Economia

Tutti i rischi del reddito di cittadinanza (non solo per la Lega)

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Perché crescono le perplessità sulla bontà del reddito di cittadinanza (meglio chiamarlo però salario di cittadinanza). L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Sempre più complicato il varo del decreto relativo al salario di cittadinanza, da inserire in un unico provvedimento (fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio) che dovrà introdurre anche “quota cento”: il cavallo di battaglia di Matteo Salvini. Si tratta di una misura ostica per la maggior parte degli italiani che, in mille modi, hanno manifestato la loro ostilità. Al punto che si comincia a ragionare su un possibile referendum abrogativo, qualora l’iniziativa trovi la sua soluzione parlamentare. La raccolta delle relative firme non è ancora iniziata. Ma la suggestione è tanta.

Le perplessità riguardano l’impianto stesso della misura. Si temono abusi a non finire. Né tranquillizzano le misure penali ipotizzate (6 anni di galera) per gli eventuali furbetti. Con un’amministrazione-colabrodo, come quella italiana, gli eventuali controlli rischiano solo di fare un buco nell’acqua. Tra l’altro la misura della pena vagheggiata è talmente severa da legittimare obiezioni di coscienza. Chi se la sentirà di mandare in galera un padre di famiglia per un piccolo errore di omissione?

Se il sentimento popolare è quello descritto, diventa sempre più difficile per la Lega guardare con benevolenza a quella misura. La sua base elettorale, fatta di gente che ha nella testa il senso del lavoro, mugugna. È decisamente una misura, come ha ammesso candidamente Giancarlo Giorgetti, che non piace. Anche perché si pone in oggettivo contrasto con la storia di quella formazione politica. Con i valori che ne hanno segnato la nascita e la più recente evoluzione. Elementi da mettere nel conto. Ci sarà pure stato il “contratto di governo”, cui prestar fede, ma un accordo politico può tenere solo se non si muove in contro tendenza rispetto all’evolversi della situazione del Paese.

Ed è qui che nascono i principali problemi. Le ultime previsioni sugli andamenti dell’economia italiana volgono al peggio. Non sarà recessione, ma semplice stagnazione, come ha detto recentemente Giovanni Tria, nella sua intervista al Corriere, incrociando le dita. Comunque sia, “no growth”: le previsioni dei principali centri di analisi convergono nell’indicare, per l’Italia, un tasso di crescita del Pil, per il 2019, fermo allo 0,5 per cento. La metà di quanto teorizzato dal Governo giallo-verde. Un grande complotto? Un susseguirsi di fake news? Lo vedremo tra breve, quando l’Istat, alla fine del mese, fornirà i dati relativi all’anno appena trascorso.

Nel frattempo, produzione industriale in picchiata. Disoccupazione in aumento. Forti rallentamenti in Germania e Francia: tradizionali mercati di sbocco di gran parte della produzione industriale italiana. Lo stesso Di Maio che, ieri, aveva sognato un nuovo “miracolo economico”, è stato costretto, svegliandosi, in un bagno di realismo. Se questo il quadro, quali potranno essere le conseguenze sulla dinamica del salario di cittadinanza? Non c’è il rischio che, per motivi oggettivi, l’istituto risulti fin dall’inizio snaturato dalla sua funzione originaria?

Riavvolgiamo il nastro. Il salario di cittadinanza non doveva essere una misura assistenziale, ma lo strumento necessario per favorire l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro. Nel frattempo il lavoratore, in cerca d’occupazione, doveva essere incoraggiato. Quindi retribuito per invogliarlo a fare di più. Invece di starsene sdraiato – copyright di Di Maio – su un divano. Questa, tra l’altro, era la condizione minima per far trangugiare il rospo alla gente del Nord. Da sempre vaccinata contro il lassismo meridionale.

Con un tasso di crescita, come quello indicato, la contrazione dell’offerta di lavoro sarà inevitabile. Dovremo, al contrario, preoccuparci di nuovi e maggiori esuberi che andranno ad ingrossare le fila della disoccupazione ed ai quali si dovrà provvedere con gli strumenti esistenti. Qualora ne ricorressero le condizioni, anche costoro potrebbero richiedere il salario di cittadinanza. Comunque sia, la relativa platea sembra essere destinata ad aumentare, più che a restringersi. Ma non è nemmeno questa la principale obiezione, data la scarsità delle risorse a disposizione del Governo.

La caduta della domanda di lavoro è destinata a stravolgere la stessa base programmatica dell’istituto. Se i Centri per l’impiego non saranno in grado di fare il loro mestiere, offrendo opportunità di lavoro, il salario sarà comunque corrisposto. L’istituto si trasformerà, pertanto, in pura assistenza per l’intera durata del periodo previsto. Saranno 12 o 18 mesi? Lo leggeremo nel decreto. Comunque un tempo infinito per tutti coloro che hanno tentato l’avventura. Continueranno con i loro “lavoretti” in nero. Oppure sceglieranno comunque di fare la domanda, per ottenere un ristoro da parte dello Stato.

Per capirne le implicazioni quantitative, basta considerare la platea degli inattivi: di coloro cioè che non sono né occupati né in cerca di lavoro, ma si sono semplicemente estraniati da questa incombenza. Sono una platea che conta oltre 13 milioni di persone. La maggior parte donne (oltre il 63 per cento): madri di famiglia, casalinghe, ma anche signore disinteressate che, per scelta o necessità, hanno deciso di rinunciare. Come reagirà questo esercito di fronte alla lusinga di un salario, in pratica, senza contropartita, vista la carenza di posti di lavoro? Farà comunque la domanda per ottenere il relativo beneficio? Si potrà ridurre con qualche artificio legislativo dalla dubbia costituzionalità?

E visto che siamo in tema: che succederà agli immigrati provvisti di un regolare permesso di soggiorno? Potranno essere discriminati, in spregio dei Trattati internazionali e delle numerose sentenze della Suprema Corte italiana ed europea? Domande che pesano come un macigno, visti gli stanziamenti. In aperta contraddizione con quanto già si è verificato nelle tendenze di lungo periodo del mercato del loro, caratterizzato da una progressiva diminuzione degli inattivi (circa 1,5 milioni) dall’inizio della crisi del 2011. Fenomeno destinato a dilatarsi.

Questo, quindi, il puzzle difficilmente componibile. Richiederebbe una totale padronanza della materia: merce rara nella compagine governativa giallo-verde. Ed allora la soluzione, con ogni probabilità, non potrà che essere un gigantesco pasticcio destinato a risultare indigesto. Misure come quelle proposte possono, anzi devono, funzionare in un ambiente alimentato dalla crescita economica. Ma se questa latita, la mossa tentata rischia di trasformarsi in un boomerang, che i settori più avvertiti – contratto o non contratto di governo – hanno già avvertito, consigliando a Matteo Salvini la prudenza.

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