L’Agenzia internazionale dell’energia ha deciso ieri di immettere sul mercato 400 milioni di barili di petrolio contenuti nelle riserve strategiche dei paesi membri – trentadue in tutto, tra cui gli Stati Uniti, l’Italia, la Germania, la Francia, il Regno Unito, il Giappone e il Canada – con l’obiettivo di favorire l’abbassamento dei prezzi internazionali del greggio, cresciuti molto a causa dell’inagibilità dello stretto di Hormuz.
UNA MISURA DI EMERGENZA CHE NON RISOLVE LA CRISI DEL PETROLIO
Si tratta del più grande rilascio di sempre da parte dell’Agenzia, parecchio superiore ai 182 milioni di barili immessi sul mercato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il direttore dell’organizzazione, Fatih Birol, ha parlato di una “azione collettiva di emergenza di portata senza precedenti”, che però permetterà solo di guadagnare tempo, non di risolvere la situazione.
Perché la crisi dei prezzi possa rientrare, infatti, è necessario che lo stretto di Hormuz venga “sbloccato” in tempi brevi, come ammesso dallo stesso Birol: gli Stati Uniti e Israele, dunque, dovranno concludere in fretta la loro guerra all’Iran, che sta attaccando le navi che attraversano il braccio d’acqua.
In condizioni normali, dallo stretto di Hormuz transita ogni giorno circa un quinto di tutto il gas e del petrolio trasportati via mare; la sua chiusura sta già complicando la commercializzazione delle forniture mediorientali di idrocarburi, e di conseguenza gli approvvigionamenti dei paesi dipendenti da questa regione (come il Giappone, la Corea del sud e la Cina). Diversi produttori di peso, come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Iraq, hanno già ridotto il loro output.
COSA SAPPIAMO DEL RILASCIO DI PETROLIO: CONTRIBUTI NAZIONALI, TEMPISTICHE E COMPOSIZIONE
Le riserve petrolifere d’emergenza dei membri dell’Agenzia internazionale dell’energia ammontano a più di 1,2 miliardi di barili: le più grandi sono quelle statunitensi, con oltre 415 milioni di barili. Diversi paesi hanno già rivelato i loro contributi: gli Stati Uniti rilasceranno 172 milioni di barili; il Giappone – pur essendo un grande importatore di greggio, dunque parecchio esposto alla crisi dei prezzi – circa 80 milioni di barili; la Corea del sud 22,5 milioni; il Regno Unito 13,5 milioni; la Germania 19,5 milioni e la Francia 14,5 milioni. Il contributo dell’Italia dovrebbe aggirarsi sui 9 milioni di barili.
A fare davvero la differenza, tuttavia, non saranno i volumi complessivi quanto soprattutto le tempistiche (cioè il numero di barili che verranno immessi sul mercato ogni giorno) e la composizione dei rilasci (le percentuali di greggio e di derivati petroliferi: i consumatori, del resto, non utilizzano la materia prima ma la benzina e il gasolio).
Le riserve statunitensi sono composte solo da greggio, quelle europee principalmente da prodotti raffinati (il mercato regionale ha bisogno di jet fuel, cioè carburante per aerei), quelle giapponesi contengono sia greggio che derivati.
INTANTO, L’IRAN RIEMPIE DI MINE LO STRETTO DI HORMUZ
Gli sforzi dell’Agenzia internazionale dell’energia per far scendere i prezzi del petrolio sono stati complicati dalla decisione dell’Iran – riportata dalla Cnn – di posare decine di mine navali lungo lo stretto di Hormuz, per disincentivare ulteriormente i passaggi delle imbarcazioni. Le forze armate iraniane hanno anche invitato gli altri paesi a prepararsi a un balzo dei prezzi del petrolio fino a 200 dollari al barile.
L’esercito americano ha fatto sapere di aver eliminato sedici navi posamine iraniane, mentre il presidente Donald Trump ha minacciato l’Iran di conseguenze militari se non rimuoverà gli ordigni.
La settimana scorsa Trump aveva detto che gli Stati Uniti avrebbero garantito la libertà di circolazione dei carichi energetici nel golfo Persico, fornendo coperture assicurative alle imbarcazioni e persino una scorta militare. Tuttavia, la marina militare americana ha respinto le richieste di scorta avanzate dalle compagnie di trasporto marittimo, sostenendo che in questo momento i rischi di attraversamento dello stretto di Hormuz siano troppo elevati.







