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Accordo sul nucleare iraniano: quanto ha pesato lo shale oil

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L’accordo sul nucleare che vede rientrare in gioco sulla scena internazionale l’Iran per gli Stati Uniti è stato più semplice da quando Washington ha raggiunto l’indipendenza energetica con lo shale oil. Un fattore che ha giocato molto e che si incrocia con il prezzo basso del barile

L’accordo sul nucleare tra Usa ed Europa, da una parte, e Iran, dall’altra, è di portata storica. Dopo 36 anni in cui l’Occidente ha guardato in cagnesco Theran, considerando l’Iran uno “stato canaglia” si riapre un mondo, fatto di rapporti, rapporti commerciali, grandi opportunità. Tra polemiche e critiche, prima tra tutte quella di Israele e di mezzo Congresso americano. Ma facciamo un passo indietro e valutiamo un aspetto legato al petrolio e all’energia. L’Iran è tra i più grandi produttori di greggio al mondo. In parte la storia del petrolio è legata a quella che un tempo era denominata Persia. Winston Churcill, alla fine dell’800, decise di innovare la flotta della Marina Militare e di passare dal vapore alla trazione del petrolio, attingendo al petrolio della Persia.

L’Iran è stato, nel 1960, tra i cinque Stati fondatori dell’Opec, Organization of the petroleum exporting countries, con Arabia Saudita, Iraq, Venezuela e Kuwait. Da sempre, in seno all’Opec, Theran ha avuto un rapporto dialettico con Ryad, difficoltà che ricalcano la dialettica tra sciiti e sunniti. Difficoltà di dialogo che si ripetono tra chi vuol tenere il prezzo del petrolio basso, vedi i sauditi, e chi vuole riportarlo più in sù, vedi Theran che considera il prezzo così basso un attacco alla sua economia.

La copertina del The Economist

Ora perché questa premessa? Perché nel mezzo della trattativa che ha visto Usa ed Europa di fronte all’Iran sul tema del nucleare e sulle conseguenti cadute delle sanzioni che riguardavano anche l’export di greggio, l’energia ha giocato un ruolo fondamentale. Non è un caso che al tavolo della trattativa per gli americani, oltre al Segretario di Stato, Jhon Kerry, fosse presente anche il Segretario per l’energia, Enest Moniz, politico ed esperto del tema.

Ecco, il tema dell’energia ha tenuto banco a Vienna. è stato il sottofondo dell’accordo sul nucleare iraniano. L’Iran è un paese fondamentale per la produzione di petrolio e di gas nel mondo ed è naturale che un rientro, a pieno titolo, tra i paesi esportatori non potrà che causare un abbassamento dei prezzi del petrolio nel breve termine. All’Iran guardano con attenzione la Cina, la Turchia, la Russia (l’Iran affaccia sul Mar Caspio, area geopolitica da sempre vigilata da Mosca) o anche paesi come l’Italia, la Germania e la Francia che vogliono tornare a fare investimenti nel settore dell’oil&gas.images_Iran energia

E qui veniamo al punto. Secondo uno dei più grandi esperti a livello mondiale di energia, Daniel Yergin – già vincitore del Pulitzer con il suo libro storico sul petrolio “il Premio” – gli Stati Uniti hanno dato il loro assenso ad una normalizzazione dei rapporti con Theran, e quindi ad un accordo sul nucleare iraniano, perchè si sentono forti a livello energetico, grazie alla rivoluzione dello shale gas e dello shale oil, che li ha resi autonomi ed indipendenti.

Nella trattativa con Theran questo fattore è stato non secondario: gli Stati Uniti chiuderanno il 2015, secondo le previsioni della U.S. Energy International Administration, con la più alta produzione di petrolio dal 1970, con una media giornaliera di 9,47 milioni di barili al giorno. E tutto questo grazie alla rivoluzione delle tecnologie che consentono di ricavare anche il petrolio dalla rocce di scisti.

L’Arabia Saudita e i paesi dell’Opec non potranno tenere a lungo il prezzo del petrolio basso, anche perchè questo alla lunga potrebbe nuocere alla stessa Ryad. Iraq, Venezuela e lo stesso Iran chiedono di riequilibrare il prezzo, quindi è possibile che assisteremo da qui a qualche mese ad un taglio della produzione di greggio. Non ultima anche la Russia, che non fa parte dell’Opec, chiede la stessa cosa, in quanto la sua economia già messa a dura prova dalle sanzioni dell’Europa, dipende molto dagli idrocarburi.

Il prezzo basso del barile ha investito anche lo shale oil e il tight oil, come una doccia fredda a gennaio scorso, ma gli americani stanno dimostrando di tenere duro, si sentono forti di questi risultati raggiunti, impensabili fino a qualche anno fa. Da domani, Ryad non avrà più solo un problema esterno, lo shale oil degli Usa, ma anche uno interno, le ambizioni di un paese che vuole tornare sulla scena, l’Iran. (Michele Guerriero)

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