Anche Jeff Bezos con Blue Origin punta alla corsa per i data center orbitali.
In un documento depositato il 19 marzo presso la Federal Communications Commission (Fcc) l’autorità che regola il settore delle comunicazioni negli Stati Uniti, Blue Origin ha richiesto l’autorizzazione per il lancio e la gestione del Project Sunrise, una costellazione di satelliti che fornirebbe servizi di calcolo in orbita.
L’azienda aerospaziale del fondatore di Amazon sostiene infatti che i data center nello spazio “consentiranno alle aziende statunitensi che sviluppano e utilizzano l’intelligenza artificiale di prosperare, accelerando le scoperte nell’apprendimento automatico, nei sistemi autonomi e nell’analisi predittiva a supporto di un ampio beneficio sociale”.
Come sottolinea il Wall Street Journal, l’azienda aerospaziale di Bezos unisce così a SpaceX di Elon Musk e alla startup Starcloud che hanno già presentato domanda alla Fcc per ottenere l’autorizzazione a lanciare satelliti per l’intelligenza artificiale.
A febbraio Elon Musk ha annunciato l’acquisizione della sua startup di intelligenza artificiale xAI da parte della sua azienda aerospaziale puntando – tra i vari obiettivi – di sviluppare data center per l’intelligenza artificiale in orbita, sfruttando l’energia solare e la riduzione dei costi di lancio. A fine gennaio, SpaceX aveva presentato una richiesta alla Fcc per una costellazione di fino a un milione di satelliti per centri dati orbitali.
Parallelamente alle iniziative di Musk, altre aziende stanno lavorando alla progettazione di data center spaziali che, a loro dire, potrebbero eliminare alcune delle complessità dei data center terrestri, come il surriscaldamento. Lo scorso autunno, in un’intervista a FOX News, il ceo di Google Sundar Pichai aveva dichiarato: “In questo spirito, uno dei nostri obiettivi sulla Luna è capire come un giorno avremo data center nello spazio per sfruttare al meglio l’energia del sole”.
Tutti i dettagli.
IL PROGETTO SUNRISE DI BLUE ORIGIN
In base al documento depositato giovedì, la Fcc “dovrebbe approvare i piani di Blue Origin perché “l’insaziabile domanda di carichi di lavoro per l’intelligenza artificiale” fa sì che i server in orbita rappresentino “un complemento all’infrastruttura terrestre, introducendo un nuovo livello di elaborazione che opera indipendentemente dai vincoli terrestri”.
Blue Origin intende comunque costruire data center in orbita e afferma che il suo progetto “Project Sunrise” prevede il lancio di “fino a 51.600 satelliti operanti in orbite eliosincrone tra 500 e 1.800 km, con inclinazioni tra 97 e 104 gradi, con ogni piano orbitale contenente circa 300-1.000 satelliti”.
TABELLA DI MARCIA AMBIZIOSA
Secondo la documentazione presentata, Blue Origin prevede di lanciare il primo dei suoi oltre 5.000 orbiter TeraWave entro la fine del 2027.
COLLEGATO ALL’ALTRO PROGETTO TERAWAVE
L’azienda afferma che utilizzerà collegamenti ottici per connettere i satelliti tra loro e si affiderà a un altro dei suoi progetti in programma, il servizio di banda larga spaziale TeraWave, per connettersi alla Terra.
A fine gennaio sempre Blue Origin ha annunciato un piano per dispiegare 5.408 satelliti nello spazio per una rete di comunicazioni che servirà proprio i data center, ma anche governi e aziende, entrando in un mercato di costellazioni satellitari dominato da SpaceX di Elon Musk con la costellazione satellitare in orbita bassa Starlink.
Tuttavia, a differenza di Starlink, la rete pianificata da Blue Origin sembra off-limits per i singoli consumatori. Diversamente da Amazon Leo e da Starlink di SpaceX, TeraWave è progettata infatti come un servizio su misura, non rivolto al mercato consumer, e sarebbe riservata a una platea stimata di circa 100.000 clienti a livello globale.
Ma al momento Blue Origin non ha ancora lanciato un singolo satellite TeraWave e ha utilizzato il razzo New Glen, che intende impiegare per i lanci del progetto Sunrise, solo due volte.
LA STRATEGIA
“I data center spaziali possono contribuire a superare questo collo di bottiglia”, sostiene l’azienda guidata da Beozos. “L’efficienza intrinseca dei satelliti a energia solare, l’energia solare sempre disponibile, l’assenza di costi per terreni o spostamenti e l’assenza di disparità nelle infrastrutture di rete, riducono drasticamente il costo marginale della capacità di calcolo rispetto alle alternative terrestri”.
Eppure, queste affermazioni sono fortemente contestate, in quanto la tecnologia per i data center in orbita non esiste e sarà probabilmente inaffidabile e quindi impraticabile, evidenzia Register.
I NODI
I data center orbitali presentano numerosi ostacoli tecnici, secondo quanto affermato dagli ingegneri spaziali, sottolinea il Wsj. Rendere i sistemi competitivi in termini di costi rispetto alle infrastrutture tradizionali a terra rimane un ostacolo importante.(Per approfondire, ecco l’episodio del podcast Spaziale! di Startmag Chi governerà l’intelligenza artificiale in orbita?).
Il “Progetto Sunrise” necessita di una rete inesistente, di un razzo che ha volato pochissimo e dell’approvazione della Fcc, sintetizza la testata ricordando anche che il documento rileva che Blue Origin non ha presentato la documentazione all’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, che ha voce in capitolo in queste questioni.
Segno che la corsa allo sviluppo di sistemi energetici e informatici in orbita per sostenere l’espansione delle applicazioni di intelligenza artificiale è solo all’inizio.







