Energia

Ecco come Eni surfa fra Libia, Iran, Iraq, Egitto ed Emirati Arabi Uniti

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Tutte le ultime mosse di Eni

Continua il riposizionamento strategico di Eni sullo scacchiere internazionale, in particolare in Nord Africa e in Medio Oriente. Complice l’intricata situazione in Libia, ma anche in Iran, il Cane a sei zampe sta piano piano muovendo le pedine in Paesi relativamente più sicuri, a cominciare con i recenti accordi in Iraq, Algeria e consolidando quelle esistenti con Egitto ed Emirati Arabi. Con un occhio anche a Oman e Bahrein.

ENI SI RAFFORZA IN IRAQ

Partiamo dall’Iraq. Del campo di Zubair, del futuro e delle attività in corso nel paese, e di progetti sociali, hanno parlato ieri il vice primo ministro iracheno, Thamir A. Al Ghadhban, e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi a Baghdad, dove si sono incontrati per uno scambio di vedute. L’ad di Eni ha illustrato le attività in corso nel paese alla luce dei recenti risultati dello sviluppo del campo Zubair. Il progetto, realizzato da Eni Iraq BV con Basra Oil Company (BOC), ha segnato lo sviluppo rapido di uno dei più grandi giacimenti petroliferi nella regione meridionale di Bassora, con oltre 1 miliardo di barili di olio equivalente prodotti dalla firma del contratto.

I DETTAGLI ENI SU ZUBAIR

La produzione di Zubair è aumentata di oltre il 100% negli ultimi quattro anni e una nuova centrale elettrica da 380MW che genererà energia per il consumo interno è attualmente in fase di messa in esercizio con avvio previsto per questa estate. I due hanno inoltre discusso le opportunità future e l’avanzamento dei progetti sociali attualmente in corso nella regione di Bassora nei settori dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, dell’accesso all’energia e dell’acqua potabile. Da non dimenticare che Eni è uno dei principali operatori internazionali di petrolio e gas nel Paese, dove attualmente produce circa 500.000 barili di petrolio equivalente giorno e prevede di investire ulteriori 7 miliardi di dollari nel progetto di sviluppo del campo di Zubair.

GLI ACCORDI IN ALGERIA

Il 25 aprile scorso era stata la volta della firma tra Descalzi e il presidente della compagnia di Stato algerina Sonatrach, Rachid Hachichi, di un memorandum per definire in tempi brevi il rinnovo per i prossimi anni del contratto di fornitura di gas e degli accordi relativi al trasporto attraverso il gasdotto che attraversa il Mar Mediterraneo.

COME AVANZA HAFTAR IN LIBIA

Ma come mai questo riposizionamento geostrategico? La situazione in Libia in primis, dove la compagnia italiana ricava il 15% della sua produzione. Attualmente il maresciallo Haftar ha posto sotto il suo controllo gran parte dell’industria petrolifera libica: nelle scorse settimane l’Lna ha preso il controllo non solo delle cittadine strategiche del Fezzan, la grande regione desertica centro meridionale, ma anche dei suoi pozzi petroliferi. Come già scritto su Start Magazine si tratta di Sharara, il giacimento più grande di tutta la Libia, gestito dalla Noc in collaborazione con la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca Omv e la norvegese Equinor che produce 315 mila barili al giorno; e di el-Feel, il giacimento Elephant dove opera invece Eni che estrae 80mila barili al giorno.

LE TENSIONI IN LIBIA CHE SI RIVERBERANO SU ENI

Insieme, i due siti raggiungono quasi la metà della produzione nazionale. Sotto il governo della Cirenaica anche il bacino della Sirte con i due grandi terminal petroliferi di Ras Lanuf e El-Sider. Cosa resta invece ad Al Sarraj? Nel territorio controllato dal Governo di Tripoli restano assets petroliferi come i giacimenti offshore di Bouri (per il 50% di Eni, ndr) e di al-Jurf (per il 27% in mano a Total), capaci di produrre poco più 100 mila barili al giorno. Oltre al giacimento di gas naturale di Wafa che è controllato da Eni e NOC. E senza dimenticare che il Cane a sei zampe gestisce anche la Mellitah Oil and Gas Company e il relativo terminal da cui parte il Greenstream il gasdotto che collega la Libia all’Italia. In questo caso si tratta di una zona ancora contesa, formalmente in mano al governo di Tripoli ma a 20 km da Zwara, una sorta di enclave lungo la vecchia via Balbia, fedele a Tripoli mentre il territorio circostante è in mano ad Haftar.

COME SI MUOVE L’ENI NEGLI EMIRATI ARABI UNITI E NON SOLO

Queste prospettive, cui si aggiungono le questioni libiche, danno corpo allo spostamento degli interessi di Eni sempre più verso il Medio Oriente dove una maggiore sicurezza nelle forniture per l’azienda italiana potrebbe arrivare dalla zona del Golfo Persico, geopoliticamente più stabile. Lo testimoniano le ultime operazioni del Cane a sei zampe nel giro di poco meno di un anno, con un’accelerazione negli ultimi tempi: negli Emirati Arabi Uniti il gruppo guidato dall’ad, Claudio Descalzi, ha siglato diverse intese a metà gennaio, assicurandosi due concessioni con i thailandesi di Pttep e l’acquisizione del 20% di Adnoc Refining, il colosso statale degli Emirati, che consentirà al gruppo di aumentare del 35% la sua capacità di raffinazione. Nell’Emirato di Sharjah, Eni ha acquisito i diritti esplorativi di alcune aree onshore, in Bahrain l’azienda ha firmato un memorandum per esplorare un’area offshore mentre in Oman l’azienda ha siglato un contratto con Ooecp e lavorerà con Bp su un altro blocco. Da non dimenticare, infine, che gli Emirati, con Egitto e Russia, appoggiano in Libia il generale Haftar, numero uno in Cirenaica, in competizione con il governo tripolino voluto dall’Onu e presieduto dal premier Al-Serraj, ma ben poco stabile e accettato da tutto il Paese.

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