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Terremoto nel sistema bancario se il governo molla Mps. L’allarme di Sileoni (Fabi)

Timori, proposte e critiche del segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, su Mps e non solo

Il governo guidato da Mario Draghi «non può far fallire il Monte dei Paschi di Siena, ci sarebbe un terremoto nel settore bancario». Lo ha affermato il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, intervistato questa mattina a Radio24.

Secondo Sileoni «bisogna essere realistici, la banca deve essere salvata, il Mef e il precedente governo avevano deciso di trovare un partner importante d’accordo con la Bce e il cambio di governo ha ritardato l’operazione».

Adesso, per il leader del maggior sindacato dei bancari, bisogna andare avanti perché non si può far fallire «un istituto importante come il Monte con 18mila dipendenti», quindi «occorre trovare il modo».

Il ritardo cui fa riferimento Sileoni è quello che riguarda l’ipotesi di aggregazione tra Mps e Unicredit.

Se a fine anno l’operazione sembrava incardinata in una tabella di marcia piuttosto veloce, adesso il quadro è cambiato. A complicare le manovre non ha contribuito solo la crisi della vecchia maggioranza parlamentare a inizio anno e la consequenziale nascita di un nuovo esecutivo, ma anche la posizione di alcuni azionisti di Piazza Gae Aulenti.

Fra i soci del secondo gruppo bancario italiano, infatti, crescono i dubbi sul matrimonio con l’istituto di Siena, alimentati, peraltro, anche da un dissenso crescente nella prima linea del top management della stessa Unicredit.

Di qui le preoccupazioni di Sileoni che di fatto ha lanciato un allarme, ricordando a tutti gli interessati – sia nel fronte bancario sia sul versante politico – che la questione Mps va affrontata e risolta.

In casa Unicredit se ne dovrà occupare da vicino il nuovo presidente, Pier Carlo Padoan. Tocca infatti all’ex ministro dell’Economia nonché ex parlamentare Pd gestire in prima persona il dossier. E proprio a Padoan, in questi giorni, vengono recapitati messaggi di dissenso sul caso Mps sia da parte degli azionisti sia da parte dei dirigenti del gruppo.

Ieri è stata presentata la lista per il nuovo cda di Unicredit, nel quale entrerà, come amministratore delegato, Andrea Orcel (qui l’approfondimento di Start Magazine con nomi, novità e sorprese della lista del board). Ma l’insediamento del nuovo board è fissato per aprile, ragion per cui i tempi, per una presa di posizione ufficiale su Montepaschi, si dilatano ulteriormente.

Durante l’intervista a Radio 24, Sileoni ha commentato anche la sentenza della Corte di Giustizia Ue, che ha definitivamente archiviato il caso Tercas: secondo i giudici europei l’intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi nel 2015 sarebbe stato legittimo.

Ha dunque sbagliato la Commissione Ue a considerare un aiuto di Stato illegittimo il sostegno del Fitd che, seppur previsto da una legge dello Stato, è un organismo privato alimentano da risorse di tutte le banche italiane.

La pronuncia europea, ha detto il segretario generale della Fabi, è «un ammonimento per tutte le situazioni che dovranno essere gestite. Ora la Commissione Ue sa che c’è stata una sentenza favorevole. Sa perfettamente che non subiamo più, ma che siamo pronti a reagire. Al di là del risarcimento, dell’indennizzo e dei tempi, il problema è un altro: noi dobbiamo mandare al Parlamento europeo personaggi capaci. Noi dobbiamo mandare persone esperte del settore e della finanza perché, quando poi intervengono provvedimenti come questo, i ricorsi si vincono ma quando il pasticcio è già stato fatto”.

Tornando a quella stagione e alle conseguenze anche legali che ne sono scaturite per molti dei suoi protagonisti, Sileoni ha concluso: «In quel periodo c’è stato il tema del cosiddetto risparmio tradito, che era il risultato di una gestione pessima. Ci sono ancora dei processi in corso e io mi auguro che ci siano sentenze particolarmente pesanti per chi ha gestito quelle banche».

Questione che si incrocia con la vendita di prodotti anche rischiosi alla clientela e Sileoni ha le idee chiarissime: «Le pressioni commerciali in banca sono il cancro del momento, sono un tumore che va estirpato. Non decide chi lavora allo sportello, le scelte passano per i dirigenti. I prodotti finanziari in vendita non vengono decisi dai direttori né dai lavoratori allo sportello, ma fanno parte di una politica fatta dai gruppi bancari che vogliono raggiungere obiettivi commerciali».

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