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L’Italia non è un paese per vecchi

Vecchi

Il Bloc Notes di Michele Magno

 

La vecchiaia è un tema non accademico. Lo abbiamo riscoperto drammaticamente in questi anni, in cui un virus subdolo e aggressivo ha mietuto vittime soprattutto fra quelli che un tempo, con una solennità che oggi appare un po’ ridicola, venivano chiamati vegliardi. Beninteso, accanto alla vecchiaia anagrafica, biologica e burocratica (l’età del pensionamento), c’è anche la vecchiaia psicologica (la “senilità” raccontata da Italo Svevo nel romanzo omonimo). Ma dalle sofferenze della vecchiaia psicologica ci si può riprendere. Più difficile è riprendersi da quelle dell’invecchiamento biologico, anche se la medicina e la chirurgia moderne spesso fanno miracoli. Ecco, dalla pandemia che sta colpendo il pianeta, in cui la sorte di un contagiato ultrasettantenne -non nascondiamocelo- può dipendere dalle risorse scarse e dai mezzi limitati del sistema sanitario, le generazioni della terza e quarta età rischiano di uscire devastate.

D’altro canto, l’emarginazione dei vecchi, in un’epoca in cui il progresso tecnico è impetuoso, è un dato di fatto impossibile da ignorare. Un progresso talmente rapido da lasciare indietro chi si ferma per strada, o perché non ce la fa più o perché “preferisce sostare per riflettere su se stesso, per tornare in se stesso, dove -come diceva sant’Agostino- abita la verità”. Ma ad accrescere l’emarginazione del vecchio concorre altresì un fenomeno che è di tutti tempi: l’invecchiamento culturale. Il vecchio, come ha scritto Jean Améry nel libro Rivolta e rassegnazione. Sull’invecchiare (Bollati Boringhieri, 2013), tende a restare fedele al corpo dei principi interiorizzati nel corso della giovinezza e della maturità; o a restare affezionato a quelle abitudini che, una volta formate, è penoso cambiare.

Nella nostra storia letteraria non mancano i trattatelli che esaltano le virtù della vecchiaia: dal Cato maior di Cicerone (44 a.C.) al De remediis utriusque fortune di Francesco Petrarca (1354-1366), fino all’Elogio della vecchiaia (1895) del positivista darwiniano Paolo Mantegazza, che si libera del pensiero della morte con uno sbrigativo “basta non pensarci”. Norberto Bobbio considerava queste opere apologetiche e stucchevoli. Tanto più fastidiose quanto più la vecchiaia è diventata un grande e irrisolto problema sociale, e non solo perché allude a un preoccupante declino demografico dell’Italia: “Fugace è la giovinezza / un soffio la maturità / poi avanza tremando la vecchiaia e dura, dura / un’eternità”, poetava Dario Bellezza.

Tuttavia, in un mondo globalizzato è pressoché inevitabile che i media veicolino  un’immagine dell’anziano (termine più neutrale) felice e sorridente, che può godere di una bevanda gustosa o di una vacanza attraente. E così anche lui diventa un corteggiatissimo consumatore. In una “società dove tutto si può comprare e vendere, dove tutto ha un prezzo,  anche la vecchiaia può diventare una merce come tutte le altre. Basta guardarsi attorno, allungare il proprio sguardo negli ospizi e negli ospedali, o nei piccoli appartamenti della povera gente che ha un vecchio in casa da sorvegliare e continuamente curare […], per rendersi conto di quanta sia falsa la raffigurazione non disinteressata, ma interessatamente lusingatrice, del ‘vecchio è bello’. Formula banale […] che ha sostituito l’elogio del vecchio virtuoso e sapiente” (Bobbio, De Senectute).

Il vecchio imperturbabile di una certa tradizione retorica e il vecchio disperato per l’avvicinarsi della “finis vitae” sono due atteggiamenti estremi. C’è quello sereno e quello mesto, chi ancora assapora i propri successi e chi non riesce a cancellare dalla memoria le proprie sconfitte. Tra questi due estremi vi sono infiniti altri modi di vivere la condizione senile: l’accettazione passiva, l’indifferenza, l’ostinazione di chi rifiuta di vedere le proprie rughe e si camuffa con la maschera dell’eterna giovinezza; oppure la ribellione, attraverso l’incessante sforzo di continuare il lavoro di sempre; o, al contrario, il distacco dagli affanni quotidiani e il raccoglimento nella riflessione e nella preghiera. Una realtà proteiforme esplorata con sapienza clinica dall’analista lacaniano Francesco Stoppa nel suo ultimo libro, Le età del desiderio. Adolescenza e vecchiaia nella società dell’eterna giovinezza (Feltrinelli, 2021).

L’incapacità di concepire il proprio tramonto, secondo l’autore, è probabilmente il peccato originale della generazione adulta di oggi. A compromettere la tenuta del patto tra giovani e adulti è “l’eccesso di copertura e garantismo con cui i genitori hanno allevato i propri figli, recludendoli in una campana di vetro che li ha esclusi di fatto dal campo delle responsabilità familiari e sociali. La generazione della contestazione ha steso il suo ombrello protettivo sul presente dei propri figli e, anziché passare il testimone e affrontare il “tratto traumatico” del passaggio, “tende a mantenere i suoi legittimi successori in una condizione di dipendenza […]. In questo modo salta la possibilità stessa del patto, e il processo che dovrebbe garantire la trasmissione simbolica e il reciproco riconoscimento tra le generazioni risulta invalidato a monte”. E allora come potrà la nuova generazione restituire a sua volta ciò che non le è stato trasmesso? Omero diceva (libro ottavo dell’Odissea) che “gli dèi tessono disgrazie affinché alle future generazioni / non manchi di che cantare”: sarà così.

Stoppa individua nell’adolescenza e nella vecchiaia “le età per antonomasia della vita”, intendendo per età “quelle soglie critiche che ci costringono a rinegoziare il rapporto con noi stessi e col mondo”, e per vita “ciò per cui non siamo mai pronti”. Ma proprio in quanto età della vita, adolescenza e vecchiaia -che sono tempi logici e non solo cronologici- inevitabilmente sono anche “le età del desiderio”. Una definizione di che cosa sia il desiderio non è facile: per desiderio, egli sostiene, non dobbiamo limitarci a pensare semplicemente “alle nostre voglie o ai nostri bisogni”; non è la speranza di tornare a un “prima”, di recuperare o ricostituire un qualcosa di smarrito o rotto che di fatto è perduto per sempre (l’infanzia o l’età adulta); e non è neppure un segno delle stelle che l’oroscopo sembrerebbe suggerire (de-sidera è “un venir meno delle stelle”). C’è un’altra dimensione del desiderio, che riguarda “ciò che si muove in noi nel momento in cui ci troviamo in uno stato di smarrimento conseguente alla perdita delle nostre certezze”. È questo che definisce lo status in cui adolescenti e vecchi sperimentano le loro “identità incerte e residuali”.

Fra tutti gli esseri viventi siamo i soli ad avere i titoli per prenderci cura della vita grazie a ciò che ci permette di fare il linguaggio, “l’unica patria reale, l’unico suolo sul quale possiamo camminare, l’unica casa in cui possiamo fermarci e trovare riparo”, come diceva Michel Foucault. Noi guardiamo la vita con diffidenza, la temiamo anche perché essa si trasforma e ci chiede sempre di più per seguirne gli sviluppi, ma è grazie alla parola, appunto, che noi possiamo esercitare il nostro “tocco umano che è l’arte di esserci senza imporsi, la capacità, al momento giusto, di sapersi sottrarre per lasciare spazio all’imprevedibile evoluzione delle cose”. Questo è il nostro “dire di sì alla vita”, ed è in questo che troviamo il “congegno invisibile che regola il fatto umano per eccellenza, il passaggio tra le generazioni”. Da questa esperienza può ricavare la gioia chi si ritrova dopo aver attraversato l’angoscia e il dolore di esistere.

Nel momento in cui adolescenti e vecchi sono alle prese con la rinegoziazione della propria vita essi divengono dei veri laboratori di “scrittura e riscrittura della condizione umana”, ma proprio in questa fase della loro vita appaiono, al mondo adulto, gli esseri più avulsi, i meno adatti. Come il Wakefield di Nathaniel Hawthorne (1834): “Gli individui sono così finemente ingranati in un sistema, e i sistemi l’uno nell’altro in un tutto, che, facendosi per un momento da parte, un uomo si espone allo spaventoso rischio di perdere per sempre il proprio posto. Come Wakefield, egli potrebbe diventare, diciamo così, il Reietto dell’Universo”.

Ha osservato Mauro Portello che Le età del desiderio è una diagnosi spietata della vecchiaia e del suo volto “acido”, quello dei milioni di individui immersi negli stenti economici o nella nuda sofferenza fisica. Vecchi la cui saggezza è solo fittizia, un banale buon senso figlio di una riflessione povera (“doppiozero”, 5 ottobre). Ma proprio questo dato di fatto insidiosissimo deve imporre alla vecchiaia contemporanea di essere in ogni senso attiva e reattiva, pena l’autoflagellazione. Una volta che ci si è messi al riparo dall’incultura delle mitologie mercantili, chi invecchia può reagire con la consapevolezza di sé come soggetto socialmente indispensabile. Oggi più che mai, in un’epoca in cui la scienza ci mette a disposizione qualche decennio in più da vivere, l’“estate indiana della vita”, come la definisce Pascal Bruckner nel suo saggio Una breve eternità. Filosofia della longevità (Guanda, 2020).

“Spero di restare vivo fino alla morte”, diceva Jean Paulhan. Un aforisma magnifico, il quale significa che la vecchiaia, contrariamente a quanto pensavano gli antichi, non è sempre sinonimo di rassegnazione. Perché la vecchiaia non può essere scissa dal resto della vita precedente: è la prosecuzione dell’adolescenza, della gioventù, della maturità. Come recitano i versi di Dylan Thomas: “La giovinezza chiama la vecchiaia attraverso gli anni spossati: / ‘che hai trovato?’, le grida, ‘che hai cercato? / ‘Quello che tu hai trovato’, risponde la vecchiaia, lacrimando: / ‘Quello che tu hai cercato”.

 

 

 

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