Mentre Unicredit consolida silenziosamente la propria presa su Commerzbank, portando la quota azionaria fino al 38%, il governo federale tedesco continua a opporsi all’operazione senza riuscire a costruire argomenti davvero convincenti. È quanto emerge dall’editoriale pubblicato dall’Handelsblatt e firmato da Michael Maisch, responsabile della redazione finanziaria del quotidiano economico tedesco, che radiografa con precisione le contraddizioni di Berlino di fronte a un’acquisizione che sembra sempre più difficile da fermare.
RESISTENZA SENZA STRATEGIA
Da mesi l’amministratrice delegata di Commerzbank, Bettina Orlopp, conduce una battaglia solitaria per preservare l’indipendenza dell’istituto. Al suo fianco, almeno sul piano della posizione ufficiale, il governo federale, secondo azionista di rilievo della banca di Francoforte.
Ieri, martedì 16 giugno, l’esecutivo di Berlino ha ribadito le proprie preoccupazioni: un’acquisizione da parte di Unicredit rischierebbe di rendere le condizioni di finanziamento meno favorevoli per le imprese tedesche e di indebolire Francoforte come piazza finanziaria internazionale. Timori comprensibili, nota Maisch, ma “non sufficienti a sorreggere una resistenza che si rivela ogni giorno più fragile”.
L’IPOCRISIA DELL’UNIONE DEI MERCATI
Il tallone d’Achille dell’argomentazione governativa, secondo l’analisi dell’Handelsblatt, risiede in una “contraddizione difficile da ignorare”. Il cancelliere Friedrich Merz e il ministro delle Finanze Lars Klingbeil si fanno promotori del completamento dell’Unione europea del risparmio e degli investimenti, un “progetto che per decenni è stato trascurato”. Eppure questo stesso progetto “presuppone necessariamente l’esistenza di grandi banche paneuropee e quindi di fusioni transfrontaliere”.
Opporsi all’ingresso di Unicredit nel capitale di Commerzbank e al tempo stesso spingere per un mercato unico dei capitali appare, come scrive Maisch, “un po’ ipocrita”.
IL MODELLO A TRE PILASTRI E LE SUE CONSEGUENZE
L’Handelsblatt allarga quindi la prospettiva, richiamando anche una critica apparsa su un altro autorevole quotidiano europeo, la Neue Zürcher Zeitung, altro punto di riferimento del mondo finanziario.
La Germania ha scelto di mantenere un sistema bancario “articolato, basato sui tre pilastri tradizionali: le Volksbanken, le Sparkassen e le banche private”. Una struttura storicamente radicata, osserva il quotidiano di Düsseldorf, ma che “comprime le opportunità di crescita e di profitto degli istituti maggiori, come la stessa Commerzbank o la Deutsche Bank, esposti a una concorrenza interna ben più agguerrita rispetto a quella dei vicini europei”.
Altri paesi dell’Unione europea hanno percorso strade diverse, prosegue l’editoriale: in Italia, un lungo e doloroso processo di privatizzazioni e fusioni durato oltre vent’anni ha ridisegnato l’intero settore, “dando vita a due grandi operatori dominanti, Unicredit e Intesa Sanpaolo, accanto ad alcuni istituti di media dimensione”.
Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha recentemente valutato il sistema bancario italiano come abbastanza solido da poter affrontare una nuova stagione di fusioni, sia sul piano domestico che su quello internazionale. La morale che Maisch trae da questo confronto è diretta: se la Germania ritiene che il modello a tre pilastri sia la risposta più adatta alla propria economia decentralizzata, con la sua fitta rete di piccole e medie imprese, “deve anche fare i conti con la prospettiva che nel paese potrebbe presto restare un’unica grande banca privata”.




