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Ma La Stampa è stata davvero comprata da un editore-satana?

Giornalisti, Fnsi e politica in subbuglio per la vendita del quotidiano La Stampa al gruppo Sae. Quindi tutti preferivano John Elkann contro cui i giornalisti di Repubblica erano arrivati a scioperare? La lettera di Claudio Trezzano

Caro direttore,

vivo con incredulità e stupore quanto sta accadendo nella redazione della Stampa, quotidiano che seguo fin da quando avevo i capelli perché alessandrino. Avrei scommesso migliaia di euro sul fatto che l’uscita di scena di un editore tanto ingombrante come John Elkann (che lo fosse non lo dico io, che sono un semplice osservatore esterno: si provi a citofonare a Riccardo Luna chiedendogli perché se ne è andato all’improvviso da Italian Tech di Repubblica o lo si chieda alla stessa redazione che proprio nei giorni della kermesse tecnologica di Torino organizzata da Gedi scioperava contro il rampollo della famiglia Agnelli) avrebbe fatto tirare a tutti un sospiro di sollievo da quelle parti, consentendo di trattare finalmente con l’auspicata serenità la questione Fiat – Stellantis proprio adesso che da più osservatori è vista come una entità in fuga dall’Italia (e il fatto che Elkann non abbia più interesse a tenere in portafogli il quotidiano del Nord-Ovest è spia probabilmente proprio del fatto che l’azienda automobilistica non sia più “torinocentrica”).

Sarà un caso, ma i quotidiani più agguerriti nei confronti della gestione delle fabbriche italiane di Stellantis mi sono parsi Il Sole 24 Ore e soprattutto il milanese Corriere della Sera, mentre Stampa e Repubblica parevano procedere col freno a mano tirato. Ecco, ma se Torino è Fiat e la Fiat è Torino, da giornalisti del principale quotidiano del Nord Ovest non siete forse contenti di avere finalmente le mani libere per trattare l’argomento in un periodo storico che sembra preludere a grandi cambiamenti industriali, peraltro potenzialmente dannosi per il nostro ecosistema economico?

Io non avrei dubbi a rispondere. La risposta dei giornalisti della Stampa invece è questa: “Oggi non troverete il nostro quotidiano in edicola: la redazione de La Stampa si è riunita in assemblea permanente. Quanto è accaduto e sta accadendo nelle ultime ore è uno strappo grave e senza precedenti nella storia del nostro giornale. Con la firma del contratto preliminare di cessione al gruppo Sae, il gruppo Gedi compie l’ennesima dismissione di una stagione che ha già impoverito il panorama editoriale italiano. La Stampa, che da oltre un secolo rappresenta un presidio di informazione per il Nord Ovest e per l’intero Paese, viene ceduta senza che siano state fornite garanzie chiare e vincolanti a chi ogni giorno la realizza e ai lettori che la sostengono. È inaccettabile”.

Lamenta il Cdr: “Per la nostra testata si apre un futuro carico di incognite. L’operazione sarà perfezionata entro il semestre, ma a oggi non esistono impegni concreti su occupazione, salari, assetti organizzativi, linea editoriale e investimenti. Non una qualche pratica amministrativa da sbrigare, ma una rivoluzione che può compromettere identità, autonomia e qualità del nostro lavoro. A Gedi, che abbiamo incontrato ieri, abbiamo chiesto risposte puntuali: su quali basi si ritiene che Sae possa garantire continuità e sviluppo? Quali garanzie finanziarie sono state realmente fornite? Qual è il perimetro preciso delle attività cedute? Abbiamo chiesto clausole vincolanti a tutela dei posti di lavoro, dei salari, del contratto nazionale e degli accordi aziendali. Le risposte sono state vaghe, elusive, insufficienti. Non possiamo e non vogliamo accontentarci”.

A voler malignare, direttore, sembra quasi che si preferisse la sicurezza economica alla serenità di poter raccontare a 360 gradi la realtà economica locale nella quale sono immersi.

Viva John Elkann, che si è peraltro visto rifiutare in merito all’eredità di Marella Caracciolo la messa alla prova che aveva richiesto.

Cattivo invece il nuovo acquirente: “A Sae chiediamo di uscire allo scoperto. Pretendiamo la presentazione immediata del piano industriale e del progetto editoriale. Vogliamo conoscere la composizione societaria del veicolo che acquisirà il giornale, sapere chi sono gli investitori evocati nei comunicati, avere conferma formale e scritta della piena autonomia e indipendenza della testata. Esigiamo garanzie sul mantenimento degli organici, sulla struttura delle redazioni, su investimenti nel digitale e nel multimediale. Non dichiarazioni di principio, ma impegni nero su bianco”.

E poi puntualmente la solita geremiade sul diritto costituzionale all’informazione: “La cessione di un giornale non è un fatto neutro né meramente contabile. L’informazione non è una merce da scambiare: è un bene pubblico, un presidio democratico, un diritto delle cittadine e dei cittadini. Ogni passaggio opaco, ogni scelta priva di tutele, mette a rischio non solo il lavoro di una redazione, ma il pluralismo e la qualità del dibattito pubblico”.

Non ricordo però nessuno di questi giornalisti ipersindacalizzati evocare e sbandierare il diritto all’informazione circa il tema del precariato del mondo del giornalismo, di quanto vengano pagati i singoli pezzi (sarebbe carino avere il prezziario Gedi) ai collaboratori esterni e dopo quanto tempo. Perché se un giornalista affronta il precariato, vive alla giornata e viene pagato poco e male non sussiste mai il tema “del bene pubblico, del presidio democratico, del diritto dei cittadini e delle cittadine” a essere informati con rigore e puntualità? Perché tali pericoli si fanno avanti solo quando si tocca chi ha il sedere ben al caldo dalla coperta della contrattazione collettiva?

Poi il tono si fa ancora più farsesco: “In queste ore decisive rivendichiamo con forza il diritto di sapere, di capire, di partecipare. Non saremo spettatori di decisioni che riguardano il nostro futuro e quello del giornale. Se non arriveranno garanzie concrete, siamo pronti a difendere la redazione e il diritto dei lettori a un’informazione libera, autorevole e indipendente con tutti gli strumenti legittimi a nostra disposizione”. Pare il preludio di uno stato d’assedio. “La storia de La Stampa non è una proprietà da trasferire in silenzio: appartiene a una comunità vasta di lettrici e lettori. A quella comunità diciamo con chiarezza che non arretreremo di un passo nella difesa della dignità del nostro lavoro e dei valori che lo fondano”.

Ma i giornalisti della Stampa non sono gli unici a portare avanti una battaglia resa ancora più ingiustificabile a mio avviso dal fatto che l’acquirente (Alberto Leonardis, nella foto) non è un outsider dell’editoria, ma ha già rilevato da Gedi quattro giornali — Il Tirreno, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio e La Nuova Ferrara — e nella sua Sapere Aude Editori dal 2022 c’è anche La Nuova Sardegna e dal 2024 la Provincia Pavese. Questo soggetto che per i giornalisti della Stampa dovrebbe “uscire allo scoperto” pubblica sei quotidiani e ha chiuso il 2025 con oltre 175 milioni ricavi e un margine operativo lordo di 15 milioni.

In un articolo apparso sul Corriere scopro pure che ” Il governatore del Piemonte, Alberto Cirio, ha fatto sapere che la Regione segue «con attenzione» la vendita del quotidiano, mentre il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, ha detto che vigilerà «sul piano industriale e sul’occupazione»” e mi viene da ghignare dato che a mio avviso Regione e Città dovrebbero preoccuparsi soprattutto dei temi occupazionali connessi a Mirafiori, che sono nell’ultimissimo periodo è tornata a sfornare qualche auto, ma l‘indotto è stato massacrato dalle decisioni industriali del gruppo, tra Alfa Romeo fatte in Polonia, Fiat prodotte in Serbia e in Algeria (Grande Panda), oppure in Marocco (Topolino).

Resto onestamente basito nel vedere come il mondo della politica – e in particolare gli esponenti del centrodestra – finora ignorati da Elkann (il governo Meloni ha chiesto a più riprese che Stellantis ritornasse a sfornare 1 milione di auto l’anno: nel 2025 gli stabilimenti italiani ne hanno prodotte 380mila, persino meno rispetto alle 475.090 unità del 2024 e alle 751,384 del 2023) continuasse a preferire quell’editore che peraltro ha pure rifiutato a comparire in Parlamento al primo invito, salvo scendere a Roma coi suoi tempi.

E resto anche basito che a preferirlo fossero i giornalisti, nonostante il loro nuovo editore sia già nell’editoria e non mi pare si possa dire – almeno al momento – che abbia chissà quali conflitti di interessi. L’Associazione Stampa Subalpina e l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte in una nota congiunta dichiarano: «La nostra posizione è chiara: La Stampa deve rimanere un giornale autorevole, indipendente e rispettoso della sua storia ultracentenaria. Disposti da sempre al dialogo costruttivo seppur acre nei toni, Subalpina e Ordine non lasceranno spazio ad azioni forzate di riduzione del perimetro dei lavoratori, giornalisti e non giornalisti, e a virate editoriali che possano offuscare lo spirito liberale e democratico de La Stampa».

Sulla medesima falsariga la nota dell’Associazione Stampa Romana: «La cessione de La Stampa a Sae, annunciata oggi da Gedi, ha troppe zone d’ombra, che nè chi vende, nè chi compra hanno voluto illuminare, nonostante le insistenti richieste di redazione e sindacato. È indispensabile che l’acquirente faccia chiarezza sui progetti per il quotidiano, sui misteriosi soci del nord che sarebbero pronti a entrare nella partita, sulle garanzie per occupazione e stipendi».

«Per difendere l’identità e lo stesso valore economico de La Stampa – prosegue il comunicato – occorrono in primo luogo risorse finanziarie adeguate e investimenti, indispensabili per assicurare al giornale un futuro all’altezza della sua storia, del suo ruolo nella vita democratica del Paese». Il sindacato regionale conclude: «Stampa Romana, con la Fnsi e le altre Associazioni regionali della stampa, sarà al fianco dei colleghi del Cdr, della redazione, in tutte le azioni che vorranno intraprendere».

L’arrivo di un peso massimo (niente battutacce) del giornalismo come Luca Telese al Centro, quotidiano abruzzese, mi pare sia spia della volontà di investire nelle testate del Gruppo.

Chiudo con le parole di un torinese DOC, Lorenzo Pregliasco, analista politico, esperto di comunicazione e fondatore di YouTrend, perché mi pare diano una ottima lettura di come funzionino le cose in Italia, a ogni livello e sotto ogni campanile. Pure sotto la Mole Antonelliana.

Saluti,

Claudio Trezzano

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