Economia

Vi spiego perché il Reddito di cittadinanza può sviluppare il Virus Pelandrone (e il Verme solitario per il fisco)

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Che cosa emerge da alcuni grafici del centro studi di Confindustria diretto da Andrea Montanino sul Reddito di cittadinanza. Il commento di Giuliano Cazzola

Una infografica del Centro Studi della Confindustria, oltre a fornire, in sintesi, informazioni importanti sulla struttura del costo del lavoro in Italia, propone a noi tutti – in modo indiretto e un tantino subliminale – una riflessione sul reddito di cittadinanza. Come si può notare osservando le tabelle, il reddito di 780 euro netti mensili garantito a chi ne possiede i requisiti secondo quanto è previsto dal Capo I del decreto legge n.4/2018 viene paragonato a taluni esempi di retribuzione erogata a chi presto la propria attività da lavoratore dipendente.

La morale che se ne ricava – se non siamo cattivi interpreti – è la seguente: possiamo permetterci di tassare oltre misura i salari e gli stipendi di coloro che lavorano e le imprese che li hanno assunti e, con parte di quelle risorse, dare contemporaneamente copertura ad una prestazione assistenziale (il rdc) in cambio di una vaga promessa di agevolare la ricerca di un lavoro? Ovviamente la Confindustria è maggiormente interessata alla quota del cuneo fiscale e contributivo a carico delle imprese, ma, tutto sommato, il paradosso di quanto viene messo a confronto resta in tutta la sua interezza.

In sostanza, come risulta dalle tabelle, per assicurare un salario netto di 780 euro mensili ad un normale dipendente, il costo complessivo per l’azienda sarebbe di 1.360 euro (in questo ammontare sono incorporate anche le ritenute contributive e fiscali a carico del lavoratore, che il datore trattiene come sostituto d’imposta). Il costo complessivo del lavoro s’inerpica fino a livelli più elevati man mano che cresce la retribuzione netta da erogare. Nel caso di 1.000 euro netti mensili, il costo ammonta a 1.828; se si tratta di 2.000 euro, il costo arriva a 4.449 euro (in sostanza più del doppio); con 3.000 euro ne occorrono 7.311. Viene da chiedersi allora se non sia il c.d. cuneo fiscale e contributivo a rendere proibitivo il ricorso alle assunzioni non solo standard, ma altresì regolari. E se non sarebbe stato più opportuno ‘’investire’’ risorse per disinfestare questa xilella economica che grava sulle forze della produzione, piuttosto che destinarne di consistenti a chi non lavora.

La seconda tabella, poi, smaschera il cuneo nelle sue componenti e lo fa in confronto con la struttura del costo del lavoro di altri Paesi. In Italia fatta uguale a 100 la retribuzione netta in busta paga, per determinare il costo del lavoro occorre aggiungere altre 207 unità di conto così suddivise: 32 tasse, 14 quota della contribuzione a carico del dipendente e 61 a carico del datore. Quanto a dimensioni e ad ampiezza del cuneo, davanti a noi, nella classifica dei Paesi industrializzati, c’è solo il Belgio.

 

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