Una bonifica ambientale negli uffici della banca, poi la preparazione di dossier su persone e assetti interni, fino all’ipotesi di nuove attività di intercettazione. È il passaggio barese dell’inchiesta della Procura di Roma sulla cosiddetta squadra Fiore, il gruppo di ex uomini dei servizi segreti e delle forze dell’ordine che avrebbe operato per anni ai margini – e oltre – della legalità.
Come emerge dai resoconti giornalistici il 30 novembre 2024, stando agli inquirenti, una parte della squadra composta tra gli altri da Rosario Bonomo, Giuliano Tavaroli, Francesco Rossi e Luigi Ciro De Lisi avrebbe lavorato negli uffici della Banca Popolare di Bari, all’epoca già trasformata in Banca del Mezzogiorno e controllata dal Mediocredito Centrale, gruppo Invitalia, dopo l’intervento pubblico del 2019 seguito al commissariamento disposto da Bankitalia.
LA CENTRALE PARALLELA DI DEL DEO
La vicenda barese non è isolata: per i magistrati si inserisce in un sistema più ampio riconducibile all’ex numero due dell’Aisi Giuseppe Del Deo.
Di “holding del dossieraggio” parla il Corriere della Sera, una rete in grado di raccogliere informazioni, costruire report e muoversi tra apparati pubblici e interessi privati. Mentre il Giornale la definisce una “centrale di spionaggio” finalizzata ad accorpare intercettazioni e dati sensibili.
Al centro ci sarebbe un archivio imponente di informazioni costruito negli anni, alimentato anche da centinaia di intercettazioni raccolte fuori dai canali ufficiali, soprattutto nel mondo della finanza, e dall’accesso a banche dati riservate. Secondo quanto riportato da Repubblica, file e documenti venivano poi rielaborati in dossier “giornalistici”.
Per operare, il gruppo si muoveva anche attraverso società reali usate come copertura: la Strategic Risk Consulting riconducibile a Giuliano Tavaroli, la Galima legata a Luigi Ciro De Lisi e una struttura riferibile a Bellomo, tutti con trascorsi nelle forze dell’ordine o nell’intelligence. Secondo la Procura, dietro contratti e consulenze venivano in realtà costruiti dossier su persone e aziende, utilizzando strumenti simili a quelli delle forze dell’ordine, insieme a interventi di bonifica ambientale e attività di intercettazione non autorizzata.
IL LAVORO PER LA POPOLARE DI BARI
In questo contesto si colloca il lavoro svolto per la banca barese avvenuto alla fine del 2024. Secondo gli inquirenti, sarebbe stato realizzato proprio per conto dell’istituto un “complesso lavoro para-investigativo”. Le attività sarebbero partite da una bonifica ambientale negli uffici e si sarebbero estese alla predisposizione di dossier contenenti informazioni riservate, con la prospettiva di ulteriori interventi.
Dopo la bonifica, come riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, sarebbero state installate apparecchiature per eseguire intercettazioni e successivamente costruiti dossier reputazionali, destinati – secondo i sospetti degli inquirenti – a essere utilizzati per finalità di profitto o pressione.
Nelle conversazioni intercettate, gli stessi indagati discutono della collocazione di dispositivi e della necessità di “presentare il preventivo per le altre cose che devono fare”, lasciando intendere un rapporto non occasionale ma strutturato con il committente.
IL NODO DEI MANDANTI
È proprio sul committente che si concentra ora il lavoro della Procura. Nonostante la mole di elementi raccolti, il nome di chi avrebbe richiesto i servizi della squadra Fiore non emerge mai in chiaro: nelle intercettazioni è sempre coperto da pseudonimi.
Gli investigatori sono così alla ricerca dei mandanti, cercando di capire chi abbia ordinato bonifiche e dossier nella “nuova” PopBari.
Il punto è tanto più sensibile perché le attività contestate si collocano in una fase in cui la banca era già passata sotto il controllo pubblico, nell’orbita del Mediocredito Centrale (gruppo Invitalia controllato dal ministero dell’Economia) dopo il salvataggio del 2019, con l’istituto guidato dall’amministratore delegato Cristiano Carrus.
TRA PASSATO E PRESENTE: DE GENNARO E LA “BONIFICA” ISTITUZIONALE
Il cortocircuito è evidente anche sul piano simbolico. Dopo il dissesto e il commissariamento del 2019, la banca era stata affidata a una governance con forte impronta istituzionale. Nel 2020 era arrivato alla presidenza Gianni De Gennaro, già capo della Polizia e ai vertici dei Servizi, con il compito di garantire un presidio di legalità durante la fase di risanamento.
De Gennaro è rimasto in carica fino al 2022, accompagnando l’istituto nella transizione verso il nuovo assetto e nella progressiva normalizzazione. È in quella scia – quella di una banca risanata e riportata sotto controllo statale – che si inseriscono però, a distanza di poco tempo, le operazioni attribuite alla squadra Fiore.
DOSSIER E INTERCETTAZIONI SENZA CONTROLLO
L’inchiesta mette in luce un elemento di fondo: il metodo. Le attività del gruppo si fondavano su intercettazioni effettuate anche senza il via libera della magistratura e sull’accesso a banche dati riservate.
Il sospetto è che il sodalizio disponesse di strumenti e competenze tali da replicare, in forma privatizzata, funzioni tipiche degli apparati pubblici. Un sistema in cui le informazioni venivano raccolte, archiviate e poi utilizzate per costruire dossier destinati a clienti interessati a influenzare equilibri imprenditoriali o politici.
In questo quadro, il caso della Popolare di Bari appare come uno dei possibili punti di contatto tra questa rete e il mondo finanziario.
UN ISTITUTO TRA INCHIESTE E VECCHIE OMBRE
Il tutto mentre l’istituto continua a fare i conti con le vicende del passato. A Bari è ancora in corso il processo agli ex vertici della banca, Marco e Gianluca Jacobini, padre e figlio, già presidente e vicedirettore generale, accusati di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza. Al centro delle contestazioni anche l’acquisizione della banca Tercas nel 2014, operazione che secondo la Procura sarebbe stata gestita in modo da alterare la rappresentazione dei conti e mantenere il controllo dell’istituto.
LE PISTE DEGLI INQUIRENTI
Resta ora da capire se il lavoro della squadra Fiore sia stato commissionato per esigenze interne alla banca, per conflitti tra gruppi di interesse o per operazioni più ampie legate al controllo di informazioni sensibili. Gli inquirenti stanno seguendo le tracce dei pagamenti, dei contratti e delle relazioni tra gli indagati e possibili referenti.
Intanto il Copasir ha acquisito gli atti dell’inchiesta, segno che la vicenda supera il perimetro giudiziario ordinario e tocca anche quello dell’intelligence e della sicurezza nazionale.







