Economia

Ecco i nefasti giochetti sulle sofferenze (non solo di Mps e Carige)

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Che cosa cela il caso degli Npl delle banche italiane (non solo di Mps e Carige) tra caduta del Pil, crollo dell’immobiliare e operatori specializzati. L’analisi di Giuseppe Liturri

 

La gestione dei crediti bancari deteriorati è uscita da tempo dai ristretti cenacoli degli addetti ai lavori per finire su tutti i media, anche quelli non specializzati.

Il recente clamore suscitato dalle difficoltà di Banca Carige è servito a ricordare al grande pubblico che l’onda lunga degli effetti di una recessione di dimensione epocale (calo del Pil del 10% e della produzione industriale del 25%, numeri mai visti in tempi di pace nel nostro Paese) è ancora lontana dall’esaurirsi.

Il caso Carige è servito anche a ricordarci che si tratta dell’ottava banca in circa 3 anni ad andare in difficoltà, dopo le 4 banche andate in risoluzione nel novembre 2015, le 2 banche venete liquidate nel 2017 e Banca Mps che è stata ricapitalizzata precauzionalmente dallo Stato ad inizio 2017. Queste ultime con sacrificio di azionisti ed obbligazionisti subordinati, spesso piccoli risparmiatori.

Questo è solo l’ultimo, ma non il più lieve, danno collaterale dei 12 trimestri quasi ininterrotti di calo del Pil tra fine 2011 ed inizio 2014. Il vero macigno è ora costituito dagli effetti delle cessioni dei crediti deteriorati (quindi la somma di sofferenze, incagli e scaduti). A fine 2015 ammontavano a €360 miliardi, scesi a 324 a fine 2016. Circa il 20% del Pil o dieci volte la legge di bilancio.

La Vigilanza Bce, insediatasi a fine 2014, ha avuto praticamente un solo obiettivo: la riduzione di tali somme nei bilanci bancari, costi quel che costi. Gli effetti di questa azione non si sono fatti attendere.

Tra 2017 e 2018 ben € 164 miliardi di crediti deteriorati sono stati ceduti ad un ristretto gruppo di operatori, soprattutto internazionali. In pochi mesi, centinaia di migliaia di famiglie ed imprese italiane si sono ritrovate ad essere debitrici non più della loro banca ma di altri soggetti che hanno l’unico obiettivo di recuperare nella massima misura possibile, e soprattutto maledettamente in fretta, il credito che hanno acquistato. Il fenomeno era di entità tale che il vicedirettore generale di Banca d’Italia, Fabio Panetta, a giugno 2017 dichiarava che ”politiche generalizzate di vendita Npl trasferirebbero risorse a danno di banche italiane in favore di operatori specializzati”.

Questo trasferimento di risorse, oltre a mettere in ginocchio i bilanci di tante banche italiane, costringendole a ingenti ricapitalizzazioni e portando al dissesto quelle più esposte, ha inciso nella carne viva di famiglie ed imprese, trovatesi improvvisamente esposte all’azione di un creditore meno paziente della banca e con sfidanti obiettivi di redditività, infatti i tassi interni di rendimento di questi investimenti oscillano tra il 10% ed il 12%.

Ora, delle due, l’una. O non c’è valore in questi crediti deteriorati ed allora non si capisce perché gli investitori specializzati continuino ad acquistarli a quei prezzi con interessanti prospettive di profitto, oppure (come probabile) c’è valore ed allora non ha senso la pressione della Bce per la svalutazione e cessione degli stessi.

Beninteso, lungi dal demonizzare gli operatori specializzati, qui si vuole evidenziare la manifesta asimmetria di un mercato in cui la ‘merce’ in vendita è tanta, il venditore è costretto a vendere in tempi rapidi ed i compratori sono pochi. Il risultato non può che essere una epocale distruzione di valore a danno del sistema produttivo italiano.

Uno studio di Banca d’Italia del dicembre scorso è un interessante squarcio di luce su questo trasferimento di risorse.

  • Nel 2017, Il tasso di recupero delle sofferenze non cedute (quindi recuperate direttamente dalle banche) è stato pari al 44%, per quelle cedute il tasso è stato invece pari al 26%. In particolare, da un’analisi campionaria specifica per il 2017, risulta che il tasso di recupero per le posizioni cedute è stato del 17% (26% per quelle assistite da garanzie reali, 10% per quelle non assistite). In aggiunta, 3 posizioni su 4 vengono cedute, quando prima della crisi le cessioni non superavano il 10% delle posizioni. Una impressionante forbice separa quanto recuperato direttamente e più lentamente dalle banche rispetto a quanto recuperato con affrettate cessioni.
  • Le posizioni entrate in sofferenza hanno raggiunto il picco nel 2015, aumentando del 50% circa rispetto al livello pre crisi. È l’onda lunga della recessione iniziata 3 anni prima. Come autorevoli ricerche hanno dimostrato, gli specifici episodi di mala gestio e commistione tra politica ed affari, costituiscono solo eccezioni numericamente modeste rispetto alla evidenza della causa principale costituita dalle peggiori condizioni macroeconomiche mai viste nel dopoguerra.
  • Il tasso di recupero per sofferenze non oggetto di cessione, con anzianità maggiore di 6 anni è del 34% circa. Questo per rispondere ai dogmi della Vigilanza Bce che, proprio qualche giorno fa, ha ‘raccomandato’ al Monte dei Paschi di Siena di svalutare automaticamente le sofferenze in 7 anni.

Dietro questi numeri, ci sono capannoni, case, aziende, famiglie di italiani che sono stati travolti dalla crisi e che ora si ritrovano l’ufficiale giudiziario sotto casa. “Plus”, il supplemento settimanale del Sole 24 Ore, è divenuto un cahiers de doleance di chi si ritrova a fronteggiare creditori impazienti ed estremamente determinati.

Non si può continuare così, attendendo che le banche continuino a svalutare o cedere crediti, anche se gran parte del danno sembra ormai fatto, in ossequio a regole dissennate che non tengono conto dell’eccezionalità della situazione italiana, in una spirale negativa che rischia di intaccare anche banche relativamente sane. Non si può nemmeno attendere che la selvaggia legge del mercato faccia scempio del patrimonio immobiliare ed aziendale italiano. Non si possono tenere in ostaggio famiglie ed aziende che potrebbero reinserirsi nel circuito produttivo, se ne avessero l’opportunità. È necessario voltare pagina rispetto ad un evento di portata storica, quale la recessione che ha investito il nostro Paese.

Ne scrive da tempo, Dino Crivellari, uno dei più grandi esperti del settore, e già nella passata legislatura, da più parti politiche si avanzò la proposta di una sorta di ‘giubileo bancario’. In estrema sintesi, la facoltà per il debitore di pagare la banca al valore netto residuo di bilancio o al valore di eventuale cessione aumentato di una percentuale. Tutto questo per sofferenze già accertate alla data dal 31/12/2017 o altra data anteriore opportunamente scelta per prevenire comportamenti opportunistici o eccessive discriminazioni.

Sul fronte delle banche si sta giocando la partita più importante per consentire al nostro Paese di ripartire e di risanare le profonde ferite del passato. Su questo terreno si misurerà la capacità di questo governo di sapersi efficacemente confrontare con l’Europa e di correggere o disapplicare regole accettate troppo supinamente in passato al grido de ‘ce lo chiede l’Europa’. Hic Rhodus, hic salta.

(Articolo pubblicato anche sul quotidiano La Verità fondato e diretto da Maurizio Belpietro)

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