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Uber: EDD riconosce l’assegno di disoccupazione a ex conducenti

Uber

Employment Development Department riconosce il sussidio di disoccupazione a un ex conducente di Uber. Per il dipartimento per il lavoro californiano quello tra Uber e conducente è un rapporto tra lavoratore e dipendente.

Uber incassa un altro colpo. Dopo l’accoglimento da parte del giudice della class action degli ex-piloti Uber, spunta una notizia che potrebbe incidere sul rapporto di lavoro tra l’azienda di ride-hailing e i suoi conducenti. Secondo quanto riportato da Reuters, nel mese di agosto l’Employment Development Department ha riconosciuto un ex conducente Uber del sud della California come lavoratore dipendente. Per il giudice amministrativo gli ex-conducenti dell’azienda avrebbero perciò diritto ad un assegno di disoccupazione. Il precedente potrebbe mettere ulteriormente in pericolo il modello di business sul quale si fonda la società e offrire una sponda per la prossima sentenza che Uber dovrà affrontare presso il tribunale di San Francisco.

Il modello di business che ha fatto grandi i protagonisti della gigeconomy come Uber o Airbnb, ha alimentato un acceso dibattito negli Stati Uniti in tema di protezione dei lavoratori. Il candidato democratico alle elezioni presidenziali Hillary Clinton ha riconosciuto che sono ancora poche le “misure contro i datori di lavoro che sfruttano i lavoratori classificandoli come subappaltatori.”

Quello dell’EDD è il primo caso in cui un conducente Uber viene considerato come un lavoratore dipendente. Attualmente i conducenti sono considerati dalla società come lavoratori autonomi, imprenditori indipendenti che prestano liberamente la propria attività.

Non tutti però sono d’accordo. La settima scorsa un gruppo di autisti Uber ha presentato un ricorso al tribunale di San Francisco per il riconoscimento dello status di lavoratori dipendenti. Se i giurati dovessero schierarsi dalla parte dei querelanti, potrebbe uscirne compresso il modello di lavoro iperflessibile che ha fatto la fortuna di tante start-up della sharing economy, di cui Uber, con una valutazione stimata attorno ai di 50 miliardi di dollari, è stata l’apripista.

Uber non è d’accordo. Secondo la società la decisione del giudice amministrativo non avrà alcun impatto sulle cause in corso, ma è un piccolo successo per quei conducenti che vogliono una relazione più tradizionale con la società. Per vedere dei cambiamenti sostanziali bisognerà però aspettare come si evolverà la class action.

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