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Cina Terre Rare

Cosa fa la Cina per tenere in pugno le terre rare

La Cina ha annunciato un nuovo regolamento per accentrare il controllo statale sulle terre rare, necessarie per la transizione energetica e per la difesa. Fatti e commenti.

La Cina ha approvato un nuovo regolamento sull’estrazione, la lavorazione e la distribuzione delle terre rare che avrà l’effetto di rafforzare il controllo statale su un settore considerato strategico. Le terre rare, infatti – un gruppo di diciassette elementi metallici, come lo scandio e il neodimio -, si utilizzano nella produzione di dispositivi elettronici, magneti per veicoli elettrici e turbine eoliche, armamenti e non solo: sono dunque dei materiali cruciali sia per le transizioni energetica e digitale, sia per il comparto della difesa.

LE NUOVE NORME DELLA CINA SULLE TERRE RARE

Le nuove norme cinesi entreranno in vigore dal 1 ottobre prossimo e affermano la proprietà pubblica delle terre rare, che non possono venire rivendicate né da organizzazioni né da singoli individui. Lo stato si occuperà “dell’estrazione protettiva della risorsa”, come riporta Bloomberg.

Nel comunicato del Consiglio di stato cinese – ovvero il governo – si legge che le agenzie governative prenderanno il controllo delle attività di estrazione e raffinazione delle terre rare, oltre a istituire un sistema di tracciabilità di questi prodotti.

LA CREAZIONE DI CHINA RARE EARTH GROUP

La Cina possiede un semi-monopolio sulla raffinazione non solo delle terre rare – si stima che valga da sola il 70 per cento della produzione globale di questi elementi -, ma anche di altri minerali critici per le transizioni ecologica e digitale come il litio e la grafite. Per rafforzare la sua presa sul mercato delle terre rare, nel 2021 Pechino ha approvato la creazione di una grossa società mineraria, chiamata China Rare Earth Group, attraverso la fusione di varie aziende (come China Minmetals, Aluminium Corp. of China e Ganzhou Rare Earth Group).

L’obiettivo di questa operazione – come scrivevamo su Startmag – è triplice. Attraverso China Rare Earth Group, innanzitutto, la Cina vuole aumentare la propria attraverso la capacità di stabilire i prezzi delle terre rare. La fusione serve poi a rendere più efficiente la filiera, evitando conflitti tra i vari operatori cinesi. L’obiettivo finale, somma dei due precedenti, è complicare gli sforzi dell’Occidente (soprattutto degli Stati Uniti) per guadagnare quote in questo mercato, ridurre la dipendenza da Pechino e proteggersi da eventuali “utilizzi geopolitici” delle forniture.

L’ANALISI DI TORLIZZI

Gianclaudio Torlizzi, analista per T-Commodity e consigliere del ministro della Difesa sulle materie prime, ha commentato così le nuove norme cinesi sulle terre rare:

Pechino […] ha annunciato nuove misure che accentreranno totalmente nelle mani del governo il controllo sull’offerta di terre rare. Rivedere drasticamente il Green Deal è condizione necessaria per perseguire una reale autonomia strategica ed evitare di finire strangolati.

Ad oggi l’Unione europea praticamente non possiede né capacità minerarie né industriali sulle terre rare e sui prodotti derivati (come i magneti al neodimio) ed è dunque dipendente dalla Cina.

Stando alle stime citate dal Financial Times, Pechino vale il 70 per cento dell’estrazione mondiale di terre rare, l’87 per cento della loro lavorazione e il 91 per cento della raffinazione; il paese produce il 94 per cento dei magneti in terre rare, presenti nelle turbine eoliche e nelle auto elettriche.

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