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Perché in Borsa si parla di Banca Generali

Banca Generali

Che cosa sta succedendo al titolo e ai vertici di Banca Generali?

Saliscendi in questioni giorni per Banca Generali a Piazza Affari.

Oggi il titolo dell’istituto del gruppo Generali ha sofferto dopo un articolo del Financial Times: “Banca Generali writes down pandemic-hit healthcare bonds. Decision unrelated to small amount of Mafia-linked invoices, says bank”.

CHE COSA HA SCRITTO IL FINANCIAL TIMES E LA NOTA DI GENERALI

Banca Generali non ha effettuato nuove svalutazioni di obbligazioni legate al sistema sanitario pubblico italiano e gia’ due mesi fa aveva fatto un accantonamento per tutelare i clienti, mossa che per altro era stata apprezzata dagli analisti e dal mercato. E’ quanto fa sapere un portavoce della societa’ dopo che il Financial Times ha parlato di svalutazioni di obbligazioni legate al sistema sanitario pubblico italiano su strumenti per un totale di circa 480 milioni di euro, distribuiti da Banca Generali e gestiti da Cfe. Il 27 luglio Banca Generali aveva “prudenzialmente effettuato un accantonamento per 80 milioni di euro al fine di tutelare i propri clienti da una potenziale perdita relativa ad investimenti in titoli di cartolarizzazioni di crediti sanitari riservati a clienti professionali”, si leggeva in una nota, in cui si stimava che “il richiamato accantonamento di 80 milioni rappresenti l’impatto massimo dell’offerta di acquisto che Banca Generali lancera’ pagando ai propri clienti un corrispettivo non inferiore all’ammontare investito inizialmente, dedotti i rimborsi intervenuti e le cedole incassate, a fronte di un valore di presumibile realizzo inferiore rispetto a quello atteso”.

LA PRECISAZIONE DI CFE

Con riferimento alle indiscrezioni del Financial Times sull’accantonamento prudenziale da 80 milioni di euro effettuato da Banca Generali e relativo a investimenti in titoli di cartolarizzazione di crediti sanitari, peraltro annunciato dalla banca un mese e mezzo fa, CFE chiarisce che “il proprio ruolo nell’operazione è stato quello di strutturare il veicolo di cartolarizzazione (ovvero di arranger) e di investitore nelle tranche junior e mezzanina emesse dal veicolo stesso. Né il portafoglio di titoli né tantomeno gli asset sottostanti — continua la finanziaria — sono stati originati, organizzati o dalla società. In qualità di investitore nelle suddette tranche, Cfe subirebbe per primo ogni possibile diminuzione nel valore dei titoli cartolarizzati. Ciò premesso, la società comunica che non effettuerà alcuna svalutazione del proprio investimento”.

CHE COSA È SUCCESSO IN BORSA MARTEDÌ 14 SETTEMBRE

Le oscillazioni in Borsa martedì scorso sono state di altro segno sulla scia di un articolo del Sole 24 Ore. “Il confronto in atto tra i soci di Generali, che guarda in primo luogo al tema della governance della compagnia, potrebbe portare al centro dell’attenzione i dossier di M&A e in particolare la vendita di Banca Generali Controllata con oltre il 50% da Trieste. Su questo scommette Piazza Affari portando il titolo del gruppo di risparmio gestito un guadagno dell’1,7% nelle prime battute: le quotazioni sono ai massimi storici (sfiorano i 40 euro) per una capitalizzazione e’ di 4,6 miliardi di euro”, ha riferito quel giorno l’agenzia Radiocor del gruppo Sole 24 ore.

Secondo quanto riportato quel giorno dal Sole 24 Ore, che riferisce di un colloquio estivo tra l’a.d. di Mediobanca (primo socio di Generali) Alberto Nagel e l’imprenditore Leonardo Del Vecchio (salito al 5% della compagnia triestina) con al centro l’operato del ceo di Generali Donnet, uno dei motivi di divergenza tra i soci riguardo alla vendita di Banca Generali. Prima della pandemia Mediobanca, da tempo interessato a rafforzarsi nelle gestioni patrimoniali, messo sul piatto 36 euro per azione per acquistare il pacchetto di controllo, prezzo poi sceso a 30 euro con l’inizio della crisi da Covid-19. La valorizzazione e anche il fatto che la proposta arriva da un socio di Generali non trovò d’accordo del Vecchio favorevole invece a una gara per cedere Banca Generali al miglior offerente. Secondo gli analisti di Bestinver, l’acquisizione di Banca Generali da parte di Mediobanca sarebbe perfetta sotto il profilo strategico e sotto quello industriale e non è quindi da escludere che la partita sulla governance innescata in Generali da Caltagirone e Del Vecchio possa far riaprire il dossier di M&A per Mediobanca.

CHI SONO I CANDIDATI GRADITI A CALTAGIRONE AL POSTO DI DONNET IN GENERALI?

L’eco borsistico dell’articolo del Sole si interseca con le burrascose vicende legate al rinnovo delle alte cariche sociali di Assicurazioni Generali in vista del nuovo board.  Si tiene oggi, 15 settembre, il comitato nomine comitato nomine di Generali, chiamato a svolgere un lavoro preparatorio in vista del consiglio di amministrazione del 27 settembre, che dovrà decidere se procedere o meno alla direttiva di una lista del Cda in vista del rinnovo dell’organo amministrativo, in scadenza con l’approvazione del bilancio, la prossima primavera. Si tratta comunque di una riunione tecnica, che rientra nelle “attività preparatorie della procedura per la definizione dell’eventuale lista”. E’ ormai acclarata l’intenzione del due Caltagirone-Del Vecchio di sostituire Donnet come amministratore delegato. Chi potrebbero essere i candidati del duo Caltagirone-Del Vecchio? I nomi circolati come ceo sono Matteo Del Fante (Poste Italiane), Marco Morelli (già tra l’altro in Mps), Carlo Cimbri (ora numero uno del gruppo Unipol), Sergio Balbinot, ha scritto il Corriere della Sera. Poi ci gli interni Marco Sesana, Giovanni Liverani e Luciano Cirinà. Gradito a Caltagirone sarebbe anche il numero uno di Banca Generali, Gian Maria Mossa, alle prese con vicende scrutate con attenzione dai vertici di Trieste: Mossa tra l’altro ha dovuto smentire un articolo di un quotidiano maltese che cita delicatissime intercettazioni dell’Europol ma la questione tiene banco sotto traccia fra Milano, Torino e Trieste.

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ESTRATTO DELL’ARTICOLO DE LA STAMPA SU BANCA GENERALI:

«Ho trovato una soluzione con Banca Generali a Milano, solo per ritirare gli assegni (a proposito: se torna negli Emirati Arabi rischia di essere arrestato). Mi hanno risposto che è possibile e domani andrò personalmente a Milano per discutere con l’amministratore delegato di Banca Generali della posizione di Yorgen». Il mittente del messaggio è Mirko Albertazzi, manager e imprenditore con diverse attività tra Montecarlo, Emirati arabi, Albania e Turchia. Destinatario è Paul Hili, imprenditore di una importante famiglia maltese. Yorgen, l’uomo che rischia di essere arrestato, è Yorgen Fenech, l’imprenditore maltese imputato come mandante di uno dei più feroci crimini avvenuti in Europa in anni recenti: l’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia, a Malta il 16 ottobre 2017. L’email risale all’aprile 2019, nel pieno delle indagini internazionali a carico di Fenech e fa parte degli atti del processo contro l’imprenditore, attualmente in carcere. La «mancia» Nei primi mesi del 2019, Fenech si trovava in una situazione complicata: gli inquirenti stavano stringendo il cerchio su di lui, pianificava di lasciare l’isola – una delle ipotesi è di raggiungere la Sicilia in barca e da lì qualche altro paese europeo – e doveva trovare una banca disposta ad accogliere i denari della sua Wings Development. Si tratta del nome assunto dal marzo 2017 da 17 Black, la società sulla quale stava indagando Daphne Caruana Galizia, in quanto la riteneva il collettore di tangenti destinate ai politici maltesi. La banca della Wings Development era l’emiratina Noor Bank che chiude a febbraio 2019. È a quel punto che l’imprenditore Paul Hili lo ha messo in contatto con Mirko Albertazzi, con il quale si scambia qualche messaggio. Arriviamo così al mese di maggio 2019, quando Albertazzi scrive a Hili che addirittura Banca Generali è disponibile ad aiutare Fenech. L’email del broker si chiude così: «Mi hanno assicurato (da Banca Generali, ndr) al 90% che non ci sono problemi ad andare avanti e raggiungere l’obiettivo. Yorgen darà una mancia («tip» in inglese) quando tutto sarà fatto». Agli atti del processo, oltre a una serie di messaggi tra Fenech e Albertazzi, anche le foto inviate dall’imprenditore al broker italiano di due assegni da depositare in una banca europea. L’ufficio stampa della banca italiana nega che l’amministratore delegato di Banca Generali Gian Maria Mossa abbia mai avuto rapporti con Albertazzi e che l’incontro citato nella mail sia avvenuto. Da Banca Generali si sottolinea inoltre che informazioni di questo genere danneggiano l’immagine del manager e della banca. Secondo quanto ricostruito, in quei giorni Albertazzi avrebbe effettivamente avuto contatti con un manager dell’istituto italiano, ma non con Mossa.

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