Economia

Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Ubi, Banco Bpm e non solo. Come vanno i conti delle maggiori banche italiane

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Secondo i dati aggregati da Value Partners, i sei maggiori istituti di credito hanno ottenuto profitti per 2,75 miliardi, il 13% in meno rispetto a un anno fa. Di questi 1,4 miliardi sono relativi a Unicredit e 1,1 miliardi a Intesa Sanpaolo. L’articolo di Francesco Ninfole

 

Il primo trimestre del 2019 ha segnato un rallentamento di ricavi e utili per le maggiori banche italiane rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, quando non si era ancora verificata la turbolenza sullo spread e la frenata dell’economia nel Paese.

Secondo i dati aggregati da Value Partners, i sei maggiori istituti di credito hanno ottenuto profitti per 2,75 miliardi, il 13% in meno rispetto a un anno fa. Di questi 1,4 miliardi sono relativi a Unicredit e 1,1 miliardi a Intesa Sanpaolo.

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«Il trimestre è stato penalizzato da una performance commerciale che risente della situazione di mercato sfavorevole, nonostante il continuo sforzo di diminuzione dei costi e delle rettifiche sui crediti», ha osservato il partner Maurizio Minelli.

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Il peggioramento dell’ultima riga di conto economico è il risultato di una flessione dei ricavi (-7%) che è stata maggiore di quella dei costi (-4%). Tutte le voci legate ai proventi sono diminuite: il margine di interesse (-3%), le commissioni nette (-7%) e gli altri ricavi (-19%).

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«Le performance commerciali delle banche sono state caratterizzate da un margine di interesse ancora in difficoltà a causa del continuo calo dello spread tra interessi attivi e passivi e per effetto dell’introduzione dei nuovi principi contabili Ifrs16», osserva Lorenzo Privitera, manager di Value Partners.

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Tra i costi sono scesi soprattutto quelli amministrativi (-9%), seguiti da quelli per il personale (-3%). Secondo Privitera «gli importanti obiettivi raggiunti in termini di efficienza operativa sono da ricondurre a sforzi importanti sul contenimento dei costi amministrativi e del personale consentiti dall’evoluzione dei modelli commerciali delle banche e da un’accelerazione nell’adozione di canali digitali».

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Per il momento, secondo l’analisi Value Partners, l’evoluzione tecnologica è stata soprattutto un modo per ridurre i costi: ora la sfida è quella di utilizzare il digitale per aumentare il bacino dei ricavi, anche con servizi non connessi alla tipica attività bancaria.

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I temi di business hanno avuto nel trimestre un peso maggiore rispetto a quelli sulla qualità dell’attivo. Le rettifiche sui crediti hanno continuato a scendere (-15% a 1,35 miliardi), con beneficio per i profitti. «Il primo trimestre ha beneficiato del proseguimento delle attività di de-risking portate avanti durante tutto il 2018», dice Minelli. Gran parte delle pulizie di bilancio è stata fatta negli ultimi anni, ma è proseguito a inizio 2019.

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Ora il timore riguarda piuttosto il rallentamento dell’economia, che potrebbe rendere più difficile lo smaltimento dei non-performing loans e portare a un nuovo aumento dei crediti deteriorati. Per il momento lo stock continua a scendere: per le sei banche è arrivato a 117,4 miliardi (-3% rispetto a fine 2018).

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Le sofferenze sono rimaste stabili (a 64,5 miliardi), mentre sono scesi del 5% i crediti incagliati (unlikely to pay o Utp, a 51,1 miliardi), su cui si concentra sempre più l’attenzione dei banchieri.

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Per quanto riguarda invece gli indici di solidità patrimoniale, le sei banche hanno registrato nel primo trimestre dell’anno un miglioramento del capitale di migliore qualità (common equity tier 1), che è salito al 12,1% degli attivi ponderati per il rischio dall’11,7% di fine 2018.

(estratto di un articolo pubblicato su Milano Finanza; qui l’articolo integrale)

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