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Smart Working

Anche in Giappone cambia il volto dell’occupazione: il Governo introduce lo smart working

Molte ore di lavoro e bassa produttività, questo binomio in Giappone sembra essere il male su cui gravita il mondo dell’occupazione. Per trovare una soluzione efficace lo Stato nipponico ha scoperto lo smart working, una modalità utilizzata già in tutto il mondo, rappresenta invece una novità per i modelli nipponici. La possibilità di lavorare da casa e non in ufficio sembra essere una possibile soluzione all’altissimo tasso di suicidi da troppo lavoro che da sempre caratterizza la società, regalandogli un triste primato in tutto il mondo.

La presenza costante in ufficio, il lavoro di squadra e le ore passate dietro la scrivania hanno spinto il governo Giapponese a correre ai ripari, istituendo la giornata del Telelavoro.

Smart working, in vista delle olimpiadi

Questo iniziativa è stata presa anche in vista delle prossime Olimpiadi che avranno luogo a Tokyo nel 2020. Quasi un milione di visitatori al giorno si riverseranno nel traffico già congestionato della Capitale nipponica. Per evitare l’insorgere di problemi si è pensato a questa alternativa che porterà giovamento anche all’economia. Perché nonostante i turni siano massacranti la produttività è bassa. Ogni ora lavorata produce 39 dollari di Pil, rispetto ai 62 dollari degli Stati Uniti. Questo stato perenne di insoddisfazione e di stress comporta anche altre problematiche come quella della natalità. Non nascono più bambini e la politica di chiusura nei confronti dell’immigrazione sta portando il paese alla deriva. In Giappone inoltre c’è una forte carenza di manodopera, il mercato interno non riesce a soddisfare la domanda delle aziende. Quindi l’obiettivo è quello di arrivare nei prossimi 3 anni a superare la quota del 10% di lavoratori che possano rimanere a casa 1 giorno a settimana.

Pro e contro del lavoro agile

Se è vero che lavorare da casa garantisce una maggiore autonomia nel definire l’orario di lavoro e una maggiore flessibilità in termini di organizzazione della giornata lavorativa; portando ad una maggiore produttività e ad un equilibrio tra lavoro e famiglia, è anche vero che con lo smart working spesso si tende a lavorare più a lungo.

E dunque, più che equilibrio, c’è in realtà una sovrapposizione tra la vita lavorativa e quella privata. E tutto questo può portare ad un alto livello di stress. Basti pensare che negli Stati Uniti è stato accertato che il 78% delle ore di lavoro in più tra il 2007 e il 2014 sono da attribuire al lavoro da svolto da casa.

E ancore: in Giappone circa il 30% dei smart worker lavora 6 o 7 giorni a settimana.

Smart working: come sta messa l’Europa?

A fotografare la situazione in Europa è uno studio di Eurofound e dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro. E se vogliamo dirla tutta i risultati non brillanti. Nei paesi dell’Unione Europea circa il 17% dei dipendenti è in media impegnato in questi tipi di lavoro.

La media, ovviamente, varia da Paese e Paese, in base anche a mansioni e settori di attività.Danimarca e Svezia guidano la classifica con il 40% e il 32% di lavoratori “da remoto”. In Germania solo il 10% dei dipendenti pratica smart working.

Parlando del Vecchio Continente, è giusto precisare che, ad oggi, solo l’Unione Europea, attraverso l’”Accordo quadro sul telelavoro”, ha cercato (e adottato) delle soluzioni per adattarsi alla digitalizzazione e al cambiamento del mondo del telelavoro.

E l’Italia?

smart workingIn Italia l’argomento sembra essere superato, ormai si parla di smart working soprattutto dopo l’approvazione del decreto legge in materia di lavoro autonomo passato lo scorso aprile.

Sempre più aziende si affidano a questa nuova modalità di collaborazione. I vantaggi sono enormi sia per l’azienda sia per i dipendenti.

Secondo una ricerca a firma del Politecnico di Milano, in Italia ci sono circa 250.000 lavoratori dipendenti che fanno smart working, in aziende con oltre 10 dipendenti. Il numero di grandi imprese che lo adottano è passato negli ultimi due anni dall’8% al 30%.

Anche Enelsi è lanciata nel sistema. Archiviato positivamente il progetto pilota che ha coinvolto oltre 500 lavoratori, il lavoro da casa un giorno alla settimana diventa una regola per ben 7mila addetti. Idem Barilla che addirittura punta ad “offrire, entro il 2020, a tutta la popolazione impiegatizia la possibilità di lavorare nella modalità smart working per il 100% del proprio tempo lavorativo”. La cosa significherebbe smobilitare potenzialmente dall’ufficio molti degli 8 mila dipendenti che l’azienda ha nelle sue 29 sedi in tutto il mondo.

 

Le nuove norme

Il decreto legge che regolamenta lo smart working definisce tale rapporto “una prestazione di lavoro subordinato” che si svolge attraverso “una prestazione lavorativa svolta solo in parte all’interno dei locali aziendali e con i soli vincoli di orario massimo derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva”, con “possibilità di utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa” e “assenza di una postazione fissa durante i periodi di lavoro svolti al di fuori dei locali aziendali”.

Come stabilito dalle nuove norme, l’accordo scritto tra azienda e lavoratore dovrà disciplinare i tempi di riposo, ovvero il diritto alla disconnessione: “Lo svolgimento della prestazione lavorativa in modalità di lavoro agile è disciplinato da un accordo scritto tra le parti, nel quale sono definite le modalità di esecuzione della prestazione resa fuori dai locali aziendali, anche con riferimento agli strumenti utilizzati dal lavoratore. L’accordo deve altresì individuare le fasce orarie di rispetto dei tempi di riposo del lavoratore”.

La normativa specifica anche che il trattamento economico e normativo del lavoro agile non dovrà essere inferiore a quello applicato ai colleghi che svolgono le stesse mansioni all’interno dell’impresa in attuazione dei contratti collettivi.

“Ciascuno dei contraenti può recedere dall’accordo prima della scadenza del termine, se l’accordo è a tempo determinato, o senza preavviso, se l’accordo è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una giusta causa. In mancanza di giusta causa, il recesso unilaterale dall’accordo a tempo indeterminato deve essere preceduto da un preavviso espressamente indicato nell’accordo e comunque non inferiore a 30 giorni”, chiarisce ancora la normativa.

Federica Maria Casavola

 

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