Energia

A che punto è la decarbonizzazione in Italia?

di

bonn

L’approfondimento di Nunzio Ingiusto sulla via italiana alla decarbonizzazione

È lunga la via italiana alla decarbonizzazione. I traguardi sono al 2030, come dice l’Onu, che a sua volta ha bisogno di ribadirlo in tutte le sedi. Mentre a Madrid si cerca di uscire dall’impasse mondiale sulla riduzione dell’inquinamento e Papa Francesco invita i grandi ad agire per il bene dell’umanità, c’è chi alza il velo sulla filiera energetica italiana. Tutta, ancora, ampiamente concentrata sulle energie fossili. Mediti, dunque, il governo rispetto alla declamata new economy, per non farla diventare una ingannevole suggestione.

Il Politecnico di Torino insieme a SRM (istituto di ricerche del gruppo Intesa Sanpaolo) ha portato al Parlamento europeo il Rapporto sull’energia in Italia e nel Mediterraneo. L’effetto sorpresa è stato scarso soprattutto pensando ai proclami degli esponenti di governo sulla imminente svolta ambientalista dell’Italia. Annunci che non convincono i veri attori delle strategie energetiche nazionali e trascurano una realtà assai complessa. Quella realtà diffusa tra pubblico e privato che in poco più di un decennio dovrebbe capovolgersi. Le rinnovabili crescono, va bene, ma sono dietro in percentuale e in quantità assolute di consumo e di utilità.

L’Italia è al centro del Mediterraneo, dove si concentra il grande business europeo delle fonti tradizionali. I porti italiani come gate di accesso gestiscono ogni anno 184 milioni di tonnellate di petrolio e gas. Nel Mezzogiorno si concentra addirittura il 45% del traffico energetico italiano. L’area del Mediterraneo e del Nord Africa – come riporta l’Aise – incide per il 20% sulla produzione mondiale delle fonti tradizionali. In pratica detiene quasi la metà delle riserve mondiali di petrolio ed oltre il 40% di quelle di gas naturale. In questa area si produce il 37% di petrolio e il 22% di gas naturale. Un universo composito correlato ai fabbisogni di energia primaria di un Paese malamente strutturato al suo interno. Saprà l’Italia rinunciare al 78,6 % di importazione di energie fossili in pochi anni? E le centrali elettriche saranno tutte trasformate in tempo per rispettare il target del 2030?

Prendiamo il gas naturale. Resta una delle principali fonti per i sistemi energetici e le infrastrutture per trasportarle sono sempre più decisive. La determinazione italiana sul gasdotto Tap, che vede in ritirata i Cinquestelle, ne è la conferma. La quota di gas naturale, hanno accertato i ricercatori di Torino, in 45 anni è passata dal 16% al 22%. E la domanda in Europa, ad Est ed Ovest è arrivata al 23,4%. L’Italia fa largo consumo di gas con strutture e mezzi adeguati alla sua diffusione. Si lavora e si studia per ridurre gli impatti ambientali, ma la dipendenza dall’estero “sistemica” di tutte le energie tradizionali, è nota a tutti. Quanto meno a coloro che non hanno necessità di imbonire i cittadini. La produzione lorda green italiana di elettricità è al 34%.

Ma è al sistema che deve guardare un governo ispirato da partiti progressisti, ancorché litigiosi, se intende davvero percorrere la strada verso gli obiettivi Onu sulla decarbonizzazione. Lungo quella strada ci sono 30 miliardi di euro di valore aggiunto, 177 miliardi di fatturato, 23.500 imprese e 215.000 addetti.

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