È già noioso ripeterle, certe cose, temiamo lo sia molto di più per chi le ascolta. Ma quando il tema dell’egemonia culturale torna così evidente sarebbe vile sottrarsi e accordarsi alla maggioranza silenziosa. Nel senso che tace sul fondo valoriale per cui alcuni giusti e sbagliati sono tali a priori e quindi si assolutizzano bene e male.
L’ultimissimo caso esplode il 2 giugno. Si attribuisce all’entourage meloniano l’impressione infastidita – assistendo alla performance di artisti, sportivi e personaggi pubblici che ha coronato la festa dell’ottantesimo compleanno della Repubblica – di essere rimasti al 25 aprile. Casting, copione e testi erano un inno al buonismo senza quasi cenni identitari e unitari sulla nazione, per dirla in breve. Con alcune puntine polemiche, per esempio sulle migrazioni, dov’era difficile non ravvisare allusioni da comizio subliminale, e tagli censorei verso la prima premier donna del nostro Paese. Che, insomma, nello storytelling italiano qualcosina conta.
Citato come ideatore, autore o regista dello show dell’ottantesimo Giovanni Grasso, il massimo creativo quirinalizio. Che però è anche la firma di una nota inviata dal Colle, di chiarezza inusitata rispetto alla prosa felpata consueta in quel palazzo, per smentire le posture distanziate tra Mattarella e Meloni, riferite da qualche cronista commentatore in cerca di pepe. Al fine di guastare l’umore del Presidente del Consiglio, magari, ma facendo poi starnutire quello della Repubblica.
Sempre tra omertà del reale e annotazioni fantasiose, è sembrata sleale anche la sottovalutazione delle ovazioni che hanno accolto Giorgia Meloni, specie nei paraggi di Altare della Patria e parata militare. Si dirà che era in mezzo al suo pubblico, che il pubblico della sfilata il nazionalismo se lo porta da casa, ma il “Giorgia, Giorgia” ignorato dai media ortodossi era quello per una star.
Su Startmag, a proposito del caporalato, avevamo detto del fondo valoriale con cui la sinistra, perse le matrici rivoluzionarie e marx-leniniste, tenta di mantenere l’egemonia come radicalismo di massa: diritti individuali, ecologia retrograda, immigrazionismo. Alla destra, su questo piano minoritaria, a livello istituzionale non resta che organizzare qualche contro-evento, come la presentazione al Senato del film Rai “Non muoio neanche se mi ammazzano”, su Giovannino Guareschi. Introduzione del presidente Ignazio La Russa, relazioni del sottosegretario alla Cultura Giampiero Cannella e del senatore Raoul Russo.
Tutte a chiarire che Guareschi era indubbiamente di destra e monarchico, ma tanto non fascista da aver avuto rogne sotto il Ventennio e da aver fatto 20 mesi nei lager per non combattere con tedeschi e RSI. Prima di andare in galera altri 400 giorni per quanto ha scritto sul Candido contro De Gasperi e per una vignetta sul presidente Einaudi. Uno scrittore libero che, con don Camillo e Peppone, insiste sul fatto che la distanza tra le idee non deve mai diventare ostilità tra gli uomini.





