Energia

Acea, Hera, Iren, Acsm-Agam e non solo. Ecco come M5S, Lega e analisti si schizzano sull’acqua pubblica

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Nella giornata mondiale dell’acqua, si riaccende il dibattito sulla riforma dell’acqua pubblica voluta dai 5 Stelle. Slitta la discussione della proposta Daga in Aula a Montecitorio. In Italia le società che gestiscono i servizi idrici sono, secondo i dati Arera, 2.033 (sono compresi anche i comuni). Tra le aziende che dovranno rinunciare a gestire i servizi idrici ci sono Acea, Hera, Iren Acqua, A2A ciclo idrico, 2i Rete Gas, Acsm-Agam, Ecotec, Gestione Acqua, Girgenti acque, Hidrogest, Ireti, Italgas acqua, Nuove acque, Publiacqua. Lo speciale di Start Magazine

Oggi tutti parlano di acqua ma in Aula a Montecitorio non approda per ora la riforma dell’acqua pubblica. Ieri il presidente della Camera Roberto Fico ha annunciato lo slittamento dell’avvio della discussione generale in Assemblea sulla pdl n. 52 per la gestione pubblica e partecipata del ciclo integrale delle acqua, a firma della deputata grillina Federica Daga.

A rallentare l’iter legislativo, l’assenza della relazione tecnica del governo e i 250 emendamenti arrivati in commissione, sia dall’opposizione con l’eccezione di Leu sia dalla maggioranza. La proposta baluardo dei 5 Stelle, inserita nel contratto di governo, non piace alle aziende del settore né tantomeno ai colleghi leghisti.

ACQUA PUBBLICA PRIMA STELLA DEI 5 STELLE

“L’acqua pubblica è la prima stella del Movimento. Porteremo in Parlamento un vero provvedimento sull’acqua pubblica. Credo che su questo tema il Movimento 5 stelle non sia disposto ad arretrare, io non sono disposto a farlo”, ha dichiarato il leader grillino Luigi Di Maio dopo le preoccupazioni emerse per gli emendamenti Lega al disegno di legge.

COSTA: “SULL’ACQUA NON SI PUÒ MASSIMIZZARE IL PROFITTO”

Per dimostrare appunto che sul tema dell’acqua pubblica non hanno intenzione di cedere, i 5 Stelle hanno colto l’occasione della Giornata mondiale dell’acqua con un convegno sul tema alla Camera. “Ci sono dei beni in cui la massimizzazione del profitto non si può perseguire. Bisogna cambiare la visione della tutela di quel bene, non dell’economia, se una attività è portatrice di interesse pubblico come lo è l’acqua, non si può massimizzare il profitto”, ha dichiarato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa intervenuto all’evento. Secondo i sostenitori della riforma, la massimizzazione del profitto sarebbe infatti il problema di fondo della gestione privata del servizio idrico. Ma in cosa consiste il ddl sull’acqua pubblica?

COSA PREVEDE LA RIFORMA DELL’ACQUA PUBBLICA

All’entrata in vigore della legge, tutte le aziende dovrebbero essere ripubblicizzate grazie a quote del ministero dell’Ambiente, interrompendo al 31 dicembre 2020 tutte le concessioni esistenti. La proposta di legge prevede inoltre la trasformazione dei gestori in società di diritto pubblico e il finanziamento del settore a carico della fiscalità generale, spostando la politica tariffaria dall’Arera al ministero dell’Ambiente.

LE AZIENDE COLPITE DALLE NUOVE NORME

Come scritto da Start Magazine, in Italia le società che gestiscono i servizi idrici sono, secondo i dati Arera, 2.033 (sono compresi anche i comuni). Tra le aziende che dovranno rinunciare a gestire i servizi idrici ci sono Acea, Hera, Iren Acqua, A2A ciclo idrico, 2i Rete Gas, Acsm-Agam, Ecotec, Gestione Acqua, Girgenti acque, Hidrogest, Ireti, Italgas acqua, Nuove acque, Publiacqua.

DITO PUNTATO CONTRO ARERA

Il secondo aspetto critico della riforma riguarda appunto l’autorità regolatrice. Dopo il referendum del 2011, il servizio idrico è stato regolato da un’unica autorithy nazionale (oggi Arera) e da 64 enti di gestione a cui si aggiungono i 148 Consorzi di Bonifica. Complessivamente, circa 200 soggetti. La Daga propone di frammentare il sistema, raddoppiando il numero degli enti coinvolti. Il testo della PdL prevede infatti di istituire un’autorità per ogni distretto idrografico (7 sul territorio nazionale), composto da uno o più bacini e sottobacini idrografici.

TENDENZA EUROPEA E MONDIALE ALLA RIPUBBLICIZZAZIONE

Durante l’ultimo giorno di audizioni in Commissione Ambiente, il Prof. Emanuele Lobina, ricercatore dello PSISU di Greenwich, ha ricordato come sia in Europa sia nel resto del mondo stia aumentando la tendenza alla ripubblicizzazione dovuta alle mancate promesse della gestione privata.

In particolare nel suo intervento Lobina ha esposto le difficoltà avute dalle città di Parigi e Berlino durante il periodo di privatizzazione della gestione del servizio idrico integrato.

Entrambe le città hanno subito aumenti tariffari spropositati, mancanza di trasparenza e mancanza dei giusti investimenti nelle reti.

LA RIPUBLICCIZZAZIONE A PARIGI

Alla scadenza concessioni delle due multinazionali Suez e Veolia, nel 2010 Parigi ha ripreso in mano il servizio idrico, abbassando le tariffe dell’8%. Durante gli anni della gestione privata (1985-2008) si è registrato un incremento tariffario del 174% oltre a una mancanza di trasparenza.

Il modello organizzativo del gestore pubblico (Eau de Paris) è l’equivalente dell’azienda speciale che ha dimostrato di mantenere una stabilità tariffaria negli anni a seguire oltre al reinvestimento degli utili e alti livelli di investimento certificati dalla Corte dei Conti francese.

E QUELLA A BERLINO

A Berlino la ripubblicizzazione è stata decisa nel 2011 in seguito a referendum municipale caratterizzato da forte mobilitazione sociale. La conseguente riduzione tariffaria del 17% è stata imposta dall’autorità antitrust federale per il periodo 2012-2018. Il nuovo gestore pubblico non ha fatto ricorso contro questa ingiunzione (diversamente dal gestore privato). Il livello degli investimenti è stato raddoppiato per il periodo 2013-2020. Nel 2018 la città di Berlino è diventata inoltre una «Blue Community» e ha promosso il principio del diritto umano all’acqua.

I COSTI DELLA RIFORMA

Best case europei a parte, nel nostro paese ci si continua a interrogare sui costi e oneri che comporterebbe una gestione pubblica e partecipata dell’acqua. La risposta è 7 miliardi di euro all’anno di oneri ricorrenti, cui si aggiungono altri 16 miliardi di euro una tantum. Sono i calcoli del Laboratorio Ref, gruppo di lavoro diretto da Donato Berardi. Per l’Istituto Bruno Leoni la riforma sull’acqua pubblica comporterebbe ingenti costi per lo Stato: si stima circa un punto di Pil per indennizzare gli attuali gestori. Numeri che vanno a rafforzare gli oppositori, impegnati nel naufragio della riforma sull’acqua pubblica.

 

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