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Multa Apple, il ricorso di Cupertino: ecco perchè l’Europa sta sbagliando

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Apple

Apple fa ricorso contro la multa di 13 miliardi di euro imposta alla casa di Cupertino da parte dell’Ue per aver goduto di vantaggi fiscali illeciti accordati dall’Irlanda. E’ ora che l’Unione affronti l’annoso problema delle tasse dei colossi

 

Apple passa alle vie legali. La casa di Cupertino ha depositato il suo ricorso alla Corte Europea, spiegando le motivazioni per cui l’Europa sbaglia, in ben 14 punti. In sintesi, l’Ue non avrebbe condotto “un’indagine imparziale”, violando “i principi legali della certezza e della non-retroattività”. Ma partiamo dall’inizio.

Perchè l’Europa ha multato Apple

Bruxelles avrebbe multato Apple per la cifra record di 13 miliardi di Euro, per aver goduto di vantaggi fiscali illeciti accordati dall’Irlanda. Con questa scelta la Commissione guidata da  Margrethe Vestager punta il dito contro quello che i tecnici chiamano tax rulings, un meccanismo in base al quale un paese spiega ad una multinazionale quale trattamento fiscale avrà (o le sarà riservato) in anticipo, delineando una sorta di accordo.

appleLe indagini dell’Europa continuano e i mesi passano, e per la casa di Cupertino, che ancora non ha pagato quanto dovrebbe all’Irlanda, non è proprio una bella notizia: se è vero che l’importo della multa resta quello, è vero anche che salgono gli interessi. Nelle peggiori delle ipotesi, comunque, secondo le stime di Matt Larson, analista di Bloomberg, gli interessi maturati dovrebbero esser pari a 1,5 miliardi di euro: la Mela Morsicata dovrà pagare 14,5 miliardi di euro.

Il ricorso di Apple

Dicevamo, che Apple ha deciso di agire per vie legali e ricorrere contro la decisione dell’Ue, spiegando il perchè l’Europa si sbaglia in ben 14 punti.

Per Apple, l’Ue “avrebbe erroneamente interpretato il diritto irlandese”, conteggiato male anche l’imponibile attribuito al ramo irlandese delle sue società controllate e “sarebbe altresì incorsa in un errore ritenendo che l’assegnazione degli utili ai sensi dell’articolo 25 dovesse avvenire in conformità del principio delle normali condizioni di mercato”. La casa di Cupertino, poi, lamenta i raffronti con altre intese fiscali nell’Unione e la negazione dell’opportunità di una difesa adeguata.

“La decisione di avvio del procedimento non ha espresso in modo chiaro la principale argomentazione. Se lo avesse fatto, la Apple avrebbe potuto produrre elementi di prova che avrebbero potuto e dovuto modificare l’esito. (…). La Commissione ha violato la certezza del diritto ordinando il recupero sulla base di un’interpretazione imprevedibile della normativa sugli aiuti di Stato; non ha esaminato tutti gli elementi di prova rilevanti, in contrasto con il suo obbligo di diligenza; non ha motivato la decisione in modo adeguato e ha ecceduto la propria competenza ai sensi dell’articolo 107 TFUE tentando di snaturare il sistema irlandese dell’imposta sulle società”, spiega Apple.

La posizione dell’Irlanda

A schierarsi contro la multa, i tecnici di Dublino sostengono che con questa decisione, l’Ue intenda cambiare “il diritto fiscale interno di un Paese”, anche se non ha il potere di farlo.

Per l’Irlanda non si tratta di tax ruling. Dunque, se per la Commissione Ue, l’Irlanda avrebbe riservato ad Apple un trattamento fiscale di favore grazie a due diversi accordi fiscali risalenti al 1991 e al 2007, Dublino sostiene di non aver negoziato nessun trattamento di favore con la casa della Mela Morsicata. I conti di Apple sarebbero solo l’evidenza del “normale trattamento fiscale” in vigore nel Paese, che prevede che le imprese non residenti non paghino tasse sui profitti realizzati sull’Isola.

Apple Sales International e Apple Operations Europe sono due società irlandesi che non hanno residenza fiscale sull’isola, ma hanno solo una funzione puramente operativa. In base a tutto questo i guadagni della Mela Morsicata dovrebbero esser tassati negli Stati Uniti.

Tax ruling: annoso problema Europeo

Commissione UeIl problema però, è molto più profondo di quanto si possa immaginare. Ed è giusto che l’Europa affronti al più presto il nodo tasse: colossi da fatturati stellari non possono pagare briciole agli stati nazionali, non possono esimersi dal sostenere le spese di sviluppo di quelle infrastrutture che le tengono in vita (una su tutte la banda larga) e non possono, infine, avere una tassazione infinitamente più bassa dei loro concorrenti (si pensi a Google, ed al ruolo di sostanziale monopolista che ha nella pubblicità online).

Se dunque ci possono essere dubbi formali sulla multa inflitta ad Apple dalla Ue, non ci devono essere dubbi su un fatto: la tassazione delle multinazionali ed in particolare dei giganti del web è un argomento che l’Europa dovrebbe affrontare in maniera corale ed unitaria, per risolverlo definitivamente. Il rischio è che paesi membri comincino a muoversi in ordine sparso, ognuno con la propria “web tax”, finendo per fare danni alla competitività Ue, danni che non potranno essere certo alleviati dalle maggiori entrate fiscali.

Non solo Apple

Il Tax ruling, il meccanismo in base al quale un paese spiega ad una multinazionale quale trattamento fiscale avrà (o le sarà riservato) in anticipo, delineando una sorta di accordo, è cosa vecchia. E a dirla tutta ha già fatto diverse (importanti) vittime.

googleStarbucks Coffee Trading SARL è finita sotto indagine per tax ruling. I Paesi Bassi avrebbero ridotto in maniera artificiosa le imposte pagate dalla società statunitense, provocando un ammanco nelle casse dell’erario di 20-30 milioni. Quello di cui è stata accusata la catena di caffetterie, in realtà, è molto più complesso di quanto descritto sopra: non si tratta di semplici agevolazioni fiscali. Starbucks è stata accusata dall’Unione Europea di aver versato royalty molto alte alla controllata Alki, per l’utilizzo del know-how relativo alla tostatura del caffè. Un particolare: Alki non è tenuta a pagare le tasse né a Londra né nei Paesi Bassi. Girando alla sua controllata buona parte dei profitti, Starbucks Coffee Trading SARL avrebbe ridotto la base imponibile.

Anche Amazon avrebbe ricevuto un trattamento fiscale di favore da parte del Lussemburgo. In particolare, il colosso dell’e-commerce, grazie ad una legge del 2003, avrebbe pagato, come tasse dovute, solo una quota percentuale minima dei suoi introiti nel mercato europeo. Le indagini sono ancora in corso.

Sotto la lente d’ingrandimento Ue, per tax ruling, ci sono Google, McDonald’s, Ikea e e altre multinazionali europee. AbInBev e Atlas Copco, per esempio, avrebbero ricevuto un trattamento di favore dal Belgio.

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