Energia

Perché sindacati e aziende contestano il governo su acqua e rinnovabili

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Acqua

Mobilitazione dei sindacati del settore elettrico, acqua e gas contro tre norme: la riforma del codice degli appalti, la riforma del servizio idrico integrato e l’esclusione della geotermia dalle rinnovabili. Le critiche alla maggioranza M5s-Lega, la posizione delle aziende del comparto e la replica di M5s sul progetto di acqua pubblica

Ci sono norme che mettono d’accordo tutti. In questo caso nel contrastarle. Oggi i tre maggiori sindacati hanno indetto uno sciopero generale dei lavoratori del settore elettrico, acqua e gas proprio per opporsi a tre norme (in discussione o già discusse dal governo gialloverde). Si tratta della riforma del codice degli appalti, della riforma del servizio idrico integrato e dell’esclusione della geotermia dalla lista delle fonti rinnovabili.

Domani inizieranno infatti presso la commissione Ambiente della Camera le audizioni per le abbinate proposte di legge C. 52 Daga e C. 773 Braga in materia di una gestione pubblica partecipativa e trasparente del bene comune costituito dall’acqua.

Il mix delle citate misure sta incontrando l’opposizione di Filctem Cgil, Femca Cisl, Flaei Cisl e Uiltec Uil. Secondo le sigle, a rischio ci sono 70mila posti di lavoro. Anche Utilitalia, la federazione delle aziende italiane operanti nei servizi pubblici dell’acqua, ambiente, energia elettrica e del gas, è critica. Vediamo i dettagli.

LA NORMA DEL CODICE DEGLI APPALTI

La prima misura contestata è l’articolo 177, comma 1, del cosiddetto Codice degli appalti. La regola, che non trova alcun fondamento nella normativa europea di riferimento, dicono i critici, stabilisce che i titolari di concessioni (per le aziende del gas e dell’elettricità), già in essere al 18 aprile del 2016, dovranno affidare una quota pari a l’80% dei propri contratti relativi alle concessioni (28.000 addetti circa nel territorio nazionale), di importo pari o superiore a 150.000 euro, mediante procedura di evidenza pubblica. Per il restante 20% potranno ricorrere a controllate o collegate. Mancherebbe però un tessuto di imprese in grado di raccogliere queste attività.

A DISCAPITO DELLE AZIENDE

“Se la norma dovesse applicarsi – spiegano i sindacati – molte società si trasformerebbero in un sol colpo in piccole e medie società appaltatrici che dequalificherebbero servizi essenziali per la comunità, senza poter fare quegli investimenti necessari per modernizzare le infrastrutture energetiche e con un abbassamento generale dei livelli di sicurezza, visto che proprio negli appalti registriamo gli standard più bassi”.

Filctem, Femca, Flaei e Uiltec evidenziano che “i concessionari sarebbero sostanzialmente espropriati delle attività inerenti alla concessione, divenendo delle mere stazioni appaltanti prive di ruoli operativi e gestionali, e si determinerebbe una polverizzazione a favore di terzi”.

All’entrata in vigore della legge, tutte le aziende dovrebbero essere ripubblicizzate grazie a quote del Ministero Ambiente, interrompendo al 31 dicembre 2020 tutte le concessioni esistenti. Utilitalia calcola che tutto ciò avrebbe un costo di 15 miliardi per l’acquisizione delle quote, a cui aggiungere gli indennizzi per l’interruzione delle concessioni, più ulteriori 5 miliardi all’anno almeno per quattro anni per finanziare gli investimenti.

LA RIFORMA DAGA SUL SERVIZIO IDRICO INTEGRATO

La riforma “Daga” del servizio idrico integrato propone la ripubblicizzazione del sistema. Nella proposta di legge, si cita acqua gratuita per i clienti di bar e ristoranti, organizzazione in distretti e bacini, limiti e stop alle nuove concessioni, linee guida e per finire il finanziamento delle attività conseguenti alla riforma. I sindacati temono invece il ritorno alla costituzione di aziende speciali o enti di diritto pubblico modificando quanto previsto dalla Legge Galli del 1994 che organizzava il servizio idrico. Così facendo si rischia un blocco agli investimenti, circa 2,5 miliardi di euro e la perdita del contributo Pil con una ricaduta che influirà su circa 40 mila addetti nel settore lamentano i sindacati.

LA RISPOSTA DEL M5S

“I sindacati confederali, che oggi scioperano contro la proposta di legge sull’acqua pubblica, sono gli stessi che non hanno raccolto il nostro invito di metà ottobre a confrontarsi sul provvedimento attualmente all’esame della Camera” ha tenuto a precisare Federica Daga, deputata del Movimento 5 Stelle, relatrice del progetto di legge in questione. “I dubbi sulla natura di questa protesta riguardano il merito della rivendicazione: come si fa a contestare una legge che ancora non c’è, mentre si è consentito in questi decenni che il modello di gestione del servizio idrico creasse, in molti casi, inefficienze e precarietà da un lato e dividendi cospicui per pochi azionisti dall’altro? I sindacati preferiscono reti colabrodo e diritti negati a una gestione in grado di reinvestire gli utili per riammodernare le reti e assumere dunque più persone? Se così fosse farebbero il gioco dei grandi gruppi che vogliono lucrare sui beni comuni penalizzando la qualità del servizio”.

FINE DELL’ARERA?

Il secondo aspetto critico della riforma riguarda l’autorità regolatrice. Dopo il referendum del 2011, il servizio idrico è stato regolato da un’unica autorithy nazionale (oggi Arera) e da 64 enti di gestione a cui si aggiungono i 148 Consorzi di Bonifica. Complessivamente, circa 200 soggetti. La Daga propone di frammentare il sistema, raddoppiando il numero degli enti coinvolti. Il testo della PdL prevede infatti di istituire un’autorità per ogni distretto idrografico (7 sul territorio nazionale), composto da uno o più bacini e sottobacini idrografici.

L’ESCLUSIONE DELLA GEOTERMIA DALLE RINNOVABILI

Terzo motivo dello sciopero è il taglio agli investimenti alla geotermia previsto dalla bozza di decreto Fer 1, elaborata dal ministero dello Sviluppo economico, in cui si prevede l’esclusione della geotermia convenzionale dagli incentivi alle energie rinnovabili.

Se attuata, secondo i sindacati porterà “pesantissime conseguenze anche in questo settore, che vede una occupazione di oltre 2 mila addetti diretti e indiretti. La fine degli incentivi, infatti, non renderà più economicamente sostenibili gli investimenti a causa dell’altissimo rischio di impresa”.

A DISCAPITO DELLO SVILUPPO INDUSTRIALE

Sulle norme pesa “un profilo antindustriale” secondo Paolo Pirani, segretario generale Uiltec: “Si pensa di usare la legge per impedire lo sviluppo industriale del nostro Paese. Lo vediamo in diversi settori, come l’ecotassa che rischia di vanificare il piano industriale della Fiat. Sono logiche che compromettano, in questo caso nel settore dei servizi, lo sviluppo industriale”.

CONTRARIE ANCHE LE AZIENDE DI SETTORE

Sulla riforma Daga ai sindacati si unisce anche Utilitalia, che rappresenta l’80% delle aziende del settore: “Troviamo ingenerose e infondate le affermazioni secondo cui l’attuale sistema ha penalizzato i cittadini e i lavoratori – ha dichiarato il presidente di Utilitalia Giovanni Valotti – infatti, proprio grazie all’introduzione della regolazione indipendente di Arera, l’Authority che la pdl vorrebbe eliminare, gli investimenti sono molto aumentati negli ultimi anni, iniziando a colmare un clamoroso gap accumulato nei decenni precedenti. Questo anche grazie a un sistema di imprese che è cresciuto molto, facendo emergere diverse imprese sul territorio (società 100% pubbliche, miste e quotate) che nulla hanno da invidiare alle migliori esperienze europee”. Secondo il presidente di Utilitalia “proprio queste imprese, che hanno programmato nei loro Piani industriali ingenti investimenti nei prossimi anni, inevitabilmente subirebbero uno stop in caso si procedesse nella direzione ipotizzata dalla proposta di legge, con rilevanti impatti sul Pil, sull’occupazione diretta e sull’indotto”.

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