Il destino di Commerzbank sembra ormai segnato. È questa, in sintesi, la lettura che la Neue Zürcher Zeitung (Nzz) offre del caso che da mesi agita i mercati finanziari europei e i palazzi della politica tedesca: l’offensiva di acquisizione lanciata da Unicredit nei confronti del secondo istituto di credito della Germania si avvicina alla sua conclusione naturale, e ogni tentativo di ostacolarne il corso appare, agli occhi del quotidiano zurighese, tanto comprensibile sul piano emotivo quanto privo di efficacia sul piano pratico. L’editoriale, dal titolo inequivocabile, invita il governo di Berlino ad abbandonare l’ostruzionismo e a fare un passo indietro.
UNA BATTAGLIA GIÀ DECISA
La Nzz non lascia molti dubbi: per la Commerzbank il tempo sta scadendo. Tutto può ancora accadere, anche che per qualsiasi motivo Unicredit decida di interrompere il suo tentativo di acquisizione avviato nel settembre 2024. Ma l’istituto italiano ha continuato ad acquistare azioni senza sosta. Insomma, “ci sono sempre più indicazioni che la banca di Francoforte perderà la sua indipendenza nel prossimo futuro e, nonostante l’accanita resistenza della sua dirigenza e il sostegno del governo federale tedesco, verrà assorbito dal gruppo bancario italiano”.
A Francoforte, il management si è finora fatto scudo del sostegno governativo per alimentare un’immagine precisa degli italiani: quella di un acquirente spregiudicato, interessato a prosciugare i rapporti con le Pmi tedesche per poi sparire. Il quotidiano di Zurigo – per inciso una delle principali piazze finanziarie europee insieme a Londra, Francoforte e Parigi – però non ci sta, e ricorda un dettaglio scomodo per chi sostiene questa tesi: Unicredit opera in Germania da più di vent’anni, con la HypoVereinsbank di Monaco rilevata nel 2005, e in tutto questo tempo non ha abbandonato le piccole e medie imprese a cui oggi dichiara di tenere. Difficile dunque costruirci sopra la figura del predatore mordi-e-fuggi.
Il giornale svizzero liquida con analoga freddezza l’argomento del rischio sistemico, cioè l’idea che una banca più grande esponga i contribuenti a pericoli maggiori in caso di crisi: vero, risponde la Nzz, ma è esattamente per questo che esistono le autorità di vigilanza e gli strumenti regolatori, non certo per bloccare fusioni che nel perimetro europeo sono del tutto legittime.
LE RADICI STRUTTURALI DELLA DEBOLEZZA TEDESCA
C’è però qualcosa di più profondo dietro questa storia, e la Nzz ci tiene a sottolinearlo. Il ridimensionamento delle banche tedesche sui mercati internazionali non è una novità di questi mesi. Alla nascita del Dax, quasi quarant’anni fa, tra le trenta società dell’indice se ne contavano cinque del settore creditizio. Se Commerzbank dovesse essere assorbita, ne sopravvivrebbe una sola: Deutsche Bank. Non è sfortuna, né una congiuntura sfavorevole, ammonisce la Nzz, ma il frutto di una caratteristica strutturale del sistema tedesco: quasi il 40 per cento del credito alle imprese passa per casse di risparmio e banche regionali pubbliche, un circuito voluto dalla politica e difficile da smantellare.
Certo, il modello ha i suoi pregi, concede l’editorialista: i tassi applicati alle aziende sono in media leggermente più contenuti che altrove, e i conti correnti retail spesso non costano nulla. Ma il rovescio della medaglia è una pressione competitiva talmente elevata che per le banche private guadagnare bene diventa quasi strutturalmente impossibile. E chi non guadagna abbastanza prima o poi diventa un’acquisizione.
I LIMITI DELL’INTERVENTO POLITICO
Il passaggio più graffiante dell’editoriale è però riservato a Berlino. La Nzz stenta a spiegarsi come il governo abbia potuto abbracciare così apertamente le ragioni della dirigenza della Commerzbank, al punto che il ministero delle Finanze ha di fatto offerto alla banca argomenti da usare contro i propri azionisti per dissuaderli dall’accettare l’offerta.
Tutto questo impegno, nota il giornale, si scontra però con una realtà piuttosto scomoda: la quota statale residua del 12 per cento, rimasta in mano pubblica dopo i salvataggi del 2008, non basta a fermare granché, se Unicredit dovesse arrivare alla maggioranza del capitale. A quel punto il blocco non avrebbe più senso, e Berlino si troverebbe tra l’altro ad aver rinunciato a cedere quelle azioni in utile, come sarebbe stato possibile fare.
Ma la questione, per la Nzz, va anche oltre il calcolo tattico: un governo dell’Unione Europea non può semplicemente vietare che un’impresa venga acquisita da un concorrente di un altro Stato membro. Provarci non risolve nulla sul piano dell’operazione, e nel frattempo manda un segnale pessimo a chiunque stia valutando se investire in una piazza finanziaria che si presenta come affidabile e aperta. “La fine della storia di Commerzbank, lunga 155 anni, sarebbe deplorevole”, conclude l’autorevole quotidiano svizzero, “ma in un ordine economico liberale sarebbe un processo del tutto normale”.






