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Sace da Cdp al Mef? Ok, l’operazione è giusta. Ecco perché

Sace Mef

Che cosa emerge dal saggio di Federico Merola (consigliere Sace). L’articolo di Emanuela Rossi

 

Un ritorno che mette tutti d’accordo: è quello di Sace nell’alveo del ministero dell’Economia e delle Finanze con l’addio a Cassa Depositi e Prestiti.

Il Mef dunque perfezionerà a breve – dopo il via libera ricevuto dall’Antitrust – la società pubblica di assicurazione dei crediti all’esportazione versando 4-4,5 miliardi di euro in titoli del debito pubblico a Cdp che dieci anni fa – a sua volta – la acquistò dal Tesoro al costo di 3,72 miliardi.

Un divorzio che sancisce, peraltro, una linea sostenuta da tempo a Via XX Settembre. Una sintesi chiara e dettagliata delle ragioni tecniche di quanto accaduto si trova in “Lo Stato promotore. Come cambia l’intervento pubblico nell’economia”, edito dal Mulino, a cura di Franco Bassanini, Giulio Napolitano e Luisa Torchia, in particolare nell’intervento a firma di Federico Merola dal titolo “Export, internazionalizzazione, globalizzazione e apertura dei sistemi economici: politiche di sostegno tra cambiamento e tradizione”. Merola, classe ’64, dal 2013 è amministratore delegato di Arpinge, società di investimenti in infrastrutture. Ma soprattutto, dal 2016 Merola fa parte del consiglio d’amministrazione di Sace, della quale conosce come pochi il dossier Sace-Mef-Cdp.

I LIMITI DELLE NOZZE CON CDP

Il ritorno di Sace in seno al Mef segnano anche la fine di un cortocircuito per la governance di Sace, scissa tra un azionista unico di riferimento e di controllo (Cdp) – peraltro principale beneficiario dei servizi – e un garante sostanziale (Mef) che però non teneva il timone della società.

Scrive Merola: “L’adozione di tale sistema ha funzionato bene fintanto che i limiti di concentrazione di Sace non hanno cominciato a ‘mordere’, a fronte della crescita esponenziale di rischi concentrati in determinati settori (es. crocieristica; oil&gas); paesi (es. Egitto) e controparti (es. Carnival). A quel punto si è manifestata la contraddizione del sistema tra la crescita asimmetrica del portafoglio rischi; i limiti endogeni di espansione del modello assicurativo e la presenza di un sistema economico sempre più proteso verso l’estero (vista la permanente stagnazione della domanda interna).

Al fine di risolvere questa contraddizione – prosegue – si è inizialmente individuata una soluzione che ha ibridizzato il sistema: ovvero quella di portare in riassicurazione parziale presso il Mef (e quindi direttamente sul bilancio dello Stato)” alcune componenti di rischio concentrato. In tal modo Sace “ha potuto mantenere per molti anni invariato il proprio modello privatistico-assicurativo, improntato al massimo rigore e all’auto-sostenibilità. Apparentemente senza limitare il proprio supporto al sistema-paese e senza dover contenere l’operatività sui settori, i paesi e le controparti concentrate, caratterizzati da elevato impatto sull’economia nazionale e sull’occupazione”.

IL CASO FINCANTIERI

Ma questo sistema poteva reggere nel tempo? Evidentemente no visto che “la debolezza della soluzione adottata stava in effetti nella costante crescita dei rischi concentrati, tutt’altro che eccezionali e temporanei, soprattutto nell’ambito della cantieristica navale legata alla crocieristica (con le commesse di Fincantieri)”.

Occorre infatti evidenziare che “in pochi anni la quota dell’attività riassicurata dal Mef è passata da percentuali irrilevanti del portafoglio di Sace (quindi dello stock degli impieghi) fino ad arrivare a oltre il 40% del 2019 e puntare dritto al 60% prospettivo”. In una nota al testo, Merola scrive: “Vale la pena segnalare che la crocieristica, messa in grave crisi dalla pandemia da Covid-19, è stata a lungo uno dei settori più attivi e più impattanti sul rischio concentrato trasferito al Mef. Da sola ha impegnato a fine 2020 circa il 34% dell’intero portafoglio Sace (25,7 miliardi di deliberato con 5 miliardi di finanziamenti Cdp)”. Ecco dunque che la vicenda Fincantieri assurge a caso emblematico.

DA DOVE NASCE IL RITORNO AL MEF

Merola traccia poi “le principali linee evolutive dei sistemi di sostegno all’export individuabili a livello internazionale” tra cui spicca, nell’ambito dell’ampliamento della gamma di strumenti a sostegno dell’export, una particolare diffusione della “attivazione di finanziamenti pubblici all’export, derivante dal generalizzato credit crunch internazionale che ha colpito anche i finanziamenti all’esportazione, soprattutto nei paesi come il nostro, tradizionalmente bancocentrico e con un sistema bancario debole e poco internazionalizzato”.

Stando all’interno dei confini nazionali c’è da dire che “la costituzione di un unico polo integrato dell’export  –  con Cdp (finanziamento all’export), Sace (copertura assicurativa del rischio politico e commerciale) e Simest (sostegno al tasso di interesse; finanziamento nelle partecipazioni di capitale in Jv da parte di imprese italiane e degli investimenti di penetrazione commerciale in nuovi mercati) in un unico soggetto (One Door) – è avvenuta in parallelo con l’ingresso nel Gruppo Cdp dei principali esportatori nazionali (tra i quali, ad esempio, Gruppo Eni e Fincantieri) che sono quindi divenuti ‘parte correlata’ dell’intero sistema di sostegno all’export, con le controverse implicazioni del caso”.

Inoltre “si è verificata una forte concentrazione dei rischi di Sace verso alcuni paesi, settori o singoli esportatori che è entrata in aperta contraddizione con il modello assicurativo prescelto” portando a “ribaltare questi rischi di coda, rapidamente crescenti, direttamente sul bilancio dello Stato (con l’evidente obiettivo di non limitare la capacità di sostegno all’export del sistema). Il trasferimento sul bilancio dello Stato di una parte crescente dei rischi concentrati è apparsa inizialmente una soluzione sostenibile. Ma la progressiva ed esponenziale crescita di questi rischi di coda ha finito col determinare una crescente frizione tra l’equilibrio di Cdp e quello del sistema di supporto all’export italiano”.

Infine il problema di governance con “la crescita esponenziale dei rischi coperti dal Mef in rapporto all’intero stock del portafoglio di Sace” che ha di fatto causato “la contestuale presenza di uno shareholder al 100% (Cdp)  –  titolare della direzione e controllo di Sace e al tempo stesso beneficiario diretto e indiretto dei suoi servizi  –  e uno stakeholder garante dei rischi di coda di Sace in veste di riassicuratore (oltreché garante finale del 100% di tutti gli impegni dell’export credit nazionale)”. E neppure è bastato il controllo del Mef sulla Cassa per evitare problemi “che hanno finito col determinare un forte vincolo al funzionamento di Sace”.

Ecco dunque che il sistema italiano di supporto all’export e all’internazionalizzazione “presentava, accanto agli indubbi aspetti positivi, anche alcune strutturali fragilità da risolvere”.

LA SOLUZIONE LEGISLATIVA

Per uscire dall’impasse si è varato il dl 23/2020 che, “ispirandosi ai modelli adottati dai principali paesi europei e in conformità con la normativa internazionale in materia di credito all’esportazione, sposta direttamente sul bilancio dello Stato il 90% di ogni rischio politico e commerciale ‘nuovo e preesistente’ assunto tramite Sace, evolvendo il precedente modello che vedeva lo Stato intervenire in prima battuta solo in riassicurazione dei grandi rischi a elevate concentrazioni (e in seconda battuta, sotto la linea, come garante dell’intero portafoglio impegni di Sace)”.

In tal modo Sace “resta una società formalmente ispirata a principi di gestione assicurativa dei rischi, e in quanto tale agenzia tecnica del Mef, ma detiene in bilancio solo una quota minima di tali rischi, diventando più un servicer dello Stato che una compagnia assicurativa quale di fatto era in precedenza”. In sostanza, scrive Merola, “la nuova Sace – divenuta agenzia unica per le garanzie di Stato sull’estero e sull’interno – si è dotata di un piano industriale coerente con quello che forse è il più grande cambiamento dalla sua costituzione nel 1977”.

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