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Fintech

Pietro Sella: In Italia è difficile realizzare una Silicon Valley. Anche se facessimo tutto in modo perfetto è arduo immaginare che un singolo soggetto possa fare come Google. In realtà c’è una via italiana da seguire

 

“La tecnologia FinTech consente, potenzialmente, l’allocazione più efficace delle risorse, costi più bassi, tempi rapidi, servizi nuovi e migliori, l’aumento dell’inclusione finanziaria, nuove fonti di finanziamento e di investimento e alla fine, supporto allo sviluppo economico del paese. Quindi, l’assunto è che il FinTech va favorito in quanto porta a dei miglioramenti ma senza dimenticare le minacce. Anche se vedo più rischio nel non procedere che nel procedere facendo dei piccoli errori controllati”. È quanto ha affermato l’amministratore delegato di banca Sella, Pietro Sella intervenendo in commissione Finanze alla Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle tematiche relative all’impatto della tecnologia finanziaria sul settore finanziario, creditizio e assicurativo.

Secondo Sella però “è importante mettere a fuoco il fatto che essere vincenti nello scenario della digitalizzazione richiede l’apprendimento di nuove regole di gioco perché i cicli di vita più brevi e il level field del talento fanno sì che sia difficile innovare anche per i soggetti innovativi. Si stanno realizzando soluzioni molto efficaci e la competizione è diventata ormai globale. Quindi – ha precisato il manager – quando parliamo di regole gioco e di creare ecosistemi e innovazioni efficaci e si parla di acceleratori e incubatori, tutti gli attori, siano essi Parlamento, studi legali, università, governo autorità di controllo o chi gestisce i capitali, deve agire in un’architettura aperta molto ben funzionante. Su questo l’Italia non è fortissima. Il cosiddetto venture capital sconta dei volumi di investimento inferiori al resto d’Europa, e risulta quindi essenziale favorire lo sviluppo dell’ecosistema dell’innovazione adottando regole positive e limitando i rischi”.

La disruption dei modelli di business

L’intervento dell’amministratore delegato di banca Sella si era aperto parlando di frequenza nell’innovazione “aumentata moltissimo grazie all’ingresso della scienza dell’informazione nell’evoluzione umana cioè informatica, reti e intelligenza artificiale” quella che viene chiamata “ rivoluzione digitale. C’è un parallelo con il passato: nella rivoluzione industriale si automatizzavano le braccia, nella rivoluzione digitale si automatizza il cervello – ha sottolineato Sella –. Questo parallelo ci consente di verificare che le regole del gioco cambiano completamente. Cambiano i modelli di business e tra le regole che cambiano di più c’è il fatto che le barriere di accesso all’innovazione si siano ridotte enormemente mentre la frequenza dell’innovazione è aumentata generando nel mondo una sorta di level play field del talento. Osserviamo spesso che singoli individui mettono a rischio intere industrie. L’esempio principale è l’avvento dei motori di ricerca nell’informazione. Si verifica in tutti i settori una disruption cioè una digitalizzazione e una successiva trasformazione dei modelli di business”.

La banca, un mestiere digitalizzabile

Tre i fattori collegabili all’innovazione per quanto riguarda la finanza: “Il nostro mestiere è tutto digitalizzabile: i soldi sono già dei bit registrati da qualche parte e l’effettivo circolante della carta moneta è trascurabile – ha ammesso Sella –. Le transazioni sono elettroniche e il contenuto professionale che la banca fornisce è di fatto una gestione dell’informazione e del rischio. E anche qui gli algoritmi di gestione del rischio stesso sono digitalizzabili. Quindi il primo fattore di disruption nel nostro settore è  la totale smaterializzazione”. Il secondo fattore sono le normative europee: “Cito in particolare la Psd 2 e la Gdpr sulla privacy europea. È una precisa volontà del regolatore obbligare terze parti ad accedere alle informazioni finanziarie. Il regolatore europeo vuole far fare alle banche quello che è successo alle società di telecomunicazioni negli anni ‘90.

Fintech Quindi la norma impone che le banche non si possano opporre a questa trasformazione”. Terzo elemento, infine, “è la digitalizzazione del mondo circostante. La sharing economy per esempio. Ha bisogno di forme finanziarie diverse da quelle tradizionali non si può andare ad esempio a uno sportello per fruirvi. Per far funzionare la sharing economy serve una banca. E se tutto si svilupperà come pensiamo saranno necessarie soluzioni finanziarie completamente diverse da prima, con transazioni in tempo reale sulla catena produttiva”.

La FinTech, cioè la tecnologia digitale applicata all’intermediazione bancaria e finanziaria

“Queste tre forze – ha aggiunto il manager – richiedono la FinTech, cioè la tecnologia digitale applicata all’intermediazione bancaria e finanziaria. Le banche di fatto intermediano, consentendo al risparmio di trasformarsi in investimento”. Il parallelo verificatosi in questi anni “tra smaterializzazione, accesso all’informazione, algoritmi di gestione del rischio e interconnessione che influenzano l’intermediazione fa capire che ciascuno di noi ha in tasca, attraverso il proprio telefonino, un accesso all’informazione in tempo reale e ad algoritmi di gestione del rischio che hanno come prima conseguenza un’interconnessione diretta senza bisogno di banca o finanza: ecco che nascono il peer 2 peer, le piattaforme digitali che rendono possibili queste intermediazioni, assimilabili alle Sim degli anni ’80 e i fondi alternativi come le Sgr sempre anni ‘80. Se facciamo un parallelo storico quando arrivarono le banche ebbero timore di perdere mercato invece non accadde perché il mercato si moltiplicò e l’economia si sviluppò ulteriormente. Ho la sensazione che l’intermediazione diretta che è particolarmente adatta alla sharing economy farà la stessa cosa – ha precisato Sella –: soddisferà bisogni oggi non altrimenti finanziabili aumentando allo stesso modo il mercato complessivo, aiutando la trasformazione digitale all’interno dello sviluppo economico del paese. Oggi questo comparto è occupato da start up FinTech ma nulla vieta che sia coperta da operatori tradizionali come fatto negli anni 80”.

Andiamo verso un mondo meno costoso, più rapido più efficiente, con migliore allocazione del rischio

“Indipendentemente dal canale bancario finanziario diretto, sono tre gli elementi che caratterizzano la macchina dell’intermediazione: gestione della transazione, gestione dell’informazione e gestione del rischio. Qui si genera un secondo fenomeno – ha proseguito il manager –: molti elementi sono inefficienti perché le tecnologie non lo consentivano prima. Ora invece stanno nascendo singoli operatori che sanno fare molto bene una singola cosa. Quindi grazie alla tecnologia ci sarà un grande fiorire dell’iniziativa per prendere aree di inefficienza e migliorarle. Andiamo verso un mondo meno costoso, più rapido più efficiente, con migliore allocazione del rischio”. Un terzo cambiamento sono i rapporti con il cliente: “Quale che sia l’intermediario, il rapporto con il circuito finanziario è sempre più mediato da uno strumento, un’interconnessione tecnologica, un social network. E anche questa è un’area di innovazione molto forte con la nascita nuovi attori e strumenti meno invasivi e molto meno costosi in grado di soddisfare meglio le esigenze della clientela. Questo cambiamento ha  il vantaggio di soddisfare realmente i bisogni del cliente”.

In Italia è difficile realizzare una Silicon Valley

silicon valley trump presidente“In Italia è difficile realizzare una Silicon Valley. Anche se facessimo tutto in modo perfetto è difficile immaginare che un singolo soggetto possa fare come Google. In realtà c’è una via italiana” al FinTech e “una delle caratteristiche del nostro paese è che l’imprenditorialità è già diffusa in tante piccole e medie imprese e ci sono capitali privati con l’abitudine a interagire tra attività – ha precisato il manager -. Tra le  forme di venture capital, il corpo cioè le iniziative delle medie e grandi imprese a supporto dello sviluppo, sono una delle strade che ben si adattano al tessuto produttivo nazionale. Avendo visto gli effetti positivi del super e dell’iper ammortamento per l’industria 4.0 direi di provare, anche se non so se esistano o meno, soluzioni analoghe per il corporate venture capital perché il contagio interdisciplinare tra nuovo e vecchio e  la collaborazione si è rivelata in tutto il mondo una cosa positiva: per esempio defiscalizzando le exit o trattando come investimenti in Ricerca e Sviluppo gli investimenti nelle start up: per me è una direttrice che merita di essere esplorata”.

Il FinTech strumento di educazione finanziaria

Infine l’educazione finanziaria: “A mio parere il Fintech favorisce la possibilità di colmare il gap. Una delle cose che sta dietro il successo degli operatori finanziari è il far leva sulla semplificazione nel rapporto con le banche. Il FinTech può aiutare: uno dei motivi per cui la gente è distante da questo mondo è l’estrema complessità. Il FinTech in realtà, favorisce l’affermazione di soggetti che trovano spazio nel modo di rendere semplice un modo complesso. Quindi non si elimina il gap ma si riducono gli effetti negativi perché vengono colmati attraverso semplificazioni nei rapporti con il cliente finale anche se ciò non toglie che paese debba realizzare un’alfabetizzazione a livello finanziario”, ha concluso Sella.

ST

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