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Cosa fa il Canada per stuzzicare gli Stati Uniti sul petrolio

Canada Petrolio

Il premier dell’Alberta, la provincia del Canada che ospita le terze riserve di petrolio più grandi al mondo, è andato negli Stati Uniti per promuovere la cooperazione energetica e la costruzione di oleodotti. Tutti i dettagli

Martedì il premier dell’Alberta – la provincia nell’ovest canadese con le terze riserve di petrolio più grandi al mondo – Jason Kenney ha tenuto un’audizione alla commissione Energia del Senato americano per parlare della cooperazione energetica tra i due paesi. Ha detto che il Canada potrebbe aumentare la capacità di esportazione petrolifera verso gli Stati Uniti di oltre un milione di barili al giorno nel giro di due anni, e ha insistito sulla necessità di costruire un nuovo oleodotto transfrontaliero per agevolare i flussi.

LE STIME DI KENNEY

Stando a Kenney, il Canada potrebbe spedire a sud 200mila barili di greggio in più utilizzando le ferrovie; a questi potrebbero poi aggiungersi, l’anno prossimo, un massimo di 400mila barili grazie ai lavori di efficientamento tecnico degli impianti. In ultimo, il completamento dell’oleodotto Trans Mountain (dall’Alberta alla costa ovest del paese) sul finire del 2023 dovrebbe espandere la capacità di esportazione canadese di 600mila barili al giorno.

Le stime del governo federale di Ottawa dicono che nel 2022 le esportazioni petrolifere via condotte del Canada aumenteranno di 300mila barili al giorno.

AFFIDABILITÀ E SICUREZZA ENERGETICA

Kenney ha dichiarato che la realizzazione di un altro oleodotto con il Canada permetterebbe agli Stati Uniti di liberarsi definitivamente dalle importazioni energetiche dai “regimi ostili”. Ha aggiunto che il presidente Joe Biden sta supplicando l’Arabia Saudita affinché aumenti l’offerta di barili per compensare l’estromissione dal mercato del greggio russo. Secondo il premier dell’Alberta, la Casa Bianca avrebbe dovuto piuttosto rivolgersi al Canada: è un paese amico, Calgary è molto più vicina agli Stati Uniti di Riad e non c’è bisogno di schierare la Quinta flotta (quella che monitora il golfo Persico e i mari Rosso e Arabico) per pattugliare la regione dei Grandi laghi, dove passano alcune importanti condotte canadesi.

In realtà, gli Stati Uniti sono già pressoché indipendenti dal Medioriente per il petrolio. Messa da parte la ricca produzione interna – il paese è infatti il primo produttore petrolifero al mondo -, il greggio importato dagli Stati Uniti arriva per il 62 per cento dal Canada e per il 10 per cento dal Messico, due nazioni alleate e interne al Nordamerica. La quota dell’Arabia Saudita è solo del 6 per cento, e quella della Russia del 3.

PERCHÉ UN NUOVO OLEODOTTO È IMPROBABILE

Kenney vorrebbe un nuovo oleodotto tra Canada e Stati Uniti, che avvantaggerebbe l’industria petrolifera dell’Alberta. Ma difficilmente le sue speranze si realizzeranno. Anche perché il ministro canadese delle Risorse naturali Jonathan Wilkinson, intervenuto anche lui a Washington nei giorni scorsi, ha dichiarato che non ci sono discussioni in tal senso tra l’amministrazione Biden e quella di Justin Trudeau, e che concentrarsi eccessivamente sui combustibili fossili rischia di compromettere la transizione alle energie “pulite” e gli obiettivi climatici.

Una delle prime mosse di Biden da presidente, peraltro, è stata proprio la cancellazione di un oleodotto tra Stati Uniti e Canada: il Keystone XL, che avrebbe dovuto collegare la città di Hardisty nell’Alberta fino a Steele City in Nebraska, passando attraverso gli stati di Montana e South Dakota. Da Steele City la condotta si sarebbe allacciata alle tubature già esistenti, permettendo così il trasporto del greggio canadese fino alle raffinerie americane sulla costa del golfo del Messico, progettate apposta per lavorare qualità di quel tipo. Nell’ordine esecutivo emesso dal presidente si leggeva che il Keystone XL è contrario all’interesse nazionale statunitense e che mina la credibilità di Washington nella lotta al riscaldamento globale. Anche se il contesto è mutato, l’amministrazione Biden non vuole comunque resuscitare la condotta.

Lo stato americano del Michigan, governato dal Partito democratico, vorrebbe peraltro mettere al bando un altro oleodotto canadese per ragioni di impatto ambientale: il Line 5 di Enbridge. A differenza del Keystone XL, questa tubatura è estremamente rilevante per la sicurezza energetica canadese, oltre a rifornire di carburante il Michigan e l’aeroporto di Detroit.

Oltre a quella statunitense, il Canada deve fare i conti anche con l’opposizione interna agli oleodotti, proveniente principalmente dai gruppi ambientalisti e da alcune comunità di nativi contrarie allo sfruttamento dei propri territori.

Il Canada esporta ogni giorno circa 3,8 milioni di barili di petrolio verso gli Stati Uniti, nettamente lo sbocco principale. Fino a poco fa l’Alberta doveva fare i conti con una carenza infrastrutturale che impediva al greggio di “uscire” dalla provincia e raggiungere i mercati. La situazione si è risolta con l’avvio dei lavori all’oleodotto Line 3 di Enbridge, che ha permesso il bilanciamento tra la capacità di export e i livelli dell’output.

GUARDARE AL FUTURO

Il ministro Wilkinson, intervistato da Reuters, ha dichiarato che le sue discussioni con la Casa Bianca sono “più lungimiranti”: vanno cioè al di là dei combustibili fossili e delle necessità immediate e si concentrano “sull’idrogeno, sui minerali critici e sulle tecnologie pulite”. Il Canada possiede riserve importanti di minerali per le batterie come il nichel e la grafite. L’Alberta, inoltre, con i suoi vasti giacimenti di gas naturale e le formazioni geologiche per lo stoccaggio di anidride carbonica può diventare un produttore importante di idrogeno blu.

Martedì, durante l’audizione di Kenney, il senatore statunitense Joe Manchin (è presidente della commissione Energia) ha detto che “non ha senso” spingere sui veicoli elettrici quando i componenti industriali di base sono controllati dalla Cina. Ha aggiunto che Stati Uniti e Canada devono lavorare insieme allo sviluppo di filiere per i minerali critici in Nordamerica.

Il mese scorso Biden ha invocato una legge dell’epoca della Guerra fredda proprio per stimolare la produzione, direttamente negli Stati Uniti, di minerali critici come rame, litio, nichel, grafite e cobalto. “Dobbiamo porre fine alla nostra dipendenza a lungo termine dalla Cina e da altri paesi per gli input che alimenteranno il futuro”, dichiarò. Il piano della Casa Bianca fa affidamento sul contributo di Canada e Messico, in un’ottica di integrazione regionale e di friend-shoring.

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