.Economia, Economia

Tutte le verità non dette sul caso Embraco

di

carlo calenda

Il commento dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Embraco se ne va: la fabbrica della ex-Whirlpool chiude a Torino per andarsene in Slovacchia.

Il nostro ministro per lo sviluppo economico, Carlo Calenda, l’ha presa proprio male, perché la proprietà se ne è altamente infischiata delle proposte presentate al tavolo della crisi. “Basta con gli incontri inutili” ha affermato, dichiarando che “serve un fondo per evitare le fughe all’estero”. Andrà a Bruxelles, fanno sapere, per verificare con il Commissario europeo alla Concorrenza che non ci siano aiuti di Stato da parte della Slovacchia. E comunque, ora si andrà avanti con Invitalia.

Al povero Calenda non ne va bene una in questo periodo, visto che anche i soci italiani di “Italo”, il gestore privato dell’Alta Velocità in concorrenza con il “Frecciarossa” delle Ferrovie, lo hanno mandato in bianco vendendo ad un fondo di investimenti americano invece di procedere alla quotazione in Borsa, come lui stesso aveva pubblicamente proposto in un irrituale comunicato stampa diramato congiuntamente a Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia e delle Finanze.

Insomma, ha scoperto che gli imprenditori fanno ciò che vogliono: vendono, delocalizzano, chiudono. Lo fanno da anni, invocando la libertà del mercato. Chiedono solo le riforme strutturali, che sottintendono pochi, ma ben chiari principi: 1) fateci pagare i lavoratori il meno possibile; 2) lasciateci mano libera quando si tratta di licenziare; 3) abbassateci le tasse.

La riduzione dell’Ires, il governo Renzi, l’ha fatta. Ed ha pure varato la defiscalizzazione triennale per i nuovi assunti a tempo indeterminato. Ha approvato il Jobs Act, che ha mandato in pensione l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Tutte richieste sostenute con vigore dalla Confindustria, nei cui ranghi lo stesso Calenda ha lavorato come assistente dell’allora Presidente Luca di Montezemolo.

Ed ora cosa scopriamo? Scopriamo che le imprese delocalizzano, che lo fanno da anni, spostando la produzione dall’Italia agli altri Paesi della Unione europea dove il costo del lavoro è infinitesimo. Un sito specializzato nella diffusione di dati economici certificati, Truenumbers, ha diffuso proprio in questi giorni le statistiche sul costo salariale orario in Europa: quello italiano è di 27,5 euro, quello slovacco di 10,2 euro. E impossibile fare concorrenza leale in queste condizioni.

E non basta. I Fondi per lo sviluppo regionale vengono erogati da anni ai Paesi dell’Est europeo per finanziare gli investimenti industriali. E questi Paesi hanno un saldo attivo tra contributi che versano e finanziamenti che ricevono dalla Unione Europea. L’Italia, al contrario, è contributore netto: finanzia gli investimenti industriali nei Paesi dell’Est.

Farsa Europa.

(estratto di un commento pubblicato su Teleborsa, qui l’articolo integrale)

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