A Berlino il cambio di tono si percepisce ormai anche nei corridoi del governo: la Germania, per anni prudente nel confronto commerciale con Pechino, comincia a considerare l’ipotesi di una risposta europea molto più dura contro le esportazioni cinesi.
Sul tavolo di Bruxelles ci sono dazi più pesanti, strumenti per contrastare la sovrapproduzione e nuove misure di difesa industriale che fino a poco tempo fa sarebbero state considerate impensabili nel cuore manifatturiero d’Europa. Secondo quanto riferisce l’Handelsblatt, anche nella capitale tedesca cresce la convinzione che la strategia economica cinese stia colpendo direttamente il nucleo produttivo europeo.
I MOTIVI DELLA MINI SVOLTA TEDESCA SULLA CINA
La discussione si intreccia con il viaggio ufficiale in Cina della ministra dell’Economia Katherina Reiche, mentre all’interno del governo federale prende forma una linea più assertiva verso Pechino. Negli ambienti governativi citati dall’Handelsblatt viene giudicato positivamente un documento promosso da Francia, Italia, Paesi Bassi e Lituania, pensato per rafforzare gli strumenti commerciali dell’Unione europea contro quelle che vengono definite “sovraccapacità industriali sistemiche e strutturali”. La Spagna, inizialmente tra i firmatari, ha poi ritirato il proprio sostegno nel pieno delle difficoltà politiche interne del premier Pedro Sanchez, ma il segnale politico lanciato dalle maggiori economie europee resta chiaro.
Per Berlino, tuttavia, il dossier cinese continua a essere un delicato esercizio di equilibrio. La Germania è il paese europeo più esposto alla concorrenza industriale cinese e contemporaneamente uno dei più dipendenti dal mercato della Repubblica Popolare. Settori centrali dell’economia tedesca, dall’automotive alla chimica fino all’ingegneria meccanica, devono fare i conti con prodotti cinesi sempre più competitivi nei prezzi e nella qualità. Al tempo stesso gruppi come Volkswagen e Basf mantengono interessi enormi in Cina, rendendo ogni irrigidimento diplomatico potenzialmente rischioso.
Negli ultimi anni il governo tedesco aveva oscillato tra cautela commerciale e richiami alla riduzione delle dipendenze strategiche. Ora, però, la pressione dell’industria europea e il rallentamento dell’economia tedesca stanno cambiando il quadro. Gli economisti parlano apertamente di un nuovo “shock cinese”, con la Germania indicata come l’epicentro europeo dell’impatto provocato dall’ondata di importazioni provenienti dalla Cina.
BRUXELLES PREPARA LE CONTROMOSSE
A Bruxelles il dibattito è più avanzato da tempo. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sta discutendo con i commissari un nuovo pacchetto di interventi commerciali, sostenuto in particolare dal commissario europeo all’Industria Stéphane Séjourné e dal commissario al Commercio Maros Sefcovic. L’obiettivo è rafforzare le difese europee contro le sovraccapacità produttive cinesi.
“La convinzione che l’Europa debba agire con maggiore fermezza si sta diffondendo sempre di più”, ha dichiarato Séjourné all’Handelsblatt. Il tema centrale riguarda il modello economico cinese, basato “sull’espansione dell’export attraverso sussidi pubblici, capacità produttive elevate e una riduzione della dipendenza dalle importazioni”.
Secondo un recente studio del think tank Center for European Reform, citato sempre dal quotidiano di Düsseldorf, il danno economico per l’Europa e la Germania sarebbe ormai “misurabile”. Tra il 2019 e il 2025, sostiene il documento circolato tra i governi europei, l’industria del continente avrebbe perso circa un milione di posti di lavoro. La preoccupazione riguarda non soltanto la perdita di quote di mercato nei paesi emergenti, ma anche “la crescente presenza delle aziende cinesi direttamente in Europa”.
Tra le ipotesi discusse a Bruxelles figurano dazi più elevati e soprattutto procedure di difesa commerciale applicate a interi settori industriali, senza dover aprire lunghi procedimenti prodotto per prodotto. È il caso delle auto elettriche: oggi, ad esempio, Bruxelles applica a BYD un dazio del 17%, mentre Stati Uniti e Canada hanno introdotto tariffe del 100%. Non è un caso che Paesi come l’Ungheria e la stessa Germania siano visti dalla casa automobilistica cinese come ventri molli per l’ingresso in Europa.
IL DILEMMA DI BERLINO
La proposta più ambiziosa è quella di un nuovo “strumento di resilienza” europeo, pensato per “intervenire quando le distorsioni commerciali minacciano capacità produttive considerate strategiche per l’Unione”. Il meccanismo potrebbe includere dazi aggiuntivi o quote alle importazioni, facendo leva sulle eccezioni previste dall’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) per motivi di sicurezza economica.
Proprio il rispetto delle regole dell’Omc rappresenta però una delle principali cautele tedesche. Berlino, pur condividendo l’impostazione generale del documento europeo, non intende per ora aderire formalmente alla proposta, afferma l’Handelsblatt. Nel ministero dell’Economia prevale la convinzione che misure troppo estese possano produrre effetti collaterali difficili da controllare, compreso il rischio di ritorsioni cinesi.
L’economista Gabriel Felbermayr, direttore dell’Istituto austriaco per la ricerca economica (Österreichisches Institut für Wirtschaftsforschung, Wifo), ha definito il non-paper europeo un “tentativo utile” per rafforzare gli strumenti di protezione commerciale, “purché nel rispetto del diritto internazionale”. Ma lo stesso Felbermayr invita a evitare derive protezionistiche troppo radicali: “Un’offerta costruttiva alla Cina rimane la scelta giusta, non alzare muri”, ha detto all’Handelsblatt.
Nel rapporto con la Cina è in fondo ancora questo il punto che oggi attraversa il dibattito tedesco: difendere l’industria europea senza spezzare il rapporto economico con il principale partner commerciale asiatico. Una linea sottile che Berlino, più di ogni altra capitale europea, cerca di mantenere.






