Economia

Cattolica Assicurazioni, tutti i perché della guerra Minali-Bedoni

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assemblea cattolica assicurazioni

Nuovi particolari sullo scontro in Cattolica Assicurazioni tra Minali e Bedoni dopo il siluramento del capo azienda. Ad esempio sugli emolumenti dei vertici. Fatti, nomi, numeri e indiscrezioni di Corsera e Repubblica

 

Siamo solo alla prima fase di uno scontro che, in quel di Verona, potrebbe rinverdire i tragici ricordi della guerra fra Montecchi e Capuleti. Stavolta da una parte c’è il potente dominus di Cattolica Assicurazioni, da 13 anni presidente del gruppo, Paolo Bedoni, dall’altra il manager veronese, amministratore delegato rimasto senza deleghe, Alberto Minali, già in Generali (dove potrebbe tornare, come scrive oggi Mf).

CHE COSA E’ SUCCESSO IN CATTOLICA ASSICURAZIONI

Il 31 ottobre scorso un consiglio di amministrazione straordinario ha deciso di affidare al direttore generale Carlo Ferraresi le deleghe di Minali, alla guida del gruppo dal 1 giugno 2017. Ora però è in atto una raccolta firme per convocare un’assemblea straordinaria che cambi lo statuto e incida sull’attuale composizione del board. Infatti, tra le modifiche che si vogliono apportare, ci sono il limite all’età dei consiglieri e il tetto agli emolumenti. Da ricordare, e in questa situazione magmatica non è secondario, che Cattolica è un’azienda quotata e nello stesso tempo una cooperativa.

LA QUESTIONE DEGLI EMOLUMENTI DI BEDONI

Secondo “Affari & Finanza “di Repubblica, “Ivass ha più volte in passato richiamato la compagnia sul tema della governance e degli emolumenti destinati al consiglio. Ora con il ritiro delle deleghe al top manager Ivass ha chiesto nuove spiegazioni”. Corriere Economia sul tema ha aggiunto: “La poltrona di presidente ha garantito a Bedoni un appannaggio di 1.128392 euro nel 2018, sui livelli di Jean-Pierre Mustier, oltre che una serie di privilegi contro cui sembra si sia scagliato Minali”.

COSA C’E’ DIETRO LO SCONTRO BEDONI-MINALI

In una nota diffusa al termine del consiglio straordinario, a mercati chiusi, Cattolica ha fatto sapere di aver “constatato e preso atto che si è progressivamente verificata una divergenza di visione” con Minali per quanto riguarda “l’organizzazione societaria, gli scenari strategici e i rapporti con i soci e col mercato, con la conseguenza di una non fluida, distesa e positiva posizione dell’amministratore delegato verso il cda e una non sufficiente sintonia e organicità nelle rispettive competenze”.

MINALI CORPO ESTRANEO?

La traduzione arriva dal Corriere della Sera: “Il veronese tornato a Verona dopo aver scalato le vette di Generali si è rivelato essere un corpo estraneo alle logiche che dominano nel profondo la compagnia”. Dunque, “lo spazio che divideva management e proprietà si è andato via via ampliando, fino alla rottura”. A Minali non si possono certo rimproverare i risultati e la chiave di volta va cercata nella governance e nei rapporti personali con “la spinta all’apertura e al cambiamento” che ha trovato “resistenze ideologiche e personali”. Peraltro, riferisce Il Corriere Economia, l’ad si sarebbe scagliato contro gli emolumenti di Bedoni che nel 2018 hanno superato gli 1,1 milioni annui oltre a una serie di privilegi.

LE TENSIONI IN CATTOLICA

Secondo Repubblica una parte della città scaligera vedrebbe di buon occhio la trasformazione portata da Minali, soprattutto piccoli soci e azionisti finanziari con la Fondazione Cariverona (3,4%) in testa che peraltro gradirebbe il passaggio in spa. In particolare, ha ricordato Start Magazine, da ambienti vicini ai soci si rileva come Cattolica abbia realizzato negli ultimi anni importanti progressi nell’organizzazione societaria, adottando peraltro la governance monistica e accogliendo tra i soci Warren Buffett (9%), pur restando una cooperativa con le proprie caratteristiche specifiche. Tra i soci è notizia di ieri che Norges Bank è tornata sopra il 3% del capitale dopo essere scesa al 2,98% lo scorso 16 ottobre.

I RISULTATI DELL’EX AD

Di sicuro a Minali non si possono rimproverare i mancati risultati. Motivo, anzi, che secondo Repubblica avrebbe fatto innervosire Cariverona per la cacciata del capo azienda di Cattolica Assicurazioni. Con il manager ex vicepresidente di Generali Italia, Cattolica ha registrato il miglior bilancio degli ultimi dieci anni e nei primi nove mesi del 2019 la raccolta complessiva è arrivata a quota 5 miliardi e l’utile netto a 84 milioni (+15,8%). Cifre che ovviamente hanno portato a ottimi dividendi per i soci e all’apprezzamento del titolo in Borsa.

LA VERSIONE DI MINALI

In un’intervista al Sole 24 Ore, pochi giorni fa, Minali ha fornito la sua versione prendendo le distanze dall’accusa di aver voluto trasformare Cattolica in una spa e ribadendo l’intenzione di rimanere nel board per difendere il piano industriale varato quando era ancora in carica. L’ex cfo di Generali rispedisce al mittente pure l’addebito di aver “esondato” rispetto alle sue deleghe. “Non so a cosa si riferisca chi fa questa critica – risponde -. Il piano industriale è stato esaminato e poi approvato in quattro sedute del cda. E sempre le decisioni, pur dopo discussioni, sono state prese all’unanimità. Ho sempre esercitato le mie deleghe senza travalicare i poteri assegnati e i budget approvati dal cda”.

E ancora: “Io ho già detto che il ritiro delle mie deleghe è stata una scelta sbagliata, oltre che ingiusta. E tuttora per me poco chiara. La storia della Spa è un’invenzione. Cattolica ha migliorato la sua redditività pur restando cooperativa. Ed esistono numerose mie dichiarazioni verbalizzate in cda da cui risulta la mia posizione che non è mai stata a favore della Spa. Non ho mai lavorato per sovvertire la cooperativa. Anzi, ho lavorato per renderla più efficace, più moderna e aperta a tutti i soci”. Peraltro, evidenzia Minali, “né da Buffett né dai fondi internazionali che si sono mossi in scia a lui è mai arrivata alcuna richiesta o segnale di andare verso la Spa. Hanno investito in Cattolica puntando alla redditività e al progetto avviato. Non mi meraviglio che ora esprimano preoccupazione”.

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