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Quali sono i veri fini di Kkr su Tim?

Draghi Catasto

Krr su Tim: scelta gestionale autonoma del fondo americano o cavaliere bianco, chiamato dal numero uno di Tim Gubitosi in bilico, per difendersi dagli attacchi di Vivendi? L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Difficile capire, almeno al momento, quali siano le reali intenzioni del fondo Krr nella sua guerra di conquista di Telecom, di cui Tim è solo il marchio commerciale. Prima del 2016, infatti, Tim aveva una diversa identità ed un profilo societario ben distinto. Era nata nel maggio del 1995, dopo essersi scissa da Telecom, per concentrarsi solo sulla telefonia mobile. Azienda di successo – Tim – in quegli anni: aperta al mercato e con grandi capacità innovative. La prima ad utilizzare le schede ricaricabili per i telefonini. Un successo straordinario. Rimarrà così fino al 2006, quando Telecom, lanciando un’Opa sulla società, deciderà di incorporarla nelle proprie strutture. L’idea era quella di offrire in un unico servizio (TIM CASA) rete fissa e rete mobile, associando il proprio numero di rete fissa con quello della carta SIM. Progetto destinato a durare lo spazio di qualche mese.

A fine anno, infatti, una netta inversione di tendenza. Si tornò a parlare di scorporo della società, con l’idea di cederla, insieme a Tim Brasile, per ridurre il peso di un indebitamento particolarmente oneroso. Sennonché l’11 settembre, il suo presidente Marco Tronchetti Provera, fautore di quest’idea, decideva di rassegnare le dimissioni. Gli subentrava Guido Rossi, il teorico di Palazzo Chigi come “l’unica merchant bank” in cui non si parla inglese”, che riportava il pendolo nella sua posizione originaria. Niente scorporo e recupero del progetto TIM CASA, promettendo, in cambio, un’apertura della rete fissa anche agli altri operatori. Cosa di fatto poi avvenuta, con l’ingresso di nuovi soggetti costretti, comunque a dipendere nel loro business, dalla disponibilità del gestore della rete fissa.

Comunque un destino travagliato, segnato fin da allora, per un parlare dell’epopea dei “capitali coraggiosi”, da una continua incertezza circa le strategie da seguire in un’infrastruttura così decisiva per le sorti complessive del Paese. Bisognò comunque attendere il 2014 per giungere all’operazione di rebranding in base alla quale il brand TIM (non più acronimo) veniva utilizzato per l’intera offerta di telefonia fissa, mobile e internet dell’azienda Telecom Italia. Il cui nome spariva dall’immaginario collettivo per rimanere esclusivamente punto di riferimento per le operazioni di capitali e quelle di borsa. Dove il titolo trattato è ovviamente Telecom e non Tim.

Proprio in quegli anni Vincent Bollore diveniva di fatto il patron di Vivendi, assumendo la presidenza del consiglio di vigilanza della società. Contemporaneamente Arnaud de Puyfontaine, da sempre nel mondo della comunicazione, ne diventava il Ceo. E da allora il destino tra le due società – Tim e Vivendi – iniziò ad incrociarsi. Già nel 2016, Bolloré controllava il 23,94 per cento del capitale della società italiana, divenendo di fatto il principale azionista di riferimento. De Puyfontaine, di conseguenza ne assumeva la carica di vicepresidente, che manterrà fino all’anno successivo, quando, a seguito delle dimissioni dell’AD Flavio Cattaneo, diverrà Presidente di Telecom assumendo su di sé tutte le deleghe esecutive.

Ma Telecom sembrava non dovesse bastare al tycoon francese. Nel 2016 contrattava con Pier Silvio Berlusconi l’acquisto del 100 per cento di Mediaset Premium. Passò solo qualche settimana e Vivendi denunciò l’accordo, sostenendo che le condizioni di Mediaset Premium erano ben diverse da quelle prospettate all’inizio. Propose, quindi, come contropartita, di acquistare solo il 20 per cento della società e di poter salire nel capitale di Mediaset fino al 15 per cento. Controproposta che sarà rifiutata da Berlusconi, ma che non impedirà a Bolloré di rastrellare le azioni del gruppo del Biscione, fino a raggiungere alla fine dell’anno il 28,8 per cento del capitale ed il 29,94 per cento dei diritti di voto. Sarà, alla fine, il tribunale civile a decidere della partita, condannando Vivendi ad un risarcimento pari a 1,7 miliardi di euro, per il mancato acquisto di Mediaset Premium. Successivi accordi tra i due gruppi porteranno alla definizione di una progressiva fuoriuscita, in cinque anni, di Vivendi dal capitale Mediaset.

Ed intanto Tim? Questa volta ad essere interessato alla società era stato un fondo americano. Si trattava del Fondo Elliott (Elliott Management Corporation), fondato nel 1977 a New York e da tempo operante su vasta scala. Dagli analisti considerato il principale fondo “attivista” del mondo. Il suo business? Entrare nelle società in crisi, a causa di una cattiva gestione, licenziare il vecchio management, rimetterle in carreggiata e quindi rivenderle sul mercato ad un prezzo ben superiore all’esborso iniziale. Decisamente un’attività redditizia che aveva consentito al Fondo di garantire dividendi ben superiori a quello dei propri concorrenti. Si parla di un rendimento medio annuo del 13,2 per cento, rispetto al’11,4 per cento offerto dall’indice azionario S&P 500. Nonostante ciò un Fondo non particolarmente amato dalla grande stampa finanziaria: considerato un predatore e spesso apostrofato come: Fondo avvoltoio.

Attirato in Italia dalla vendita del Milan, da parte di Silvio Berlusconi, all’imprenditore cinese Yonghong, al quale aveva anticipato 303 milioni di dollari, senza poi rientrarne in possesso a causa del fallimento di quest’ultimo, oggi controlla la società rossonera da quel del Lussemburgo. Nel marzo del 2018 aveva acquistato il 3 per cento della Telecom, per poi giungere con interventi successivi fino al 9 per cento. Stesso schema di gioco: la società non era gestita in modo adeguato, per cui il suo valore prospettico – questa la tesi enunciata – poteva essere ben superiore al più che modesto tran tran di borsa. Che le telecomunicazioni italiane non vivessero un buon momento, era dimostrato dallo scontro tutto politico di quegli anni. Il Governo Gentiloni puntava a scorporare la rete di Telecom, per costituire insieme ad Open Fiber (Enel e Cassa depositi e prestiti), un’unica società in grado di garantire una gestione unitaria di questa infrastruttura.

Vivendi, principale azionista, ovviamente si opponeva. Il valore di Telecom era soprattutto nella rete. Se le fosse stata sottratta, le perdite avrebbero affossato una partecipazione importante quale appunto era quella posseduta dalla società francese. Che all’epoca era costata più di 1 euro per azione. Nella prima assemblea utile, quindi, la tenaglia “Elliott – rappresentanti del Governo italiano” era riuscita a mettere in minoranza Vivendi, ottenendo 10 consiglieri su 15. Tra questi Luigi Gubitosi, mentre Amos Genish, il vecchio amministratore delegato, rimaneva al suo posto, per dare un segno di continuità nella gestione della società. Per la verità: scelta poco felice. Agli inizi di maggio il titolo Telecom valeva 0,855 euro per azioni, sei mesi dopo 0,521 con una perdita di quasi il 40 per cento. Costringendo Elliott ad intervenire, per dimostrare coerenza con il suo credo gestionale.

Fu così che Luigi Gubitosi, sostenuto dai quattro consiglieri indipendenti che facevano capo al Fondo Elliott, fu promosso al vertice della società, nonostante l’opposizione di Vivendi, con la motivazione ch’era indispensabile rimuovere un top manager che aveva fallito. Da allora sono trascorsi quasi tre anni, ma la situazione gestionale è tutt’altro che migliorata. Prima del rally di borsa, il titolo valeva 0,347 euro, con una caduta di oltre il 33 per cento rispetto al momento in cui Gubitosi aveva assunto la carica di amministratore delegato. Una serie di operazioni, come quella relativa al finanziamento di Dazn (340 milioni per 3 anni), si erano dimostrate un mezzo fiasco, offrendo a Vivendi l’occasione di una vita. All’insegna del motto: “chi di spada ferisce, di spada perisce” aveva chiesto la testa dell’amministratore delegato. Quand’ecco che interviene fondo americano Kkr, proponendo di rilevare l’intera società al prezzo di 0,505 per azione: scelta gestionale autonoma dell’investitore americano o cavaliere bianco, chiamato da Gubitosi, per difendersi dagli attacchi di Vivendi?

Vedremo nei prossimi giorni. Nel frattempo il governo Draghi ha deciso di vederci chiaro, costituendo una task force in cui sono presenti tutti i ministri interessati: Franco, Giorgetti, Colao ed il responsabile dei “servizi” Gabrielli. Sarà loro compito evitare che l’eventuale soluzione passi solo per la cruna dell’ago del conflitto tra i diversi stakeholder della società, perpetuando quella maledizione dalla quale Telecom o Tim, che dir si voglia, non sembra potersi affrancare.

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