenza dell’ossigeno e del carbonio, che “prelevano” dall’aria e dall’acqua – ma devono riceverlo dal terreno e dai fertilizzanti. Oltre all’azoto, altri nutrienti essenziali per le piante sono il fosforo e il potassio: l’urea non ne contiene.

A differenza della Russia, del Qatar o dell’Arabia Saudita, la Cina non produce l’urea – che è un fertilizzante inorganico – utilizzando il gas naturale, ma il carbone. In questo modo riesce a proteggersi dagli aumenti dei prezzi del gas e dalle crisi delle forniture, andando a sfruttare un combustibile economico e di cui possiede vaste riserve.

Ecco perché oggi in Cina i prezzi dell’urea sono un terzo dei riferimenti internazionali; questi ultimi sono cresciuti all’incirca del 70 per cento dall’inizio della guerra all’Iran.

COME FUNZIONA LA PRODUZIONE DI UREA DAL CARBONE

Produrre urea dal carbone, anziché dal gas, non è troppo diverso. A cambiare è soprattutto la fase iniziale del processo: il carbone viene trasformato in gas di sintesi, o syngas, attraverso un processo di gassificazione che prevede temperature elevate e la presenza di ossigeno e vapore. Anche il gas naturale impiegato nella produzione dell’urea deve essere prima trasformato in syngas ma segue un processo diverso, detto steam reforming.

Sia nella gassificazione che nello steam reforming, comunque, si ottiene idrogeno e anidride carbonica: l’idrogeno viene combinato all’azoto (estratto dall’aria) per formare l’ammoniaca, la quale viene unita all’anidride carbonica per formare l’urea.

Quasi l’80 per cento dell’urea prodotta in Cina viene ottenuta dal carbone.

IL CONSUMO DI CARBONE È UN PROBLEMA PER L’AZIONE CLIMATICA

Il carbone, però, è un combustibile fossile molto più emissivo del gas naturale. La Cina è il paese che emette più CO2 al mondo (vale oltre il 30 per cento del totale globale) e quello che consuma più carbone (più di ogni altra nazione al mondo messo insieme).

L’industria chimica cinese utilizza 380 milioni di tonnellate di carbone, una quantità superiore ai consumi totali del Giappone, per esempio, o dell’Indonesia. Peraltro le previsioni dell’Agenzia internazionale dell’energia – riportate da Bloomberg – dicono che il settore cinese del coal-to-chemicals crescerà nei prossimi a un tasso del 5-10 per cento.

NON SOLO FERTILIZZANTI

Il processo utilizzato dalla Cina per produrre l’urea dal carbone è quello di Fischer-Tropsch: risale al 1925 e durante la Seconda guerra mondiale permise al regime nazista di creare combustibile liquido dal carbone anziché dal petrolio straniero. Pechino ha innovato il processo di Fischer-Tropsch e oggi lo applica anche alla produzione di prodotti petrolchimici, come le olefine per le plastiche.

SICUREZZA ENERGETICA E OCCUPAZIONE

Ricapitolando, al netto delle emissioni di CO2, alla Cina conviene utilizzare il carbone nell’industria chimica perché le permette di “risparmiare” il gas naturale e il petrolio di importazione, destinandoli ad altri usi, e contemporaneamente di garantire l’occupazione nei territori minerari della Mongolia interna e nelle province di Shanxi e Shaanxi.

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