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Che cosa farà il governo Draghi su debito, banche e Bcc

Bcc

L’intervento di Marco Bindelli, vice presidente e consigliere delegato ai rapporti con il Credito Cooperativo e le Capogruppo del Banco Marchigiano-Credito Cooperativo (gruppo Ccb)

 

Dopo la prima conclusa positivamente, è in corso la seconda fase di consultazioni che rende sempre più probabile il giuramento di Mario Draghi per la formazione del nuovo governo entro questa settimana.

Come giustamente osservato da Gianfranco Polillo su Start, è difficile immaginare che le politiche del nuovo governo potranno essere assimilate a quelle del prof. Mario Monti, sia perché è diverso lo scenario attuale e gli obiettivi politici richiesti, sia perché, di fatto, Draghi ha già enunciato, in tempi (forse) non sospetti, una sorta di programma di governo.

Il riferimento è all’intervento che l’ex presidente della Bce ha visto pubblicato il 25 marzo 2020 sull’edizione on line del Financial Times e con il quale annunciava le modalità con cui gli Stati avrebbero dovuto affrontare la crisi da Coronavirus con conseguente aumento significativo del debito pubblico.

Questa la traduzione dei principali passaggi del Financial Times in cui Draghi sembra ipotizzare una politica di governo completamente opposta a quella di Monti e che, probabilmente, per certi aspetti ha intimorito persino l’attuale presidente della Bce, Christine Lagarde, costretta ad intervenire per avvisare il suo predecessore che il debito pubblico non potrà essere cancellato.

La risposta che dovremo dare a questa crisi dovrà comportare un significativo aumento del debito pubblico. La perdita di reddito nel settore privato, e tutti i debiti che saranno contratti per compensarla, devono essere assorbiti, totalmente o in parte, dai bilanci pubblici. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e andranno di pari passo con misure di cancellazione del debito privato. … Il ruolo dello Stato è proprio quello di usare il bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire. Gli Stati lo hanno sempre fatto durante le emergenze nazionali. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate con l’aumento del debito pubblico. Alcune aziende potrebbero essere in grado di assorbire la crisi per un breve lasso di tempo, indebitandosi allo scopo di mantenere in attività il loro personale, ma le perdite che accumulerebbero in questo modo rischiano di compromettere la loro capacità di investire in futuro. Inoltre, se l’epidemia di virus e i relativi blocchi dovessero perdurare più a lungo, realisticamente queste aziende potrebbero rimanere in attività solo nella misura in cui il debito accumulato per mantenere i dipendenti al lavoro finora venisse cancellato. Le ipotesi sono due: o i governi compensano direttamente le spese di chi si indebita, oppure compenseranno le garanzie degli insolventi. Tra le due, sempre che si possa contenere il rischio morale, la prima ipotesi è migliore per l’economia, mentre la seconda sarà probabilmente meno onerosa per i bilanci. Se si vogliono proteggere i posti di lavoro e la capacità produttiva, in entrambi i casi i governi dovranno assorbire gran parte della perdita di reddito causata dalla chiusura del paese. I debiti pubblici cresceranno, ma l’alternativa – la distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e, in ultima analisi, per la credibilità dei governi. Inoltre, va ricordato che alla luce dei livelli attuali e dei probabili livelli futuri dei tassi d’interesse, l’aumento del debito pubblico non comporterà costi di servizio. Sotto un certo punto di vista l’Europa è ben attrezzata per affrontare questa crisi straordinaria: ha una struttura finanziaria granulare, in grado di incanalare fondi verso ogni ramo dell’economia che ne avesse bisogno. Il settore pubblico è forte e in grado di dare una risposta politica rapida. E la rapidità è essenziale per essere efficaci. Di fronte all’imprevedibilità delle circostanze è necessario un cambiamento di mentalità, al pari di quello operato in tempo di guerra. La crisi che stiamo affrontando non è ciclica, la perdita di guadagni non è colpa di nessuno di coloro che ne stanno soffrendo. Esitare adesso può avere conseguenze irreversibili: ci serva da monito la memoria delle sofferenze degli europei durante gli anni Venti. La velocità a cui si stanno deteriorando i bilanci privati – a causa di una pure inevitabile e auspicabile chiusura di molti paesi – deve essere affrontata con altrettanta rapidità nel dispiegare le finanze pubbliche, nel mobilitare le banche e nel sostenerci l’un l’altro, come europei, per affrontare questa che è, evidentemente, una causa comune”.

Sempre nel corso di quell’intervento, il presidente del consiglio incaricato fece un chiaro (e per certi aspetti inaspettato) riferimento alla necessità da parte delle banche di fornire liquidità immediata alle famiglie, alle piccole imprese e agli artigiani indotti in difficoltà dall’emergenza sanitaria, ossia a quei soggetti che rappresentano la clientela di riferimento delle Banche di credito cooperativo (Bcc).

Proprio qui su Start, si ebbe modo di apprezzare l’interesse mostrato da Draghi verso le piccole aziende e, conseguentemente, verso le Bcc. Nel contempo venne espresso l’auspicio che l’autorevole intervento potesse indurre le Autorità governative e regolamentari ad intervenire, da un lato, per la rimozione di quei vincoli che impongono alle Bcc di essere classificate tra gli enti significant per aver obbligatoriamente aderito ad un gruppo bancario cooperativo e, dall’altro, per sospendere completamente gli effetti delle regole contabili (Ifrs9) che disciplinano i bilanci bancari.

A distanza di 11 mesi, a parte l’impegno, che non ha avuto seguito, espresso da Giuseppe Conte nel corso dell’assemblea di Confcooperative e nonostante gli appelli alla Banca d’Italia affinché intervenisse per rimuovere i citati e paradossali vincoli, nessuna modifica normativa è al momento intervenuta.

Con la formazione del nuovo super governo (così viene interpretato da gran parte delle forze politiche che lo dovranno sorreggere) è plausibile, tuttavia, aspettarsi la svolta tanto attesa dal credito cooperativo. E non solo per le ragioni già evidenziate in questo Magazine commentando l’intervento di Draghi sul Financial Times, quanto per alcune combinazioni politiche che sembrerebbero favorire quelle modifiche normative a favore delle Bcc, le quali, è bene ricordare ancora una volta, hanno necessità di essere ricondotte nell’alveo delle banche less significant e vedere le proprie capogruppo assolvere correttamente il proprio ruolo e funzione, quanto meno attraverso l’emanazione del decreto del Mise (Ministero dello sviluppo economico) che disciplina i controlli finalizzati a verificare che l’esercizio di quelle funzioni della capogruppo risulti coerente con le finalità mutualistiche delle Bcc.

Da notare, come evidenziato da questa redazione, che la Lega di Salvini, la quale ha già dato pieno appoggio al futuro governo, appare fondamentale per la tenuta in Parlamento ed è probabilmente la forza politica che più di ogni altra si è battuta per apportare modifiche normative a favore delle Bcc, in special modo attraverso il senatore Alberto Bagnai. Vedasi, in passato, la Mozione presentata (forse un po’ frettolosamente) in Camera e Senato il 2 maggio 2018 con la quale si chiedeva al Governo di sospendere i termini per la costituzione dei Gruppi bancari cooperativi (Gbc) oppure le modifiche normative alla legge di riforma tese a rafforzare il credito cooperativo e a confermare il carattere territoriale delle Bcc contenute nel decreto “Milleproroghe” del 2018 approvate in accordo con il M5S.

Lo stesso M5S, seppur non fermamente convinto di appoggiare il nuovo governo che si formerà a breve e con cui si ritroverà nuovamente a fianco di Salvini, oltre ad avere sempre mostrato unità di intenti con la Lega per la tutela delle Bcc, ha costantemente mostrato interesse per le banche cooperative e continua tutt’ora ad occuparsi delle stesse attraverso alcuni suoi parlamentari; vedasi, ad esempio, l’On. Carla Ruocco, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario e la senatrice Felicia Gaudiano, attiva in queste settimane nel tentativo di migliorare l’assetto normativo del credito cooperativo.

Anche Antonio Tajani, sia personalmente che per conto di Forza Italia, insieme a numerosi esponenti di Fratelli d’Italia (al momento unico partito ad aver dichiarato di non votare la fiducia), si sono pronunciati in più occasioni a favore del credito cooperativo e dimostrati propensi ad apportare modifiche normative alla legge di riforma.

Insomma, Draghi, che ha dichiarato sin dallo scorso marzo di voler favorire piccole aziende e famiglie e, conseguentemente, le piccole banche, sembra poter contare su un’ampissima schiera di parlamentari favorevoli a quelle modifiche normative oramai improcrastinabili per la tutela delle Bcc e per la corretta attuazione della legge di riforma. Resta da capire se l’ex presidente della Bce sarà in grado di convincere, ammesso che sia richiesto, l’unica forza politica che non si è mai pronunciata espressamente a favore delle Bcc e alla quale, peraltro, va attribuita la riforma del 2016 che si intende modificare, ossia il “vecchio” PD, ora scomposto in PD, Leu e Italia Viva.

Ovviamente, se si intende dare credibilità alle parole di Draghi pronunciate per mezzo del prestigioso quotidiano economico inglese, la capacità persuasiva nei confronti dei suoi ex colleghi della Banca d’Italia e della Bce deve essere data per scontata.

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