Caro direttore,
i dati Eurostat sulla produttività reale per ora lavorata mostrano che dal 2000 al 2024 in Italia è cresciuta dello 0,3 per cento, mentre in Germania è salita del 22 per cento, in Spagna del 19 per cento, in Francia del 15 per cento.
La produttività è la capacità di un’economia di creare valore con le ore di lavoro disponibili e determina salari, benessere e competitività. Quando un paese produce più valore con lo stesso tempo lavorato, può permettersi di pagare salari più alti, quando invece la produttività ristagna, i salari rimangono bassi. Se un’azienda produce poco valore per ogni ora lavorata, non ha margini per distribuire redditi più elevati.
Gli economisti misurano la produttività in diversi modi, ma il più importante è la “produttività totale dei fattori” (Tfp). Questo indice include tutto ciò che non dipende dall’aumentare delle ore lavorate o dell’utilizzazione degli impianti: il progresso tecnologico, l’innovazione, l’efficienza organizzativa, il miglioramento delle competenze. In Italia la Tfp è cresciuta fortemente fino agli anni Settanta, si è fermata negli anni Ottanta e dagli anni Novanta è ferma o in declino.
Una delle cause della produttività stagnante sta nel fatto che l’aumento del numero degli occupati negli ultimi anni è stato trainato soprattutto dai servizi a bassa produttività, come alloggio e ristorazione, sanità e servizi socio-assistenziali. Secondo i dati Istat, nel 2024 la produttività del lavoro è calata maggiormente proprio dove il lavoro è aumentato di più: nel commercio, nella logistica e nelle attività ricettive la produttività è diminuita dello 0,8 per cento, nei servizi privati di istruzione, sanità e assistenza dello 0,6 per cento. Parallelamente è cresciuto il lavoro intermittente del sei per cento, quella forma contrattuale tipica del turismo e della ristorazione dove si lavora per periodi brevi e discontinui, e si sono diffuse le posizioni a bassa intensità lavorativa.
Il costo del lavoro è cresciuto del 3,3 per cento su base annua, spinto dall’aumento dei contributi sociali e dai rinnovi contrattuali. In un contesto di produttività stagnante, questa dinamica comprime i margini delle imprese e indebolisce gli incentivi a investire. Negli ultimi anni molte imprese hanno scelto di investire più sul lavoro che sul capitale: il lavoro costava relativamente meno a causa dell’inflazione, mentre gli investimenti in macchinari erano più onerosi.
L’Italia rischia di rimanere intrappolata in quello che gli economisti chiamano un “equilibrio di basso livello”: un sistema stabile ma povero, dove produttività bassa genera salari bassi che scoraggiano gli investimenti necessari per aumentare la produttività. Uscirne richiederebbe cambiamenti simultanei su diversi fronti: politiche industriali che favoriscano la crescita dimensionale delle imprese, investimenti in formazione e ricerca, semplificazione burocratica, infrastrutture moderne, un sistema fiscale che premi l’innovazione.
Sono problemi antichi che continuano a essere coperti dal silenzio di chi dovrebbe avere più interesse a denunciarli e a proporre soluzioni concrete e credibili. Vale per chi governa e per chi si oppone.







