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Con l’Industrial Accelerator Act l’Ue farà la cinese?

La Commissione europea ha presentato l'Industrial Accelerator Act, la legge che dovrà rilanciare l'industrializzazione dell'Unione nei comparti strategici. Tra quote di contenuto europeo, limiti agli investimenti esteri e obblighi di trasferimento tecnologico, Bruxelles si ispira al modello cinese. Ecco obiettivi, criticità e contrasti tra i paesi membri.

Mercoledì la Commissione europea ha presentato l’Industrial Accelerator Act, una proposta di legge che ha l’obiettivo di sostenere l’industria manifatturiera dell’Unione e aumentarne la competitività nei confronti della produzione estera, che non deve sottostare a normative altrettanto stringenti – specialmente sulle emissioni di gas serra – e di solito non deve nemmeno pagare prezzi dell’energia altrettanto alti. Prima di entrare in vigore, però, dovrà essere approvata dai paesi membri e dal Parlamento europeo.

COSA PREVEDE L’INDUSTRIAL ACCELERATOR ACT

L’Industrial Accelerator Act punta a stimolare la domanda di prodotti e tecnologie dall’impronta carbonica ridotta e realizzati nell’Unione europea. Il commissario per l’Industria Stéphane Séjourné ha detto di volere che il comparto manifatturiero arrivi a rappresentare il 20 per cento del prodotto interno lordo dell’Unione entro il 2035: nel 2024 è valso il 14 per cento.

Per raggiungere lo scopo, la legge stabilisce delle quote minime obbligatorie di contenuto europeo negli appalti pubblici: l’anno scorso sono valsi in tutto più di 2000 miliardi di euro e quindi – secondo la Commissione – possono fungere da stimolo all’offerta. In sostanza, le gare pubbliche e i sussidi che interessano alcuni settori strategici come quelli dei veicoli elettrici, delle batterie o dei pannelli fotovoltaici, ma anche dei materiali di base come l’alluminio e il calcestruzzo, dovranno prevedere delle quote di contenuto made in Eu e/o low-carbon, a seconda dei casi.

COSA CAMBIA PER VEICOLI ELETTRICI, PANNELLI SOLARI, ACCIAIO E ALLUMINIO

Ad esempio, l’industria automobilistica dovrà garantire che almeno il 70 per cento dei componenti (escluse le batterie) dei veicoli elettrici che ricevono soldi pubblici siano stati realizzati nell’Unione europea. Il rispetto di questi obblighi, peraltro entro sei mesi dalla pubblicazione della legge, potrebbe rivelarsi particolarmente problematico per le case automobilistiche, considerata la distribuzione internazionale delle loro filiere: e infatti già da tempo hanno fatto capire di essere contrarie all’introduzione di quote made in Eu.

Per le tecnologie che l’Unione europea non padroneggia, come i pannelli solari (la Cina concentra nelle proprie mani l’80 per cento della produzione globale), i tempi di adeguamento alla legge sono meno bruschi: le celle e l’inverter che compongono un modulo fotovoltaico dovranno essere made in Eu entro tre anni. L’Industrial Accelerator Act abbraccia anche altre clean tech, come gli elettrolizzatori per l’idrogeno: in questo caso la manifattura europea è già avanzata, ma fatica comunque ad arginare la concorrenza cinese.

Per l’alluminio, invece, la legge stabilisce che il 25 per cento del contenuto acquistato tramite appalti pubblici debba essere stato prodotto in Europa e avere un basso contenuto di CO2. L’acciaio non dovrà sottostare a requisiti made in Eu, però dovrà essere per il 25 per cento low-carbon.

– Leggi anche: Ecco le ambizioni (irrealizzabili?) dell’Ue sull’acciaio green

E PER GLI INVESTIMENTI ESTERI?

L’Industrial Accelerator Act stabilisce poi delle condizioni per gli investimenti esteri nei settori strategici superiori a 100 milioni e provenienti da un paese che controlla almeno il 40 per cento della capacità manifatturiera di quel settore: è una misura confezionata su misura per la Cina, pur senza nominarla espressamente.

Queste condizioni prevedono che l’investitore estero non possa detenere la quota di maggioranza di una società europea, che debba assumere soprattutto lavoratori europei (più della metà), che una quota significativa (il 30 per cento) dei componenti di base del prodotto finito siano realizzati nell’Unione e che debba cedere in licenza le sue proprietà intellettuali.

Con queste regole, la Commissione vuole forzare il trasferimento di know-how nell’Unione ed evitare che il continente si trasformi in uno stabilimento di assemblaggio di tecnologie sviluppate altrove. Bruxelles, in sostanza, sta emulando il modello della Cina, che costringe le aziende straniere a trasferire le loro proprietà intellettuali alle società cinesi in cambio dell’accesso al (vasto) mercato nazionale.

– Leggi anche: L’Ue vuole forzare la Cina a condividere le tecnologie sulle batterie

DEFINISCI “EUROPA”

Un altro dei punti critici dell’Industrial Accelerator Act è la definizione di made in Eu e, di conseguenza, di “Unione europea”. Per il raggiungimento degli obblighi di contenuto, infatti, non vengono conteggiati solo i ventisette paesi membri dell’Unione ma anche la Norvegia, l’Islanda e il Liechtenstein, in quanto partecipanti al mercato unico. Non solo: anche diversi paesi esterni al blocco riceveranno lo stesso trattamento, come il Regno Unito e il Giappone, considerati dei partner affini con i quali esistono dei rapporti di reciprocità commerciale.

Un’interpretazione troppo estesa del concetto di made in Eu potrebbe rivelarsi problematica, però: da una parte, l’inclusione dei soci commerciali è coerente con i valori di apertura dell’Unione europea; dall’altra, un approccio del genere rischia di far fallire l’obiettivo primario dell’Industrial Accelerator Act, ovvero la reindustrializzazione dell’Unione europea.

A CHI PIACE L’INDUSTRIAL ACCELERATOR ACT, E A CHI NO

L’Industrial Accelerator Act piace molto alla Francia (non a caso il commissario che l’ha promossa, Séjourné, è francese), che anzi vorrebbe delle quote made in Eu più stringenti per avvantaggiare la manifattura locale.

La legge è meno gradita dalla Svezia e dalla Repubblica ceca, invece, che vorrebbero maggiore apertura, temendo che l’approccio protezionistico possa condurre a un aumento dei prezzi. Anche la Germania è cauta su questo punto, ed è quindi favorevole all’estensione del termine made in Eu ai partner commerciali del blocco.

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