Caro direttore,
stamattina a Omnibus su La7 ho avuto il piacere di ascoltare Ferruccio de Bortoli, firma rilevante de L’Economia del Corriere della Sera nonché ex-direttore del medesimo giornale, mentre sollecitava il governo a promuovere la concorrenza, ad aprire i mercati e dunque a ridurre il peso dello stato. Per fortuna che non gli è venuto in mente di scrivere le stesse cose sul Corriere!
Nell’inserto di economia di oggi, lunedì, infatti, il quotidiano – da sempre liberista tendenza Giavazzi – ha dedicato tanto spazio all’operazione di Poste Italiane su Tim, adottando una linea… realista, per così dire. Nello spiegare il gigantesco valore politico e strategico per il sistema-paese dell’eventuale incorporazione di Tim all’interno di Poste Italiane, il Corriere ha scritto che “il governo Meloni ha scelto di presidiare il settore delle telecomunicazioni in nome della sovranità digitale, un concetto che nell’era dell’intelligenza artificiale, del cloud e dei dati vale quanto un tempo valevano acciaio e autostrade. La scelta di fare di Poste Italiane il veicolo di questo ritorno pubblico è politicamente intelligente”.
Del resto, chi meglio dello stato può guidare la navigazione nelle acque agitate del tecno-capitalismo odierno? E perché mai la mano pubblica dovrebbe correre il rischio di lasciare la sovranità digitale in balia della concorrenza, quando potrebbe occuparsene in prima persona e con saggezza?
Poste Italiane è il contenitore perfetto per Tim: è un’azienda statale (la controlla per il 64 per cento il ministero dell’Economia, sia direttamente che attraverso Cassa depositi e prestiti), con una presenza capillare sul nostro territorio, una clientela vastissima e una lunga tradizione di efficienza percepita. Una volta che avrà comprato tutta l’ex-Telecom Italia, avremo finalmente il “campione nazionale dei servizi digitali con le spalle coperte dalla garanzia pubblica” di cui abbiamo bisogno, scrive sempre il Corriere.
L’acquisizione di Tim e l’integrazione delle sue attività nelle proprie renderà Poste Italiane “la piattaforma italiana dell’intelligenza artificiale” e le permetterà di sostenere investimenti “che non sono alla portata delle dimensioni medie delle imprese italiane”. Che altro dire se non: ottimo! Spero solo che le capacità di intelligenza artificiale di Tim siano più avanzate di quelle mostrate al Festival di Sanremo…
La pensa allo stesso modo del Corriere anche Il Foglio, il quotidiano faro dei liberisti italiani (seppure incassi liberalmente anche contributi statali). Non me ne stupisco, e perché dovrei? I veri intellettuali liberali che si riconoscono nel giornale di Claudio Cerasa non possono vivere confinati dentro una torre d’avorio, ma devono rimanere a contatto con il mondo, adattarsi alla realtà delle cose: non possono essere altro che dei pragmatici. E se il mondo è flagellato dalle tensioni geopolitiche e dalle accelerazioni tecnologiche, è naturale concludere che solo lo stato è in grado garantire la necessaria sicurezza: anzi, la necessaria sovranità.
Quello tra Poste Italiane e Tim – leggo sul Foglio, che finalmente rottama l’ideologismo turboliberista – è dunque un “matrimonio che s’ha da fare” perché “metterebbe in sicurezza un’infrastruttura strategica come le telecomunicazioni” e permetterebbe all’Italia di “raggiungere una posizione preminente nelle infrastrutture della nuova rivoluzione digitale”. E ancora: “le telecomunicazioni sono diventate non solo un servizio per i clienti, ma anche infrastrutture strategiche. Siamo ormai in pieno ‘capitalismo geopolitico'”.
Che t’avevo detto, direttore? Non c’è contraddizione: è il capitalismo che s’è fatto politico – anzi, geopolitico – e che chiede più stato. Non è lo stato che ingerisce nel mercato, bensì il mercato che invoca lo stato.
Mi chiedo solo se, in tutto questo parlare di strategicità, non ci stiamo tutti dimenticando della rete di Tim – quella sì, un’infrastruttura strategica -, che nel 2024 è stata venduta al fondo americano Kkr. Ma sono dettagli.
Infine, volevo spendere alcune parole per la Zuppa di Porro, cioè la rassegna stampa del liberalissimo e fiero liberista (non so se ancora anche libertario) Nicola Porro, che stavolta si è rivelata molto… asciutta. Qualche malpensante direbbe insipida, ma io l’ho trovata facilmente digeribile. Lo dico perché la notizia dell’operazione tra Poste Italiane e Tim è stata data in modo secco, cioè cronachistico, senza nessun commento ficcante, tanto meno di impronta antistatalista.
Lo stesso malpensante di prima potrebbe dire che è una delusione e un peccato, ma io la penso diversamente. Porro ha dato una grande prova di maturità nell’attenuare – finalmente! – gli ardori liberistici e mettersi sulla scia del Corriere giavazziano e il Foglio cerasiano per ricalibrarsi sulla nuova realtà del capitalismo geopolitico e dello stato-investitore e innovatore.
Insomma, direttore, diamo il benvenuto anche ad ex-liberisti duri e puri nel club dei pragmatici, dei realisti e anche un po’ dei paraculi quali siamo tutti noi, chi più chi meno.
Nevvero, caro direttore?
Cordiali saluti,
Francis Walsingham







