Economia

Chi lavora per un triangolo Unicredit-Mps-Bpm

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Due gli scenari che si vanno delineando nel sistema bancario italiano: una fusione Banco Bpm-Bper o un triangolo Unicredit-Mps-Bpm. Fatti, numeri, indiscrezioni

 

Indiscrezioni che si rincorrono, sindacati in allarme, board che discutono: tutto secondo copione il nuovo giro di risiko bancario, che parte dopo aver archiviato l’Opas di Intesa Sanpaolo su Ubi e che ha già per protagonista l’Unicredit del nuovo amministratore delegato, Andrea Orcel. Comprimari, più o meno di lusso, Banco Bpm, Bper, Carige. E poi – unicamente nella parte della preda – Monte dei Paschi di Siena (Mps) per cui a fine anno scade il termine concordato con la Dg Comp europea per far uscire dall’azionariato il Tesoro, al momento proprietario del 64% del capitale.

COSA STA APPARECCHIANDO ORCEL IN UNICREDIT?

Sotto osservazione, come si diceva, il neo arrivato Orcel dalle cui mosse – già dai prossimi mesi – si capirà l’assestamento del sistema bancario nazionale. Sul Messaggero, Rosario Dimito riferisce che il nuovo numero uno di Unicredit – dopo la riorganizzazione interna attesa per fine mese e in parallelo con la stesura del piano – potrebbe preparare un intervento autunnale su Banco Bpm “perché la sua rete consentirebbe a Gae Aulenti di risalire dal 4% di quota di mercato in Lombardia. Unicredit-Bpm avrebbe un beneficio di capitale di 3,6 miliardi”.

Nel frattempo, però, secondo fonti a conoscenza del dossier, “lo schema che il Tesoro vorrebbe proporre a Unicredit sarebbe di acquistare a valori quasi simbolici il 51% di Mps, restando con il 13%”. A questo punto la banca di Orcel lancerebbe l’Opa a prezzi vicini a quello di acquisto della maggioranza, cui il ministero dell’Economia e delle Finanze però non aderirebbe così da affiancare Unicredit nel processo di ristrutturazione “da realizzare nei tre anni concessi dalla norma sui crediti fiscali per usufruire dei vantaggi di capitale incorporando l’istituto”.

Ovviamente il tutto passando attraverso una negoziazione con i sindacati per gestire gli esuberi così da farli “riassorbire dallo Stato in alcune sue attività ma anche di cessione di alcuni asset, come la rete al centro sud a favore di Mcc-Popolare di Bari, in modo di non incorrere nei rilievi Antitrust”.

QUALE SARA’ IL TERZO POLO?

Come afferma il giornalista esperto di cose bancarie, Fabio Pavesi, già firma del Sole 24 Ore, nel suo intervento su Fabi Tv, di sicuro nel sistema del credito italiano manca un terzo polo visto che dopo Intesa Sanpaolo – con oltre 1.000 miliardi di attivo – e Unicredit – con 900 miliardi di attivo – si posiziona a grande distanza Banco Bpm con 180 miliardi di attivo. In sostanza “manca una terza grande banca che possa stabilizzare il mercato”. La fusione “più attesa e più logica”, secondo Pavesi, sarebbe quella fra Banco Bpm e Bper per arrivare a un gruppo da 300 miliardi di attivo ma occorre vedere quali siano i piani della nuova Unicredit guidata da Andrea Orcel dopo la gestione “non certo brillante” di Jean Pierre Mustier e dei suoi predecessori che l’ha portata quest’anno a una perdita di ricavi.

Se dunque Montepaschi sembra destinata, per volere del governo, a finire nel palazzo di piazza Gae Aulenti, occorre però vedere all’interno cosa succede: pare infatti che si tratti di una “prospettiva non gradita ai soci”. Per questo il nuovo ceo chiederebbe libertà di movimento e punterebbe anche ad altro: Banco Bpm o Mediobanca, da cui Unicredit negli anni scorsi è uscita. Ciò la porterebbe a “rafforzarsi nel credito al consumo, nel corporate banking e nel wealth management”.

IL GIOCO DELLE DTA PRO UNICREDIT-MPS

Nel frattempo, come accennato, l’esecutivo sta lavorando per favorire le fusioni con il decreto Sostegni Bis, che sarà portato in Consiglio dei ministri il prossimo giovedì. Nella bozza è stata infatti inserita una serie di modifiche alla normativa sulle Dta (Deferred tax asset) ossia le perdite fiscali che possono diventare credito d’imposta in caso di fusione con altre banche previo pagamento di commissioni, deducibili ai fini Ires e Irap, pari al 25% dell’importo. Palazzo Chigi, con una norma nell’ultima legge di Bilancio, aveva consentito la trasformazione per fusioni entro l’anno in corso. Scadenza che però ha poi rimandato al 30 giugno 2022, “modifica decisiva perché destinata a dare più spazio di manovra a tutti banchieri per mettere in piedi le fusioni, dal momento che di norma occorrono sempre 5-6 mesi di lavori preparatori prima dell’approvazione assembleare”.

In quest’ottica sarebbe pure previsto che, acquistando il controllo di un istituto entro i primi sei mesi del 2022, sarebbe possibile integrarlo nei tre anni successivi durante i quali beneficiare dei vantaggi fiscali. Una dilazione dei tempi che, appunto, sembrerebbe proprio un aiuto per Unicredit nella strada per Siena.

La seconda importante novità prevista dal provvedimento riguarda invece la soglia delle Dta convertibili che passerebbe dal 2% al 3% del totale degli attivi della banca più piccola coinvolta nella fusione.

COSA PENSANO IN BANCO BPM

Sempre secondo quanto riporta Il Messaggero, dell’eventualità di una fusione con Unicredit si sarebbe discusso due giorni fa anche durante il consiglio d’amministrazione di Banco Bpm. Pare però che ci siano posizioni diverse: il presidente, Massimo Tononi, sarebbe favorevole all’opzione Unicredit mentre il resto del board insisterebbe per le nozze con Bper. Intanto l’ad, Giuseppe Castagna, ritiene che il rinvio dei benefici fiscali sulle Dta “ci dà un po’ più di spazio per continuare la nostra ricerca per trovare una buona fusione” mentre è meno entusiasta del fatto “che la soglia delle Dta convertibili passerebbe dal 2 al 3% perché avvantaggerebbe altri istituti”. Per Dimito del quotidiano del gruppo Caltagirone, qui Castagna alluderebbe a un vantaggio pro-Unicredit. Banco Bpm non sembrerebbe invece tentato da Carige che potrebbe interessare Crédit Agricole Italia, che sta mandando in porto l’Opa sul Credito Valtellinese.

LA PAURA DEI SINDACATI

Le voci si rincorrono e parallelamente i timori dei sindacati crescono. “Sento puzza di bruciato. Proprio in queste ore, stanno girando voci che non mi piacciono affatto: si parla, piuttosto concretamente, di mega fusioni tra banche, che potrebbero interessare anche più di due gruppi, in relazione alle quali occorre porre la massima attenzione”, è il pensiero di Lando Maria Sileoni, numero uno della Fabi. “Operazioni di questo tipo sono pericolose, diventano il pretesto e l’occasione per produrre migliaia di esuberi fra le lavoratrici e i lavoratori – evidenzia -. Ci opporremo con qualsiasi mezzo a nostra disposizione a operazioni che dovessero provocare una macelleria sociale”. Inoltre, secondo Sileoni, “riteniamo che sia doveroso da parte dello Stato trovare una soluzione per il Monte dei Paschi di Siena e per le 20.000 persone che ci lavorano oltre che per le loro famiglie. Questa è la priorità assoluta, considerando anche che mi sembra di capire che questo governo non intende dare a Mps la possibilità di restare autonomo ancora per un po’ di tempo”.

Sulla stessa lunghezza Nino Baseotto, segretario generale Fisac Cgil: “Non intendiamo partecipare al rincorrersi di queste presunte indiscrezioni. Una cosa però va detta con chiarezza e con forza: il Governo deve dire in quale direzione intende muovere, nell’interesse del sistema bancario nazionale e a tutela dell’occupazione e delle professionalità che lavoratrici e lavoratori da sempre esprimono”.

Chiede proprio un’interruzione delle attività pro-merger Riccardo Colombani, segretario generale First Cisl. “Le fusioni volute dal governo con il provvedimento atteso sulle Dta e confermate dalle dichiarazioni di alcuni banchieri ridurranno in modo pesantissimo l’occupazione e la presenza, già all’osso, di sportelli sul territorio. Solo quest’anno i principali gruppi ne chiuderanno mille – sottolinea -. A pagarne le conseguenze, oltre ai lavoratori, sarà la clientela, privata della possibilità di scegliere in un mercato tra i più concentrati a livello europeo”.

Lancia un altro allarme Fulvio Furlan, segretario generale Uilca: “Il settore del credito giocherà un ruolo centrale per gestire le risorse del Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza, pertanto deve consolidarsi con logiche di sostenibilità compatibili al fondamentale compito anche sociale che le banche devono svolgere. In questo scenario, le banche che possono essere interessate da operazioni di aggregazioni, come Banco Bpm, Bper, e quelle in difficoltà, quali Mps, Carige e altre, non possono essere viste come semplici pedine da spostare, ma va rispettata la loro identità e i sacrifici con cui le lavoratrici e i lavoratori hanno operato in questi anni per garantirne la continuità”.

Punta a scelte “orientate alla sostenibilità sia economica che sociale” Emilio Contrasto, segretario generale Unisin Confsal. “I sindacati del settore non consentiranno che queste operazioni avvengano sulle spalle dei lavoratori – conclude -, vanificando i grandissimi sacrifici fatti sino ad ora da tutti i dipendenti del settore e in particolare dai colleghi del Monte che hanno direttamente contribuito al salvataggio della banca”.

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