Economia

Ecco perché Cattolica e Generali gongolano

di

Generali mediobanca

Tutte le ultime novità su Cattolica Assicurazioni con le prospettive sulle intese con Generali

 

Può dormire sonni tranquilli Paolo Bedoni, il potente presidente di Cattolica Assicurazioni. Altrettanto possono fare dalle parti di Trieste, in particolare manager e azionisti del gruppo Generali che si accingono ad entrare con una quota importante nella compagnia veronese. Il Tribunale delle Imprese di Venezia – è stata la stessa Cattolica a comunicarlo – ha infatti respinto il ricorso di 34 soci contro la delibera assembleare del 27 giugno scorso che ha conferito al board la delega per l’aumento di capitale da 500 milioni, con esclusione del diritto d’opzione, richiesto dall’Ivass a causa del calo del Solvency Ratio.

Ora dunque la strada dovrebbe essere spianata per l’ingresso di Assicurazioni Generali che con Verona – 3,6 milioni di clienti e 6,9 miliardi di raccolta complessiva a fine 2019 – punta a una collaborazione in particolare su gestione dei patrimoni, salute e riassicurazione. Da parte sua Generali è pronto a portare in dote a Verona 300 milioni di euro comprando 54 milioni di nuove azioni al prezzo di 5,55 euro l’una, il 54% in più della quotazione del 24 giugno. A operazione conclusa, Generali possiederà il 24,4% di Cattolica. “A completamento della vicenda – scrive oggi Il Sole 24 Ore – resta da attendere l’udienza sul merito (relativa alla richiesta di annullamento), che potrà essere impugnata dai ricorrenti”.

CHI E PERCHÉ HA IMPUGNATO LA DELIBERA DI CATTOLICA

Ma cosa chiedevano i soci riottosi? Fra i 34 piccoli azionisti – pari allo 0,18% del totale, con un possesso di complessive 54.418 azioni pari allo 0,03% del totale, come ha reso noto Cattolica – ci sono Michele Giangrande, candidato dei dissidenti per la carica di amministratore delegato (andata al direttore generale Carlo Ferraresi), Maurizio Zumerle, presidente dei piccoli azionisti di Cattolica, Enzo Zambelli e monsignor Giorgio Benedetti, presidente dell’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero di Verona, appoggiati da imprenditori e politici locali. Secondo i ricorrenti il problema è che non sarebbe stata adeguata informativa ai soci in sede assembleare e sul voto avrebbe pesato la tardiva e scarsa comunicazione resa. Inoltre il diritto di opzione sarebbe stato limitato senza spiegarne le ragioni. In sostanza – come si legge nella impugnazione della delibera – “informazioni di estremo rilievo (cioè il progetto di partnership con Generali) sono pervenute solo dopo il termine per il voto in assemblea, fissato al 24 giugno”.

COS’HA DECISO IL TRIBUNALE DI VENEZIA

Il giudice del Tribunale di Venezia, Lina Tosi, ha annunciato ieri la sua decisione di respingere il ricorso dei ricorrenti che dovranno anche sostenere le spese legali. Secondo quanto riferisce Cattolica in una nota, la convocazione dell’assemblea del 27 giugno viene ritenuta a norma di legge la convocazione e sono considerate sanabili eventuali violazioni, comunque non oggetto del contendere, quali la sottoscrizione dell’aumento di capitale da parte di Generali prima della trasformazione di Cattolica da cooperativa in società per azioni, approvata dall’assemblea del 31 luglio.

Va ricordato che il consiglio d’amministrazione della compagnia veneta pochi giorni dopo ha deliberato l’esercizio della delega in parte, ossia per 300 milioni di euro, a favore di Generali e in parte, per gli altri 200 milioni, a favore di tutti gli azionisti. Un’operazione su cui non si può perdere tempo, puntualizzano da Cattolica, evidenziando come l’Istituto di Vigilanza sulle assicurazioni ha fissato “un termine ravvicinatissimo – il 30 settembre 2020 – come massimo entro il quale l’aumento di capitale debba essere eseguito”.

Il giudice del Tribunale di Venezia ha quantificato in 280mila l’eventuale danno per i soci ricorrenti fino alla perdita totale del valore delle azioni possedute. “Un danno individuale per alcuni certamente non grave – sottolineano dalla compagnia assicurativa – e comunque per tutti ben ristorabile da Cattolica”.

L’AFFAIRE MINALI

Da non dimenticare che Cattolica Assicurazioni ha un altro fronte aperto, quello con l’ex amministratore delegato Alberto Minali, cui sono state tolte le deleghe il 31 ottobre 2019. Il 29 maggio Minali si è dimesso dal consiglio d’amministrazione e ha contestualmente inviato ai vertici del gruppo una richiesta di 9,6 milioni di euro di risarcimento. Su questo il board di Cattolica ha deciso di non trattare per cui si andrà direttamente allo scontro in Tribunale.

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