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Protesta taxi contro Uber. Pro e contro

Uber

La protesta dei tassisti contro Uber e gli NCC, proviamo capire cosa vogliono e come si comporta la startup di San Francisco, non solo in Italia 

Può un’app paralizzare intere città per più giorni? Se l’app in questione si chiama Uber, allora sì. In questi giorni i tassisti italiani stanno portando avanti una clamorosa protesta contro alcune disposizioni contenute nel Milleproroghe che, a detta delle auto bianche, penalizzano l’intero servizio.

La reazione dei tassisiti (affiancati per l’occasione dagli ambulanti, ma è un’altra storia visto che protestano contro la direttiva Bolkestein) ha sfiorato più volte la sommossa, come dimostrano le paralisi odierne di Roma e Milano. Il che impone delle domande. Perchè protestano? E cosa vogliono dal Governo? E, oltre alle proteste dei tassisti, quali sono i problemi di Uber?

Il problema della licenza dei taxi

La prima questione riguarda i soldi, parecchi. Chi decide di fare l’autista iscrivendosi alla piattaforma Uber,  nata a San Francisco sette anni fa non deve versare un euro. E’ tutto gratuito, l’azienda incassa solo dalle commissioni sul pagamento delle corse, rigorosamente online. Storia molto diversa per i tassisiti. La licenza non ha un costo fisso e varia da comune a comune, oscillando dai 25 ai 200 mila euro. Inoltre non bisogna svolgere altra professione e occorre aver svolto la scuola dell’obbligo, oltre a dover esercitare nel comune di residenza. Tutti paletti che Uber non contempla. Di qui la discriminazione agitata dai tassisiti. Perchè consentire alle persone di fare lo stesso mestiere senza dover pagare la licenza?

25 anni senza regole

La madre di tutte le questioni è però la mancanza di una vera regolamentazione dei servizi di trasporto personale, alternativi ai taxi. Ovvero, al netto di Uber, gli Ncc. Venticinque anni fa con la legge quadro del 1992 (qui il testo) il governo intervenne per regolamentare il noleggio con conducente. Salvo poi dimenticarsi di varare le norme attuative con cui mettere in pratica i dettami della riforma. E così, per esempio, a distanza di due decenni manca ancora la norma che obbliga gli Ncc a rientrare nella propria rimessa tra una corsa e l’altra. Una misura che i tassisti hanno sempre visto con favore, visto che in qualche modo costituisce un limite al numero di corse effettuabili da un Ncc ogni giorno, ma mai arrivata. Avrebbe dovuto occuparsene il Ministero dei Trasporti, con appositi decreti, tra cui quello contenente norme più stringenti su Uber. Ma alla fine non se ne è fatto nulla, perchè è entrato in gioco il Milleproroghe, che proprio oggi pomeriggio passa all’esame della Camera, dopo l’ok del Senato. Ci aveva provato nel 2006 anche l’allora ministro dell’Industria Pier Luigi Bersani, con le sue lenzuolate: cumulo di licenze e della doppia targa, ovvero la facoltà di usare più di una macchina con la stessa licenza. Ma le proteste vinsero anche allora.

Uber e Ncc, ennesimo stop

sharing economyUn emendamento a firma della senatrice dem Linda Lanzillotta inserito nel Milleproroghe rimanda infatti a fine 2017 la regolamentazione su Uber e Ncc (a partire dagli obblighi sulla rimessa, ma non solo, l’emendamento prevede anche l’onere del foglio di servizio, pena il ritiro della licenza Ncc). Il che, nella logica dei tassisti vuol dire strada spianata a Uber per un altro anno. In altre parole, nessun intervento fino a dicembre. Di qui la violenta protesta dei taxi, riunitisi a migliaia questa mattina sotto Palazzo Chigi.  La strada per il ritiro dell’emendamento è stretta, ma non impercorribile. Il Pd dovrebbe infatti cedere su tutta la linea, ritirando l’emendamento. Il testo è già stato approvato dalla commissione Affari Costituzionali così come uscito dal Senato. Come se non bastasse l’intenzione dell’esecutivo sarebbe quella di blindare il testo a Montecitorio con la fiducia. L’unica chance per i taxi è che nel corso del vertice con il ministro Graziano Delrio in corso al ministero dei Trasporti, si raggiunga un accordo sul ritiro della norma Lanzillotta.

Gli sfoghi dei tassisti con l’incognita spaccatura

Per comprendere meglio quanto chiedono i tassisti e il motivo delle loro proteste, Start Magazine è sceso per strada e raccogliendo dei migliaia di tassisti, riuniti tra Palazzo Chigi e la Camera.

“Noi oggi siamo qui perchè non vogliamo la cannibalizzazione del nostro lavoro. E’ ora di dire basta con questi attacchi”, spiega un tassista romano a Start Magazine. “Non ci interessa la riunione con il ministro Delrio, prima vogliamo il ritiro del provvedimento inserito nel Milleproroghe, gli fa eco un collega, pochi metri più in là. L’obiettivo è fin troppo chiaro. “Prima il Milleproroghe, poi tutto il resto. Uber a Roma non lo vogliamo perchè ci danneggia, ci ruba il lavoro. E poi noi che diamo da mangiare ai nostri figli?”.  Ma attenzione, perchè nel fronte dei taxi si intravedono le prime crepe. Loreno Bittarelli, presidente dell’Unione Radiotaxi, una delle maggiori cooperative europee. Che ha lanciato un allarme. Protestare a oltranza potrebbe essere addirittura controproducente. “I nostri utenti stanno subendo profondi disagi e non si possono difendere i nostri diritti, calpestando quelli di chi ci da il mangiare tutti i giorni. Moltissimi di loro sono stati costretti ad utilizzare gli Ncc ed hanno scaricato Uber, che noi diciamo di voler combattere e ai quali invece stiamo girando tutti i nostri incassi. Su Roma e Milano ci sono complessivamente circa 13.000 taxi. Incassando 100 euro lordi al giorno per ogni tassista, in 6 giorni ogni tassista ha perso 600 euro e complessivamente abbiamo regalato ai nostri concorrenti quasi 8 milioni di euro”.

Cosa accade in casa Uber

taxi uberAd approfittare dello sciopero dei taxi è proprio il competitor Uber. E lo fa aumentando, anche il prezzo delle corse. In base alle simulazioni fatte da Start Magazine, Per raggiungere l’Aeroporto di Fiumicino, partendo da Via Sicilia (base della nostra redazione, traversa di via Veneto), ci vogliono circa 75 euro. Per andare da Via Sicilia a Via Grottazzolina, al Nord di Roma (strada all’interno del Grande Raccordo Anulare), servono circa 47 euro.

L’aumento dei prezzi è comunque previsto dall’app Uber. La tariffa è “dinamica”: più c’è domanda di vetture, più il prezzo aumenta. Interpellata sulla questione da Start Magazine, però, Uber non ha fornito (ancora) alcuna risposta.

Non Solo Italia. Uber, i problemi nel mondo

Le proteste che in questi giorni stanno paralizzando Roma e Milano, sono solo una piccola parte dei problemi di Uber. Sì, perchè la casa di San Francisco non è amata nemmeno in Francia, in Germania, in Russia e, addirittura in California. Diverso, invece, il caso della Spagna che ha provato a dare una regolamentazione al servizio.

Uber in Francia

Dopo numerose proteste dei tassisti della nazione d’Oltralpe, nel 2016, Uber è stata condannata a pagare 1,2 milioni di euro all’Union Nationale des taxi, dopo esser stata multata l’anno precedente per 150 mila euro dalle autorità francesi.

Uber in Germania

Proprio come avvenuto in Italia, anche in Germania, Uber Pop è proibito. E non solo: la società di San Francisco ha dovuto rinunciare ai propri servizi a Francoforte, a Dusseldorf e Amburgo, in seguito alle dure proteste dei tassisti.

Uber in Inghilterra

Il nuovo sindaco di di Londra, Sadiq Khan, ha già dichiarato guerra ad Uber. Il primo cittadino ha tra i suoi obiettivi quello di proteggere i tassisti dei tradizionali taxi neri.

L’ufficio del sindaco ha comunicato che le informazioni sulla prenotazione di un taxi verranno incorporate nel “Transport for London” e dall’estate del 2017 sarà possibile pianificare un viaggio in taxi anche grazie ad un’applicazione mobile. Non solo. Ai taxi sarà anche data la possibilità di guidare in ulteriori 20 corsie della città, solitamente riservate per gli autobus( Questo privilegio non sarà concesso ai veicoli a noleggio privato, come quelli di Uber Technologies Inc).

Il Sindaco ha deciso anche di concedere nuove licenze e aumentare del 20% il numero di taxi in giro per Londra, entro il 2020. E tra le misure annunciate precedentemente dal Transport for London figura anche l’obbligo per tutti i driver di auto private, di superare un esame di lingua inglese.

Uber in California

Anche in California, cioè a casa, Uber ha dei problemi. Alle autorità americane non è piaciuto il fatto che l’azienda di San Francisco abbia trasformato le strade della California in un circuito di test per la tecnologia della guida autonoma. Il Procuratore generale, Kamala Harris, ha imposto ad Uber Technologies Inc. di tirare le sue vetture con sistema di guida autonoma dalle vie di San Francisco.

Uber in Russia

Per operare in Russia, invece, Uber, come le altre aziende della sharing economy, verrà assoggettata alla web tax, in vigore dal primo gennaio 2017. La nuova tassa impone un prelievo dell’Iva pari al 18% per le aziende IT straniere che forniscono servizi tramite Internet ai consumatori residenti in Russia.

Uber in Spagna

Uber, dopo esser stato bloccato per più di un anno, è tornato operativo a Madrid, a marzo del 2016. Autorità e azienda hanno trovato una buona soluzione: chi intende svolgere il servizio di trasporto per Uber, deve possedere una licenza.E il servizio si chiama Uber X.

Uber e il problema privacy

Tassisti e multe, a parte, Uber deve anche fare i conti con le accuse si non rispettare la privacy dei propri utenti.
Secondo Ward Spangenberg, ex dipendente dell’azienda, Uber non avrebbe un sistema sicuro per la protezione dei dati degli utenti. A tal punto che i dipendenti stessi possono venire a conoscenza di dati sensibili da utilizzare a scopi professionali.

Spangenberg sostiene che un suo collega, infatti, avrebbe aiutato un suo amico stalker, fornendogli informazioni utili per seguire gli spostamenti dell’ex-fidanzata. Altri dipendenti, invece, sono andati a spulciare sui vari spostamenti dei Vip, tra cui Beyoncè.

Per l’accesso alle informazioni dei vari utenti, infatti, non servirebbe alcuna autorizzazione, ma il solo accesso al sistema “God View”, poi ribattezzato “Heaven View”. Le accuse sarebbero ancora più gravi se, come introdotto con la nuova app, Uber tracciasse gli spostamenti degli utenti anche nei 5 minuti successivi dopo esser scesi dall’auto.

Uber e gli autisti free lance

autisti uberTra le cose che non vanno in Uber, anche il rapporto tra azienda e (non) dipendenti, ovvero gli autisti.

Gli autisti Uber, sappiamo, non hanno un contratto con la casa madre. Si registrano sulla piattaforma e offrono un passaggio con la loro auto. Nessun vincolo scritto, ma anche nessuna garanzia e nessun vantaggio: niente ferie, niente malattia, niente stipendio minimo, nonostante, magari, l’impegno a tempo pieno dell’autista.

E’ per questo che lo Stato di New York, ritenendo gli autisti dei veri e propri dipendenti, e non dei freelance, ha deciso che gli ex autisti di Uber devono aver diritto al sussidio di disoccupazione.

Anche il Central London Employment Tribunal ha riconosciuto la società di San Francisco un colosso dei trasporti che impiega numerosi “dipendenti”: la casa di San Francisco dovrà garantire uno stipendio minimo ai suoi dipendenti e ferie pagate.

Il New Jersey, invece, ha obbligato Uber (e le altre aziende di ride sharing) ad avere delle assicurazioni specifiche per chi fornisce servizi di trasporto e a passare attraverso un preventivo controllo su patente, fedina penale e veicolo.

Gianluca Zapponini e Giusy Caretto

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