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Perché serve una riforma nazionale sull’assistenza agli anziani non autosufficienti

Anziani Non Autosufficienti

Il post di Alessandra Servidori

 

Passato inosservato il Rapporto sulla condizione degli anziani italiani non autosufficienti. Il Covid li ha sterminati nella prima fase, continua a colpirli ferocemente anche nella seconda e terza fase.

Parliamo degli ultraottantenni che rappresentano una quota rilevante della popolazione over 65, in crescita numerica e percentuale.

E già prima della pandemia, rispetto agli ultrasessantacinquenni, sono molto di più gli over 80 che presentano limitazioni funzionali e cioè oltre il 43% degli ultra 80enni, contro poco meno del 20% degli over 65.

I dati su età e profili di fragilità delle persone decedute con il Covid-19 indicano che i più colpiti sono proprio gli anziani non autosufficienti. Per mesi abbiamo osservato se la centralità nella tragedia avrebbe almeno portato anche un effetto positivo e cioè  superare lo storico disinteresse della politica nazionale nei loro confronti. Ci sbagliavamo perché così non è stato. Diventano sempre più vitali gli strumenti di assistenza a sostegno di questi italiani e ad essere necessarie sono non solo le misure pubbliche di assistenza economica, come l’accompagno, ma anche e soprattutto l’assistenza domiciliare e residenziale, le cure intermedie e la tecnoassistenza.

Un ruolo fondamentale lo svolge il welfare aziendale, perché le misure pubbliche non vadano in crisi a causa dei costi sociali eccessivi e le famiglie possano essere sostenute dai servizi contrattati a livello di sostegno per le lavoratrici e lavoratori. Sappiamo bene che i servizi a disposizione di coloro che assistono una persona anziana possono variare da Regione a Regione, nonché in base alla categoria di appartenenza: ad esempio, per i dipendenti e per i pensionati pubblici è disponibile il programma Inps Home Care Premium Hcp, che oltre a un beneficio economico riconosciuto per la cura del disabile eroga numerosi altri benefici, quali servizi professionali di assistenza domiciliare, supporti, prestazioni di sollievo. Lo sforzo riformatore, però, non ha toccato la non autosufficienza se non ora con il governo Draghi aver nominato un ministro per la disabilità. Peraltro senza portafoglio.

Unanimemente  si osserva e si ritiene che le criticità dell’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia, sinora fondata su una governance fortemente decentrata, potrebbero essere aggredite solo da una riforma nazionale. Lo stato dovrebbe svolgere due compiti essenziali:  finanziare il necessario ampliamento dei servizi pubblici (domiciliari, semi-residenziali e residenziali) attraverso un’incisiva azione a sostegno di regioni e comuni, che ne detengono la titolarità ma che – da soli – non dispongono delle risorse occorrenti. Dovrebbe inoltre definire alcune nuove regole rispetto gli obiettivi e le modalità di funzionamento del sistema, per migliorare la qualità e l’appropriatezza delle risposte. Questi sono stati, in effetti, gli assi portanti delle riforme introdotte in numerosi paesi dell’Europa centro-meridionale.

Il rapporto Putting Quality First – Contracting for Long-Term Care esamina come gli appalti pubblici e le politiche di garanzia della qualità possono garantire un migliore accesso a servizi di assistenza a lungo termine di qualità. L’ultima analisi arriva un decennio dopo la pubblicazione del 2010 di Europe Service Network “Contracting for Quality” del Centro europeo per la politica e la ricerca sul benessere sociale che ha supportato la  ricerca, analizzando oltre 70 pubblicazioni scientifiche e 30 risposte al questionario dei membri ESN. La relazione conferma che gli appalti pubblici sono generalmente ben consolidati nel settore dell’assistenza a lungo termine in gran parte dell’Europa. Ad esempio, abbiamo visto che  in Spagna e in Gran Bretagna, vengono utilizzate clausole sociali per migliorare le condizioni di lavoro del personale addetto all’assistenza domiciliare. 

Il passaggio dall’assistenza residenziale a quella domiciliare e comunitaria è una tendenza che diventerà sempre più importante negli anni a venire. Consentire alle persone di rimanere nella loro comunità le aiuterà a sperimentare una buona qualità della vita. Aiuterà anche a soddisfare la crescente domanda di LTC (long terme care), una sfida comune a tutti i paesi europei.

I servizi domiciliari italiani oltre che maggiori fondi hanno bisogno di un totale ripensamento dei propri interventi. Infatti, la scarsità dell’offerta è accompagnata in tanti territori dall’incapacità di elaborare risposte consone alle molteplici esigenze legate alla non autosufficienza, e nel Decreto Rilancio il progetto di riforma della domiciliarità non c’era. Si è introdotto sì  un nuovo finanziamento di 734 milioni destinati all’assistenza domiciliare integrata, il  servizio pubblico erogato a casa degli anziani ma come per le altre voci del Dl Rilancio –sicuramente  un provvedimento di natura emergenziale – si è trattato di uno sforzo una tantum e solo per il 2020.

In un ambito così sotto-finanziato, un sostanziale ridisegno degli interventi può essere realizzato solo se accompagnato da uno stanziamento aggiuntivo di natura strutturale e da una riforma complessiva vista la platea al quale si rivolge. Si tratta di  utilizzare anche il Fondo caregiver introdotto con una legge del 2017, sul quale è ancora in corso una incertezza determinata dalla mancanza di accordo sul ruolo del fondo che deve essere dato direttamente ai familiari perché ne facciano un uso di sollievo per loro e non da usare per una formazione obsoleta come purtroppo è stato deciso per i fondi dirottati alle regioni per il periodo 2018/2019/2020 – in totale meno di 70 milioni – che distribuiti agli enti locali, già erano pochi, e in più si sono perduti in rivoli di pseudo corsi formativi.

Già oggi sono oltre 4 milioni le famiglie con un parente non autosufficiente e secondo una ricerca della cgil solo il 4,1% del totale della popolazione anziana complessiva usufruisce dell’Assistenza domiciliare integrata (Adi): si tratta di 502.475 persone, ovvero solo di una persona non autosufficiente su cinque. Di questi, oltre 414 mila (4,9% della popolazione anziana) risiedono nelle regioni del centro-nord, 192 mila (7,9%) in quelle del nord-est, 121 mila (3,5%) in quelle del nord-ovest, 101 mila (3,9%) in quelle del centro e 88 mila (2,3%) in quelle del sud.

In Italia non esiste, come invece c’è in Germania, un’assicurazione obbligatoria sulla non autosufficienza. Un rischio certo, non una eventualità. Toccherà tutti, direttamente o indirettamente, in famiglia e nei nostri rapporti personali. Manca una consapevolezza generale.

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